Itaca, l'isola di nessuno 

"Adagiata sul mare, quest'isoletta amata non ha ampi prati né ampie strade: è infatti una terra aspra, buona per le vigne e per le capre, non per i cavalli...". Così, nei canti IV e XIII dell' Odissea, Omero descrive Itaca, la "piccola e tuttavia famosa" patria di Ulisse. Il fatto sorprendente è che, trascorsi quasi tre millenni, queste parole omeriche sembrano ancora perfette per descrivere l'isola. A differenza infatti delle vicine Lefkada e Cefalonia - aperte a tutti i mutamenti eccitanti (e anche agli eccessi) del turismo - Itaca ha saputo rimanere incredibilmente uguale a se stessa. Coste dirupate e boscose al fondo delle quali si aprono baie segrete, con spiagge abbaglianti per il candore dei ciottoli; piccoli paesi di semplici case basse e bianche, dai tetti rosseggianti fra i ciuffi verdi dei pini; ulivi che scendono fin quasi a lambire un mare dalle acque calme, calde e cristalline; non ampi prati, non ampie strade, bensì colline sassose, dove i lecci, i cipressi, i mirti lasciano di tanto in tanto il posto ai vigneti o alle macchie di cespugli spinosi dove brucano le capre... come appunto cantava Omero. In modo un po' paradossale si potrebbe dire che quel che c'è di nuovo a Itaca è praticamente l'assenza di novità.

Ma da che cosa dipende tale affascinante capacità di preservare la propria aura antica? Innanzitutto dalla conformazione impervia del territorio, inadatto alla costruzione di grandi insediamenti turistici; ma anche dalle conseguenze del catastrofico terremoto che nel 1953 distrusse gran parte delle case, facendo centinaia di vittime. Proprio per evitare il ripetersi di una simile tragedia, le autorità locali hanno varato un rigoroso piano regolatore, che impone la costruzione di edifici bassi, gradevoli e lineari, in cui la semplicità del disegno si sposa con una certa qual aria signorile. 

Passeggiando sul piacevole lungomare di Kioni, o fra le ville con giardino di Vathi, il capoluogo di 2mila abitanti, si avverte in effetti un tocco di garbata eleganza, dovuto anche al fatto che quella di Itaca non era solo una comunità di contadini, pastori e pescatori, ma anche di ricchi commercianti, marinai, armatori e capitani di mare. Terra troppo scabra per permettere una prospera agricoltura, Itaca ha infatti trovato nel mare la sua vocazione, in ciò favorita dal magnifico porto naturale di Vathi: un'immensa, scenografica insenatura che, grazie alla sua perfetta protezione, ha permesso in passato l'apertura di un importante cantiere navale e l'attracco di numerose navi. Fra il Settecento e i primi del Novecento erano centinaia le navi itacensi che facevano la spola prima fra i porti del Danubio e del Mar Nero, poi lungo le rotte intercontinentali.

Marinai affezionati alla loro isola, gli itacensi hanno portato a Itaca non solo il benessere, ma anche una cultura cosmopolita che persiste tuttora, per quanto il fascinoso mondo dei commerci marittimi e dei capitani di lungo corso sia ormai tramontato. Il suo retaggio, infatti, lo si avverte trasposto nell'eleganza delle piccole boutiques di Vathi o nella raffinatezza di una cucina locale rielaborata in squisite ricette. Ma naturalmente la cultura intellettuale di Itaca ha dato il meglio di sé negli studi omerici e nelle ricerche archeologiche connesse al mondo di Ulisse.

In tutta l'isola vengono indicate le località dove si sarebbero svolte le diverse scene narrate nell' Odissea: la spiaggia di Dexa, vicino a Vathi, dove Ulisse sarebbe sbarcato dopo vent'anni di lontananza; la Grotta delle Ninfe, sempre presso Vathi, dove avrebbe celato i suoi tesori; la Grotta di Eumeo, nel selvaggio Sud dell'isola, dove viveva il guardiano dei porci rimasto fedele a Ulisse anche durante la sua assenza. Ma se tutte queste localizzazioni sono ammantate di leggenda, è ormai quasi certo che il palazzo di Ulisse si trovava nel Nord dell'isola, a Pelikata, presso Stavros, in una località detta "Scuola di Omero", corrispondente in tutto alle descrizioni omeriche. Qui, su una collina ombreggiata dagli ulivi, enormi blocchi di pietre in rovina si affacciano verso l'ampia, dolce baia di Afales, con le sue biancheggianti falesie. Un luogo semplice e al tempo stesso grandioso, che fa tornare in mente le parole dedicate all'isola, nel 1911, dal poeta Constantinos Kavafìs: "Anche se povera, Itaca non ti deluderà"

Tratto da Bell'Europa - Giampiero Comolli