Tre Cime di Lavaredo (Belluno-Bolzano)
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Una cartolina per i turisti, una leggenda per gli alpinisti, uno scandalo per gli ambientalisti. E per tutti un'irripetibile architettura naturale, con prospettive che mutano in modo stupefacente a seconda del punto d'osservazione. Ecco le Tre Cime di Lavaredo, piantate nel cuore delle Dolomiti sul confine tra Veneto e Alto Adige: Misurina e il mondo ampezzano a sud, valle di Sesto e l'austero mondo gotico a nord.

Tanta bellezza è frutto di un catastrofico evento geologico: quelle pareti lisce e strapiombanti che hanno costituito negli anni Trenta il sogno e il terreno di gioco dell'alpinismo eroico appaiono come il risultato di un'immensa frattura, un crollo di colossali proporzioni. La seconda metà delle cime giace frantumata nel deserto di pietre della Grava Longa, appena segnato dalle esili tracce degli arrampicatori. È grazie alla struttura instabile delle Dolomiti, che da 200 milioni di anni continuano a modificarsi in forme fantasmagoriche, che possiamo godere di questo spettacolo: in un imprevedibile futuro, di questo tempio naturale non rimarrà pietra su pietra (l'ultimo importante crollo nella zona ha riguardato la Cima Uno, in val Fiscalina, nell'ottobre 2007), ma per ora le Tre Cime resistono, come effimera cartolina e simbolo delle Alpi.

Per vederle in tutto il loro splendore, bisogna farsi trovare sulla forcella Lavaredo, raggiungibile dal rifugio Auronzo in 40 minuti, prima delle 7 del mattino. La luce che filtra da est, superata la cresta della Croda dei Toni, per pochi minuti le accende di una purissima luce ramata. Da sinistra, ecco la Cima Piccola (2.857 metri), sostenuta in realtà da altri due torrioni, la Punta Frida e la Cima Piccolissima, poi la Cima Grande (2.999 metri), e infine la Cima Ovest (2.973 metri). Slanciate verso il cielo come mute sfide di pietra, le torri formano un sipario alto 500 metri, giallastro e striato di grigio fumo, interrotto da tetti aggettanti che gli diedero fama di inaccessibilità.

Ed eccoci alla leggenda alpinistica che, insieme alla loro bellezza, regalò fama imperitura alle Tre Cime. Già la conquista del punto più alto, la cima della Grande, fu leggendaria: Paul Grohmann e le sue guide, nel 1869, impiegarono appena due ore e mezzo per trovare l'itinerario giusto. Ben più difficile e affilata è la Piccola, conquistata nel 1881. Michel Innerkofler, la più famosa guida della valle di Sesto nell'800, salì dal versante sud. 

Ma sono le pareti nord, con i loro formidabili appicchi, ad aver acceso la fantasia degli alpinisti e le competizioni internazionali. Emilio Comici, nell'estate 1933, spinto da una campagna montata dai giornali tedeschi, aprì con i fratelli Dimai di Cortina un geniale itinerario attraverso la nord della Cima Grande, una via che ripercorse quattro anni dopo, in un incredibile exploit in solitaria. 

Nel 1935 fu la volta del lecchese Rìccardo Cassom a battere i tedeschi nella corsa alla Cima Ovest, scivolando "come un ladro" sotto le loro tende accampate ai piedi della parete.

Queste vie contano oggi migliaia di ripetizioni e già nel 1960 Claude Barbier scalava in solitaria, in un solo giorno, tutte le nord del gruppo. L'escursionista che passeggia oggi, in una bella giornata estiva, ai piedi delle Tre Cime, facilmente può vedere le cordate in azione: uno dei migliori punti d'osservazione è il rifugio Lavaredo, a metà strada tra l'omonima forcella e il rifugio Auronzo. Da qui è impressionante la vista sul cosiddetto Spigolo Giallo, conquistato sempre nel 1933 da Emilio Comici.

Già ai tempi di Comici, il mondo delle Tre Cime era accessibile a chiunque. Risale infatti alla Grande Guerra la costruzione di una strada militare che saliva da Misurina per la valle di Rimbianco. La strada, oggi privata, è proprietà del Comune di Auronzo. Si spendono 20 euro di pedaggio per percorrere 7,5 chilometri di asfalto e raggiungere il rifugio Auronzo, a 2.330 metri, sul versante bellunese. Un'opera duramente contestata dagli ecologisti, che porta ogni giorno d'estate almeno 2.000 mezzi in alta quota. E può capitare di incontrare sui sentieri motociclisti vestiti in pelle, coppie con scarpe e tacchi da città, famiglie e passeggini.

Ben diversa è la salita dall'altro versante, per la magnifica val Fiscalina. Si impiegano almeno tre ore prima di arrivare al rifugio Locatelli e alla visione delle pareti. Il rifugio, che ai tempi dell'impero austroungarico si chiamava Drei Zinnen (Tre Cime), è circondato da testimonianze della Grande Guerra. Fili spinati, cremagliere, baracche e buchi di varia natura segnano tutto il territorio, come vecchie cicatrici: dalle gallerie del monte Paterno, sulla cui cima gli italiani avevano trasportato un cannone, alle antiche vie ferrate del Sasso di Sesto e della Torre Toblino, dove gli austriaci avevano un mortaio. Nel luglio 1915 il rifugio venne incendiato, poi ricostruito dal Cai con il nuovo nome. Un angolo della vecchia costruzione è rimasto, trasformato in monumento: quasi una metafora della piccolezza umana di fronte al vero monumento, le colossali pareti delle Tre Cime. 

Tratto da Bell'Italia - Paolo Paci