Castello di Torrechiara
Torrechiara (Parma)

Sicure notizie dell'esistenza di una struttura fortificata a Torrechiara si hanno solo dal 1259 quando il podestà di Parma ne ordina la demolizione, vietandone due anni dopo la riedificazione. L'attuale castello in ogni modo venne realizzato nel 1448-60 da Pier Maria Rossi con una formula felicissima di fusione fra strutture difensive e residenziali che ne fanno tuttora una delle esperienze estetiche più piacevoli del territorio.

Pier Maria Rossi Il Magnifico nacque il 25 marzo 1413 a Berceto, borgo dell’Appennino parmense, da Pietro e Giovanna Cavalcabò, nobili cremonesi. La famiglia era originaria di San Secondo, paese della bassa pianura, che divenne il centro del potere economico e politico dei Rossi. Essi governavano circa un quinto del territorio parmense, tra cui le podesterie di San Secondo, Roccabianca, Torrechiara, Felino e Berceto.

I Rossi erano fortemente legati alla corte milanese dei Visconti. Per questo motivo, Pier Maria venne mandato a Milano per ricevere una formazione culturale e militare: oltre agli studi letterari, si interessò alla musica, alla matematica, all’astrologia e imparò il francese, lo spagnolo, il latino, il greco, l’arabo e l’ebraico. Si dedicò con grande successo al “mestiere delle armi”, a tal punto che, diventato capitano di ventura dei Visconti, riuscì a conquistare innumerevoli territori.

A soli 15 anni fu obbligato a sposare Antonia Torelli, figlia dei Signori di Montechiarugolo, per legare le due famiglie confinanti e istituire così un accordo di non belligeranza. Tuttavia a Milano si innamorò perdutamente di Bianca Pellegrini, una dama di corte della duchessa Visconti. Dopo diversi anni di matrimonio e dopo aver avuto dieci figli da Antonia Torelli, quest’ultima si ritirò nel convento di San Paolo a Parma, lasciando la possibilità a Pier Maria di avvicinare Bianca a San Secondo, precisamente a Roccabianca, dove lo stesso cavaliere le fece costruire un castello. Inoltre nel 1448 edificò per l’amata anche il castello di Torrechiara che divenne il loro nido d’amore.

Alla morte di Pier Maria Rossi, il castello ebbe diversi proprietari: Pietro di Rohan, Pallavicino, Sforza di Santa Fiora, Sforza Cesarini, Torlonia, Cacciaguerra.

Dal 1911 il Castello di Torrechiara è un monumento nazionale tutelato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali ed è aperto al pubblico.

Il castello ha riportato danni in seguito al sisma del 23 dicembre 2008. Dopo una parziale chiusura al pubblico è stato completamente riaperto il 27 febbraio 2010.

Il castello di Torrechiara sorge sulle colline vicino a Langhirano a soli 18 km da Parma. La sua posizione elevata gli permette di dominare perfettamente la vallata dove scorre il torrente Parma, punto di incontro tra la città e la montagna poco distante. Il maniero è tutt’oggi considerato un esempio tra i meglio conservati di architettura castellare in Italia, poiché unisce elementi medievali e rinascimentali.

La funzione difensiva è attestata da tre cerchia di mura e da quattro torri angolari, la destinazione residenziale è provata dalla ricchezza degli affreschi a 'grottesche' di Cesare Baglione. Straordinaria è la "Camera d'Oro", attribuita a Benedetto Bembo, per celebrare, ad un tempo, la delicata storia d'amore tra Pier Maria e Bianca Pellegrini e la potenza del casato attraverso la raffigurazione di tutti i castelli del feudo.

Il castello era originariamente difeso da tre cerchia di mura: la prima circondava la collina su cui sorge, la seconda proteggeva il borgo e la terza riparava il castello vero e proprio. Per superare ogni cerchio di mura era necessario passare attraverso un ponte levatoio, di cui ancora oggi è possibile intuire la presenza dalle scanalature sul muro sotto cui si passa per accedere al castello. 

Vi erano in origine anche due fossati, uno a protezione del borgo, l’altro del castello, l’unico visibile ancora oggi. Il fossato, contrariamente a quanto si può pensare, è sempre stato asciutto per specifica richiesta di Pier Maria Rossi, affinché un soldato che tentava la scalata al castello potesse essere facile bersaglio delle guardie e non si potesse nascondere nell’acqua.

Le mura erano inoltre costruite su alte scarpate in modo da rendere difficile la scalata ai nemici e resistere meglio ai proiettili delle prime armi da fuoco in dotazione ai soldati.

Altro sistema di sicurezza perfettamente conservatosi sono le torri quadrate, collegate fra di loro da una doppia cinta di mura un tempo merlate e poi coperte dal tetto, che circoscrivono il cortile interno o Corte d’Onore. 

La torre di S. Nicomede si trova sopra l’omonima cappella dove pare vi siano le tombe vuote di Pier Maria Rossi e Bianca Pellegrini. Da qui si può osservare tutta la valle del Parma verso Langhirano. 

A Ovest guarda invece la torre del Giglio, ed è così chiamata perché vi si trova lo stemma di Bianca Pellegrini. La torre che guarda ad est è invece detta la torre della Camera d’Oro, perché lì è situata la splendida stanza omonima. 

A Nord si trova la torre più alta, il mastio, detta torre del Leone, dallo stemma nobiliare della famiglia dei Rossi. 

Da queste torri, grazie a feritoie e caditoie, potevano essere lanciati detriti e acqua bollente. Inoltre, sembra che le altezze delle torri e delle cortine murarie nascondano relazioni proporzionali, rapportabili alle armonie musicali, ispirate alla geometria pitagorica e ai concetti filosofici che influenzarono l’arte del rinascimento.

Lasciato l’esterno rivestito di mattoni, tipico dell’architettura castellare dell’Italia centrale, si raggiunge l’interno dove le sale sono affrescate a “grottesche”, stile che diverrà di moda tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento.

Dopo il 1575, gli Sforza di Santa Fiora trasformarono la geometria del maniero: fecero costruire le due ampie logge panoramiche affacciate sul torrente Parma, abbassarono le mura difensive, allargarono porte e finestre, trasformarono gli spalti in frutteti e giardini pensili, accentuando la funzione residenziale del castello. E’ in questo periodo che Sforza Sforza di Santa Fiora fece realizzare i primi affreschi del Cinquecento. A completarli sarà l’erede Francesco (1562- 1624) che incaricò Cesare Baglione di ricoprire tutte le stanze di affreschi a grottesche.


INTERNI - L'interno è ricchissimo di sale sontuosamente affrescate principalmente a temi naturalistici, fantastici e a grottesche. I nomi delle sale richiamano il tema principale dell’affresco. La camera più importante è la Camera d'Oro.

Al piano terreno si trovano:

L’Oratorio di San Nicomede è costituito da un ambiente a pianta quadrata che occupa l’intero piano terreno dell’omonima torre, a cui si accede dal portico della corte, attraverso un portone di legno su cui sono ancora visibili le borchie lavorate ed il catenaccio originali. Si ritiene che sotto le lastre del pavimento della cappella si trovassero le tombe di Bianca e Pier Maria, ma recenti indagini non hanno portato alla luce alcuna salma a conferma di questa ipotesi. 

Tra il XVI ed il XVII secolo la stanza venne divisa in due piani e la porzione superiore, collegata agli ambienti del piano nobile, fu affrescata con un soggetto simile a quello delle stanze che la precedono, le sale del Vespro, del Meriggio e dell’Aurora.

Oggi riportata alle dimensioni originali, resta traccia di questa suddivisione nel conservato affresco della volta. Gli arredi originali dell’oratorio, fra cui il polittico della Madonna in trono fra i Santi Nicomede, Antonio Abate, Caterina e Pietro Martire del Bembo, ed una tribuna lignea con inginocchiatoio da cui il Signore e la sua corte potevano assistere alle funzioni separatamente, sono ora conservati al Castello Sforzesco di Milano.

La volta a crociera presenta un soggetto analogo a quelli delle sale del piano superiore, del Vespro, del Meriggio e dell’Aurora: un volo di uccelli, nel cielo cosparso di candide nubi. Al centro, nel punto di incrocio dei costoloni che attraversano la volta, un piccolo medaglione con l’immagine dell’agnello testimonia l’originale funzione religiosa della sala. Nelle lunette laterali, che purtroppo presentano ampie lacune, sono dipinti paesaggi fantastici con città e rovine.

Gli unici arredi risalenti al ‘400 provengono dall’oratorio stesso ed ora sono custoditi all’interno del Museo del Castello Sforzesco di Milano. Per l’altare Pier Maria Rossi fece realizzare il polittico raffigurante la “Madonna in trono con il Bambino e i santi Antonio Abate, Nicomede, Caterina e Pietro Martire” (1462) firmato da Benedetto Bembo. Il direttore della Galleria Nazionale di Parma tra il 1894 e il 1896, Corrado Ricci, formulò l’ipotesi che il volto di Maria dipinto fosse il ritratto di Bianca Pellegrini. Inoltre, secondo le cronache, Bianca e Pier Maria assistevano alle funzioni dietro ad una tribunetta lignea, anche questa conservata al Castello Sforzesco, intarsiata con gli stessi motivi presenti nelle formelle della Camera d’Oro.

Subito alla sinistra della cappella si trova la Sala di Giove, posta lungo il lato sud-est della corte. E' la prima delle stanze affrescate con motivi a grottesca dal Baglione. Deve il nome alla figura di Giove che campeggia al centro della volta.

Il soffitto presenta ricchi motivi a grottesca disposti secondo un disegno sostanzialmente simmetrico ma estremamente vario, con delicate strutture architettoniche animate da arabeschi, nastri, figure femminili, creature fantastiche, animali e piccoli cammei rossi a figure bianche. Al centro della volta, entro una cornice mistilinea, è raffigurato Giove, seduto su una nube e nell’atto di scagliare un fulmine, con accanto l’aquila che simbolicamente lo rappresenta.

La Sala del Pergolato è un ambiente centrale del pian terreno ed è così denominato per la decorazione a trompe l’oeuil che mostra un pergolato ligneo a maglie quadrate che ricopre la volta, pur lasciando liberi sprazzi di cielo azzurro. I pilastri che sorreggono la volta sono ricoperti di vite carica di grappoli maturi, che attirano gli uccelli più vari. Questo motivo interrompe bruscamente le grottesche delle pareti, quasi a mostrare uno scorcio dell’esterno.

Il soffitto presenta ricchi motivi a grottesca disposti secondo un disegno sostanzialmente simmetrico ma estremamente vario, con arabeschi, nastri, figure femminili, creature fantastiche, animali e piccoli cammei a figure bianche su fondo rosso o viola, con guerrieri romani, cavalieri in lotta o personaggi mitologici. Al centro della volta è dipinto un angelo con corone di fiori, all’interno di una cornice rettangolare che si collega ai quattro cartigli ovali dei paesaggi, con rovine e ruderi di castelli, in cui prevale il senso di una dimensione fantastica e quasi irreale

La Sala dei paesaggi è l’ultimo degli ambienti sul lato sud est del pian terreno che precedono la Torre della Camera d’Oro e deve il suo nome ai soggetti raffigurati in quattro cartigli ovali che spiccano fra le grottesche della volta a botte. Il soffitto rappresenta motivi a grottesca secondo uno schema simmetrico ma molto vario con arabeschi, nastri, figure femminili, animali e piccoli cammei a figure bianche su fondo viola o rosso, con guerrieri romani, personaggi mitologici e cavalieri in lotta. Ai quattro cartigli dei paesaggi si collegano rovine e ruderi di castelli, in cui prevale il senso di una dimensione fantastica e irreale.

La Sala della Vittoria prende il nome dalla figura ritratta al centro della volta e in una delle lunette laterali. racchiusa entro una ricca cornice ovale al centro della volta, che si trasforma in una balaustra sorretta da colonne a creare l’illusione di scorcio prospettico dal basso, è raffigurata una Vittoria che danza tra le nubi stringendo in mano una corona d’alloro, simbolo della gloria e dell’onore, e un ramo d’ulivo, a rappresentare la pace. Arricchiscono la decorazione del soffitto: festoni carichi di frutta e fiori, su cui si posano alcuni uccelli; figure di putti entro cornici mistilinee, e grottesche con sfingi ed altre creature fantastiche.

Una seconda Vittoria, seduta su una conchiglia tra elmi, scudi e prigionieri vinti, è raffigurata nell’atto di suonare una sottile tromba nella lunetta della parete di sud-ovest.

Trovandosi accanto alle cucine e per la presenza di un camino del XVIII secolo si suppone che venisse utilizzata quotidianamente come sala da pranzo. Ai lati della grande finestra che si apre verso lo spalto di sud-est, si trovano due stemmi che simboleggiano il potere temporale e spirituale: uno dell’imperatore Rodolfo II e l’altro di Papa Gregorio XIII Boncompagni, la cui presenza ha permesso di poter datare con una certa precisione l’apparato decorativo della sala. Gli opulenti festoni di fiori e frutti e gli sfarzosi tendaggi rafforzano il senso celebrativo della pacifica coesistenza dei due massimi poteri. Arricchiscono la decorazione putti, cornici e grottesche.

La Sala degli Angeli, opera della scuola di Cesare Baglione, così detta per gli angeli che decorano la volta a crociera, fa da raccordo fra la sala della Vittoria, l’orto che esisteva sullo spalto di sud-est e le cucine. La volta è sostenuta da ricche cornici che formano quattro vele che si uniscono al centro in un cartiglio in cui è dipinto un ramo di melo cotogno, insegna araldica della famiglia Sforza, proprietaria del castello nel XVI secolo. 

Il cotogno è un simbolo che probabilmente deriva dal fatto che il capostipite della famiglia Sforza, Bosio I Sforza, fu feudatario del condottiero Muzio Attendolo, nato a Cotignola (Ra) nel 1369. Rami dello stesso albero, carichi di frutti, compaiono fra le mani dei quattro putti delle vele laterali, seduti o affacciati a balaustre marmoree che, insieme a quelle raffigurate sulle pareti della sala, creano una finta architettura prospettica che serve ad ampliare la percezione dello spazio del piccolo ambiente.

Lungo le balaustre laterali sono appollaiati pavoni, pappagalli ed altri uccelli esotici, mentre al centro campeggiano cartigli, sorretti da nastri, con gli stemmi degli Sforza di Santa Fiora e di altre famiglie imparentate.

La Sala del Velario fa parte, insieme alla vicina Sala degli Angeli, di una coppia di ambienti situati al piano terreno del castello, in corrispondenza della Torre sud-orientale o della Camera d’Oro. Questa sala, che deve il nome al “velario” raffigurato al centro della volta, fa da raccordo tra la Sala della Vittoria, l’orto che esisteva sullo spalto di sud-est e, attraverso la Sala del Velario, le cucine, dove si trova ancora oggi una scala che conduce, al piano superiore, agli alloggi della servitù. L’insieme di questi ambienti aveva, nel XVI secolo, funzione di servizio legata alla preparazione dei cibi.

Lungo le pareti è raffigurata una balaustra con fregi elegantemente decorati, su cui sono posati vasi con rami di foglie e frutti. Da questa finta architettura, che crea l’illusione di un’apertura verso l’esterno della piccola sala, si passa al candido “velario” che occupa l’intera volta a crociera, teso a coprire la loggia che la balaustra suggerisce. Dal disegno centrale nei tenui colori oro, azzurro, verde e rosso, aperto ad ombrello a mostrare finissimi ricami, partono rami di foglie che si intrecciano a sottolineare le quattro vele della volta, all’interno di ognuna delle quali si trova un cartiglio, affiancato da creature fantastiche e riempito da un cammeo a figure bianche su fondo rosso intenso, con soggetti classici e mitologici. Intorno ai cartigli volano piccoli uccelli, che intessono delicati arabeschi con nastri sottili, creando un insieme

Procedendo, si giunge alla cucina, dove sono ancora visibili l’acquaio, un grande focolare e un piccolo scaldavivande. A nord sono poste le dispense. Dalla cucina si può uscire sullo spalto settentrionale, che nel Seicento era adibito a giardino- frutteto con alberi di susine e ciliegie.

Il Salone degli Stemmi occupa l’intero lato nord orientale fra la torre della Camere d’Oro e la torre del Leone, ed era probabilmente una sala di rappresentanza. Deve il nome agli otto stemmi che ornano le pareti, fra cui si notano quelli di Papa Giulio III del Monte (1550-1555), di Papa Pio IV Medici (1559-1568), di Papa Paolo III Farnese (1534-1549) e di Papa Gregorio XIII Boncompagni (1572-1585). 

La volta lunga e ribassata è divisa in quattro parti in corrispondenza delle tre aperture verso lo spalto e dell’unica, centrale, verso la corte. A differenza delle lunette, che presentano motivi a grottesche, la superficie delle volte è dipinta a finte architetture: balaustre, finte colonnati scorciati e riquadri di cielo aperto, che dilatano la prospettiva verso l’alto e ospitano quattro angeli recanti armi e scudi, simboli di vittoria e celebrazione del potere della famiglia.

Al primo piano, il piano nobile, si trovano:

La sala dell’Aurora, la sala del Meriggio e la sala del Vespro sono tre ambienti che occupano il lato nord-occidentale del piano nobile del castello e collegano la torre della Camera d’Oro a quella di San Nicomede. Le sale sono simili per dimensioni e impianto decorativo, sempre opera della scuola di Cesare Baglione: volo d’uccelli in un cielo cosparso di nubi, un paesaggio tra il reale e il fiabesco nelle lunette laterali e scene mitologiche. Le sfumature del cielo rispecchiano i diversi momenti del giorno, dall’alba al tramonto, seguendo l’orientamento delle sale da est verso ovest.

La Sala dell’Aurora è il primo dei tre ambienti che occupano il lato nord-orientale del piano nobile del castello. Al al centro della volta, il sole appare in un alone di luce giallo-rosata che tinge di tenui sfumature le nubi, disposte intorno a corona. Upupe, gufi e uccelli della notte, la cui oscurità è raffigurata simbolicamente nel nero piumaggio, lasciano il posto a quelli del giorno, che dolcemente si alzano in volo o planano sui paesaggi delle lunette laterali. In queste ultime, sono dipinte scene di caccia, fra castelli e rovine, e nell’insieme prevale un’atmosfera sospesa, quasi irreale. Interessante il raccordo tra la volta e le lunette, realizzato senza soluzione di continuità attraverso il volo degli uccelli che, dall’alto, scendono a perdersi tra i monti all’orizzonte.

La Sala del Meriggio è il secondo dei tre ambienti che occupano il lato nord-orientale del piano nobile del castello. Come nelle altre due stanze adiacenti, il soggetto della volta è un cielo cosparso di candide nubi che iniziano a tingersi delle calde sfumature del tramonto, rappresentato nella lunetta ad ovest ed accompagnato da un volo di uccelli di diverse specie: falchetti, aironi, pavoni e cormorani. Al centro della volta, nel punto di incrocio dei costoloni, compare il leone dello stemma dei Rossi. Nelle lunette laterali sono dipinte scene di caccia, fra castelli e rovine, e nell’insieme prevale un’atmosfera sospesa, quasi irreale. Interessante il raccordo tra la volta e le lunette, realizzato senza soluzione di continuità attraverso il volo degli uccelli che, dall’alto, scendono a perdersi tra i monti all’orizzonte.

La Sala del Vespro è l’ultimo dei tre ambienti che occupano il lato nord-orientale del piano nobile del castello. Al centro della volta il sole scompare tra le nubi in un incendio di luce rosso-arancio, che sfuma in toni violetti tendenti al nero. Nel cielo volteggiano in circolo numerosi uccelli di specie diverse, sulle cui ali si riflettono i colori del tramonto che ugualmente animano i quattro paesaggi delle lunette laterali. In queste ultime, sono dipinte scene di caccia, fra castelli e rovine, e nell’insieme prevale un’atmosfera sospesa, quasi irreale. Interessante il raccordo tra la volta e le lunette, realizzato senza soluzione di continuità attraverso il volo degli uccelli che, dall’alto, scendono a perdersi tra i monti all’orizzonte.

La Sala dei Giocolieri o degli Acrobati occupa l’intero lato nord-occidentale del castello fra le torri del Leone e della Camera d’Oro. Il nome della sala è dovuto alla composizione delle figure dipinte sopra al camino: un gruppo di giocolieri in equilibrio su quattro leoni mentre eseguono complicati esercizi coi cerchi. 

Anche la decorazione a grottesche di questa sala è attribuita a Cesare Baglione. Se il decoro del Salone degli stemmi posto al pian terreno è un inno alla famiglia Sforza di Santa Fiora, questo al primo piano è dedicato alla celebrazione del committente, il cardinale Francesco (1562-1624) e dei suoi legami parentali con i Farnese, duchi di Parma e Piacenza. Numerose, infatti, sono le insegne Sforza di Santa Fiora: il leone e pomo cotogno.

La Camera d’Oro, la più famosa stanza all’interno del castello, occupa l’intero primo piano della torre omonima, quella di nord-est. Era la camera da letto di Pier Maria Rossi, che la fece affrescare dal pittore Benedetto Bembo (1420/30 – 1495) nel 1452. La stanza doveva avere anche funzioni di studiolo privato come sembrerebbe essere dimostrato dalla diversa decorazione presente nella parte dell’angolo a nord- est. Sulle pareti sono dipinte figure storiche e mitologiche con cui Pier Maria condivideva valori e virtù: Sansone ed Ercole, simboli della forza fisica, e Virgilio e Terenzio, simboli dell’importanza della cultura e dell’intelletto. 

La camera era così chiamata in virtù della decorazione a foglie d’oro che ricopriva le formelle in cotto che rivestono interamente la stanza. La decorazione non è oggi più presente perché all’inizio del XX secolo l’allora proprietario, Pietro Cacciaguerra, asportò l’oro e disperse tutti gli arredi originali. 

Sulle formelle sono presenti cinque motivi diversi: arabeschi intrecciati su uno sfondo di tralci di mirto, pianta sacra a Venere, dea dell’amore, creano un disegno a scacchiera lungo le pareti. 

A questi vengono alternati gli stemmi di Pier Maria (il leone rampante)e di Bianca (un castello sull’acqua tra due bordoni da pellegrino), una formella con due cuori sovrapposti sormontati dal motto in latino “digne et in aeternum” e un’altra dov’è rappresentata una M in stile gotico (lettera che per la grafica può ricordare le lettere M e B sovrapposte) con un nastro con la scritta “nunc et semper”, a celebrazione dell’amore di Bianca e Pier Maria. 

La decorazione della volta è considerata una delle più eleganti e complete rappresentazioni quattrocentesche dell’amor cortese ed è piuttosto insolita, poiché nelle stanze da letto dell’epoca si trovano quasi esclusivamente decorazioni di tipo religioso. Nelle quattro vele della volta a crociera è raffigurata Bianca, identificabile per la veste, il bastone, la conchiglia e le chiavi da pellegrina, per creare un gioco allusivo con il suo cognome, che attraversa uno ad uno tutti i luoghi in cui sorgono castelli del feudo rossiano in cerca dell’amato. 

Ognuna delle rocche e dei borghi è identificata con il nome, e ricreata con particolari realistici sia per quanto riguarda le strutture sia per l’ambientazione geografica. Nelle lunette laterali viene celebrato l’incontro dei due amanti attraverso quattro scene: nella lunetta est i due si ritrovano colpiti dai dardi di un Cupido bendato, simbolo dell’amore cieco; nella lunetta sud, secondo un rituale cavalleresco, Pier Maria dona la sua spada a Bianca, in segno di assoluta sottomissione; nella lunetta ovest Bianca fa dono all’amato di una corona d’alloro, simbolo di fedeltà e di elevazione morale. 

Nella lunetta nord, l’ultima del ciclo, vengono rappresentati Bianca e Pier Maria affiancati dai rispettivi castelli di Roccabianca e San Secondo, con al centro il Castello di Torrechiara, il loro nido d’amore. Dalla stanza si accede ad una loggia panoramica, realizzata fra il XVI e il XVII secolo, aperta sulla valle sottostante.
Un'altra veduta del Castello.

LEGGENDE - Come ogni castello che si rispetti, anche quello di Torrechiara ha una sua storia di fantasmi.

Una leggenda che si è tramandata, grazie alla tradizione orale, di generazione in generazione e di cui si parlava molto negli anni 60, dopo numerosi "avvistamenti".

Ma ancora oggi qualcuno giura di aver assistito alla comparsa di strane presenze, sempre nelle notti di luna piena, proprio allo scoccare della mezzanotte, quando il silenzio cala sull’imponente maniero fatto costruire a metà del Quattrocento da Pier Maria Rossi, signore di queste terre, e teatro del suo amore per Bianca Pellegrini, la giovanissima moglie di Melchiorre d’Arluna.

Un alone di mistero che è ovviamente proporzionato al fascino suscitato dal castello, uno dei più belli d’Italia. Tanto che non si tratterebbe di un solo fantasma, bensì addirittura di due, un uomo ed una donna. Lui, il fantasma più “visto”, quello che compare tradizionalmente nei racconti della gente del luogo, è proprio Pier Maria Rossi, l’uomo che ha fortemente voluto la costruzione del maniero e che li è morto.

Chi ha assistito alla sua comparsa racconta di averlo visto, nelle notti in cui il cielo è terso e si possono ammirare le stelle, davanti all’antico ingresso del castello, sul lato ovest, dove oggi c’è il bosco. 

Si tratterebbe di un Pier Maria Rossi anziano (morì, infatti di vecchiaia, quasi settantenne) e vestito in abiti civili d’epoca, senza la tradizionale armatura. Un fantasma triste e depresso, a volte piangente, che passeggia avanti e indietro fino al canto del gallo senza osare entrare nel maniero. A frenarlo sarebbero, infatti, i troppi ricordi del tempo felice trascorso a Torrechiara, la nostalgia per un passato, che non può rivivere.


C’è, invece, più mistero riguardo alla presenza femminile, che non è, come ci si aspetterebbe, Bianca Pellegrini. Secondo la tradizione entrambi gli amanti sarebbero stati sepolti nella chiesa di Torrechiara, ma sembra che nel Cinquecento le tombe siano state scoperchiate e non sia stato trovato nulla. Mentre Pier Maria Rossi sarebbe stato trasportato a San Secondo, si pensa che Bianca Pellegrini sia stata, invece, seppellita al di là del Po, nella tomba di famiglia ad Arluno, vicino a Milano.

Un particolare che non dice molto ai comuni mortali, ma che è utile agli esperti di fantasmi per escludere la possibilità che sia Bianca Pellegrini a mostrarsi al castello di Tottechiara: i fantasmi, infatti, non possono attraversare le acque. A ciò si aggiungerebbe il fatto che il fantasma in questione vestirebbe abiti che per il loro stile sono riconducibili al Seicento e che chi l’ ha vista apparire non ha notato una particolare somiglianza con la donna amata da Pier Maria Rossi.

Una donna, quindi, senza nome ma di straordinaria bellezza, che la leggenda vuole sia stata murata viva nelle cantine del castello per motivi a noi sconosciuti. Il suo fantasma si farebbe vedere nelle notti in cui la nebbia avvolge il maniero, comparendo nello spalto est, vicino al luogo in cui una volta sorgeva il "giardino delle dame", il luogo in cui le nobildonne si recavano per godersi il fresco e passeggiare.

Una presenza intrigante non solo per la sua bellezza, ma anche per la sua allegria ed esuberanza: si dice, infatti, che dia meravigliosi baci agli uomini che la incontrano.