Castello di Montechiarugolo
Montechiarugolo (Parma)
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Il castello di Montechiarugolo si erge sulla riva sinistra del torrente Enza, nella strategica posizione di confine tra il parmense ed il reggiano e poggia le fondamenta su un terrazzo naturale da cui deriva il toponimo del suo nome Monticulus Rivoli.

Era una fortezza praticamente inespugnabile per le armi del tempo, essendo dotato di un ampio fossato profondo una trentina di metri e largo altrettanto; il compito del fossato era di difendere il castello sui lati sud e ovest, essendo la fortezza già difesa sugli altri lati dal fiume Enza. Il fossato non ha mai contenuto acqua e la sua forza era data dalla profondità e dalla larghezza. Le mura sono coronate di merlature, caditoie e arcierie, e l'accesso era consentito da due ponti levatoi. Oggi i merli sono ancora visibili, ma sono ricoperti dal tetto che in origine non c'era e che è stato costruito nel tentativo di difendere il castello dagli agenti atmosferici. Inoltre le pareti della fortezza sono state studiate in modo da "resistere" alle nuove armi del periodo: i cannoni. Esse infatti in alcuni punti raggiungono spessori di 2.5 metri. 

Il mastio sovrasta il piccolo borgo, e proprio sul mastio sono visibili i segni delle varie ricostruzioni sia per la tecnica che per i diversi materiali usati. La visita inizia del cortile interno del castello, oggi arredato di aiuole e palle di cannone, ma che in tempi passati era abbellito con statue di autori parmigiani.

Nato come un avamposto militare della famiglia Sanvitale il feudo di Montechiarugolo fa risalire le sue origini all’inizio del XIV secolo. Le fonti documentarie certificano che nel 1313 Giovannino Sanvitale, insieme ad altri feudatari, si ribella alla guelfa signoria di Parma, passando a sostenere la fazione ghibellina.

E’ così che una sostanziosa armata capeggiata da Gilberto da Correggio, signore di Parma, si mette in marcia alla volta di Montechiarugolo, ponendo l’assedio e conquistando il fortilizio.

Finita la signoria dei da Correggio a Parma arrivano i Rossi che la consegnano al papato.

Dopo alterne vicende nel 1348 la città di Parma viene a cadere sotto l’influenza dei Visconti di Milano, le sorti si legano così al casato visconteo per circa duecento anni. Nel 1371 sono gli stessi Visconti che alla ricerca di un avamposto militare verso Reggio arrivano a Montechiarugolo. Il Duca di Milano Gian Maria Visconti, per suggerimento di Ottobono Terzi capitano dell’esercito milanese, dona il feudo di Montechiarugolo insieme a quello di Guastalla a Guido Torelli, uno dei migliori condottieri dell’armata viscontea.

La considerazione goduta dal Torelli presso la corte milanese è altresì certificata dal suo matrimonio con Orsina Visconti, cugina dei duchi lombardi.

L’atto di infeudazione data al 3 ottobre 1406 e proprio a Guido, primo vero signore di Montechiarugolo, si deve la trasformazione della fortezza trecentesca in quella che lo storico cinquecentesco Bonaventura Angeli definisce come “una rocca per quei tempi reputata fortissima e inespugnabile fabbrica”.

Alla morte di Guido Torelli nel 1449 i figli Cristoforo e Pietro Guido si spartiscono i territori paterni e da questo momento in poi si separa per sempre il destino del feudo di Montechiarugolo, acquisito da Cristoforo da quello di Guastalla rimasto al fratello Pietro Guido.

I figli di Cristoforo sono tutti uomini d’armi e tra di essi si distingue soprattutto Marsilio che ha con Milano un rapporto continuo e privilegiato: attestato anche dal matrimonio del figlio di Marsilio, Francesco, con Damigella Trivulzio. Nel conflitto che dal 1499 vede contrapposti Luigi II di Francia e Ludovico il Moro il feudo di Montechiarugolo per tradizione legato alla dinastia milanese subisce quello che può essere definito il suo maggiore assedio. Il 1° giugno del 1500 il castello fu rovinosamente bombardato e saccheggiato e così pure il borgo.

Nel 1512 Parma passa definitivamente sotto l’influenza del Papato e Paolo III, Alessandro Farnese, crea per il figlio Pier Luigi il Ducato di Parma e Piacenza.

Nel 1539 nasce da Adriano e Beatrice, figlia di Pico della Mirandola, Pomponio  Torelli che a differenza degli antenati non sarà un uomo d’armi, ma si dedicherà con passione agli studi umanistici, anche grazie all’influenza della colta madre. Diventa infatti presto uno stimato letterato e scrive tragedie di matrice classica (La Merope, Il Tancredi, La Galatea, La Vittoria e Il Polidoro), poesie e rime amorose. Nel 1583 assume il ruolo di precettore di Ranuccio, figlio di Alessandro Farnese e questo naturalmente aumenta la considerazione della famiglia Torelli presso la corte ducale. Gli anni della signoria di Pomponio sono quelli che maggiormente caratterizzano l’aspetto attuale del castello nel suo impianto decorativo e di residenza gentilizia.

Nel 1608  muore Pomponio e dopo pochi anni ha termine anche la signoria dei Torelli su Montechiarugolo, ne è causa quella che va sotto il nome di “congiura dei feudatari”. Già dal 1606 il duca di Parma Ranuccio aveva privato la nobiltà parmigiana di alcuni importanti privilegi, ma nella primavera del 1611 si scatena una vera e propria caccia alle streghe che coinvolge tutti i più importanti feudatari della provincia di Parma. L’ipotesi della congiura si basa su una testimonianza estorta con la tortura a un servitore di Alfonso Sanvitale, signore di Fontanellato, che ammette una presunta congiura ai danni del duca da parte dei feudatari del contado.

Le indagini portano all’arresto di altri Sanvitale e vari nobili, fra i quali Barbara Sanseverino e il marito Orazio Simonetta, e anche Pio Torelli, figlio di Pomponio, che tanta considerazione aveva avuto presso la corte ducale. Sottomessi a crudeli torture i prigionieri ammettono la colpa: si erano accordati per uccidere il duca e la sua famiglia durante una funzione religiosa o mentre i signori erano in vacanza fuori città. Dagli atti stessi c’è da farsi l’opinione che si trattasse di una montatura, ben orchestrata se non proprio inventata da Ranuccio Farnese, per mettere le mani sui feudi degli incriminati. 

Il 4 maggio 1612 il giudice Filiberto Piosasco, severissimo inquisitore della causa, pronuncia la sentenza di colpevolezza per tutti gli imputati, colpevoli di lesa maestà, quindi condannati alla confisca dei beni, e a essere decapitati e appesi squartati. Il duca conferma la sentenza di morte. 

Decapitato il conte Pio Torelli il castello viene espropriato e affidato allo Stato. Usato come magazzino alimentare, divenne poi proprietà dell'Imperatrice Maria Luigia d'Austria (moglie di Napoleone) che lo trasformò in magazzino di materiali bellici e così restò anche nel corso delle guerre mondiali pur appartenendo alla famiglia Marchi dal 1870. 

Le successive vicende del castello si legano a quelle del ducato farnesiano: estintasi la dinastia Farnese con l’ultimo discendente maschio Antonio, l’eredità spetta a Don Carlo di Borbone, primogenito di Elisabetta Farnese e di Filippo V di Spagna.

In questo periodo vi è un importante cambiamento nella destinazione d’uso del complesso che purtroppo avrà amare conseguenze sia per l’aspetto architettonico che decorativo del castello. All’interno dell’imponente edificio viene collocata la fabbrica delle polveri ardenti, cioè un deposito per la lavorazione di zolfo, carbone e salnitro destinati alla produzione di polvere pirica; un utilizzo delle sale del castello che per esempio è alla base del degrado di parte dell’impianto decorativo del salone delle feste.

Con l’annessione del Ducato di Parma al nuovo Regno d’Italia, il castello di Montechiarugolo diventa proprietà dello stato che lo mette in vendita e nel 1864 viene acquistato da Antonio Marchi. La famiglia Marchi è ancora oggi proprietaria del castello.

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Gli interni

In contrasto con le severe mura esterne, varcata la soglia delle sale di rappresentanza, ci si trova immersi in un delicato mondo rinascimentale.

L’impronta gentilizia di questi saloni si deve soprattutto alla volontà di Pomponio Torelli (1539-1608); raffinato umanista, colto letterato, amante della poesia e della pittura, fu senz’altro il  principale ispiratore dei cicli pittorici contenuti nel castello.

IL SALONE DELLE FESTE - La prima sala visitabile è una rassegna di tutti i più illustri membri della famiglia Torelli. Alle pareti infatti sono appesi i ritratti di duchi, conti, e persino papi imparentati con la famiglia, mentre sul soffitto, in buona parte danneggiati dagli anni passati come magazzino, sono presenti tre grandi stemmi, quello di Papa Pio V, prozio di Isabella Bonelli, moglie di Pomponio Torelli, quello del Cardinale Agostino Trivulzio e quello del Cardinale Michele Monelli, anch’essi imparentati con la casata dei Torelli.

Sui lunettoni e sulle volte delle pareti del lato settentrionale si sviluppa un ciclo di affreschi a grottesche e girali vegetali, inquadranti nelle vele cartigli con monocromi che raffigurano esili e allungate figure femminili distese. Nei lunettoni sono anche 

La decorazione, tipicamente tardo cinquecentesca nel repertorio ornamentale e nell’impaginazione è senz’altro databile alla seconda metà del XVI secolo. Tutto il ciclo decorativo è stato realizzato dalla scuola del Baglione.

LA CAMERA ANTICA - Si tratta senz’altro della più significativa testimonianza della colta commissione pittorica voluta da Pomponio Torelli: sulla volta e sui lunettoni si svolge uno splendido ciclo pittorico, molto ricco sia dal punto formale che iconografico.

Otto grandi figure allegoriche di ampio impatto pittorico spiccano tra la volta a crociera e le quattro vele laterali. Attorno a queste si dispongono contorti putti monocromi, mentre grandi figure di angeli cariatidi, ancora a monocromo, si addossano ai costoloni.

Il significato delle immagini, così come l’autore, stanno ancora oggi interessando esperti e studiosi e le ipotesi di attribuzione sono aperte.

LA SALA DEI QUATTRO ELEMENTI O DELLE SIRENE - In questa sala sono conservate quattro grandi tele a tempera eseguite da Domenico Muzzi nella seconda metà del Settecento e raffiguranti L’Acqua, l’Aria, la Terra e il Fuoco.

Questo  pittore, già professore nella rinomata Accademia di Parma, fu nel Settecento attivo presso la corte di Filippo di Borbone. Le tele provengono infatti dalla Reggia di Colorno e furono acquistate alla fine dell’Ottocento da Antonio Marchi antenato degli attuali proprietari, così come il raro modellino ligneo raffigurante un tempietto d’arcadia da attribuire a Ennemond-Alexandre Petitot, realizzato nel 1769 in legno dipinto e metallo.

Sul lato orientale della parete è interessante notare il frammento del ciclo pittorico cinquecentesco originale della sala raffigurante una nave. Si pensa, visto che da un antico inventario questa sala viene identificata come “Camarono delle serene e del galeone”, che l’immagine sia da riferirsi all’episodio omerico di Ulisse e le sirene.

LA CAMERA DI MEZZO - L’affresco visibile in quella che gli antichi inventari definiscono come la camera di meggio, è forse il capolavoro pittorico del castello. Nella profonda strombatura della finestra aperta sul loggiato sono dipinte le figure dell’Arcangelo Gabriele a sinistra e della Vergine a destra.

Si tratta di immagini di altissima raffinatezza esecutiva che inseriscono a pieno titolo l’affresco di Montechiarugolo, nella schiera periferica del tardo gotico lombardo ad opera di un abile seguace di Michelino da Besozzo.

IL LOGGIATO - Accessibile da tutte le quattro grandi sale disposte lungo il lato orientale del castello, l’incantevole loggia affrescata esisteva probabilmente già ai tempi di Guido Torelli.

Oltre a una magnifica vista sul parco dell’Enza, vi si può ammirare un vivace ciclo decorativo di fattura quattrocentesca, magistralmente restaurato.

La loggia è sostenuta da robusti beccatelli in pietra ed è coperta da un tetto ad una falda con soffitto a travetti lignei decorati che poggia su delicate colonnine in arenaria.

LE ISCRIZIONI - La parete della loggia è decorata con motivi a losanghe entro cui serpeggia il biscione visconteo. Il recente restauro oltre a riportare a nuova vita, attraverso un abile operazione di pulitura, i vivaci colori quattrocenteschi, ha reso possibile rileggere ampie parti di un vero e proprio diario storico degli avvenimenti avvenuti in loco.

Queste iscrizioni offrono un suggestivo panorama attraverso i secoli della vita alla corte dei Torelli. Si legge per esempio che il 10 ottobre del 1491 Barbara Torelli partì da Montechiarugolo alla volta di Pisa per andare in sposa ad Ercole Bentivoglio. L’evento poterebbe far pensare all’inizio di una vita felice, ma la sorte le fu avversa. Si separò dal marito ed alla morte di questi si unì in matrimonio ad Ercole Strozzi, stimato poeta della corte ferrarese. Tredici giorni dopo il loro matrimonio Ercole fu inspiegabilmente ucciso. Profondamente colpita, sfogò la sua tristezza in un sonetto ritenuto tra i più belli del Rinascimento italiano.

Molto suggestiva è anche l’iscrizione che testimonia il passaggio nel 1594 del Duca Ranuccio Farnese “alla caccia del cinghiale nei boschi di Motechiarugolo”. Di lì a poco il duca di Parma avrebbe accusato Pio Torelli, figlio del suo precettore Pomponio, di aver congiurato contro di lui condannandolo a morte (1612).

STANZA DA LETTO - Probabilmente in passato era lo studio di Pomponio. Il soffitto a crociera mostra negli spicchi le quattro attività dell'uomo ovvero la pesca (a est), la guerra (a sud), la pastorizia (a ovest) e la coltura (a nord). Sulle pareti, invece sono riportate le quattro ore del giorno: a est l'alba con un fanciullo con uno specchio che riflette il sole e un gallo che canta, a sud il giorno con un uomo che miete il raccolto, a ovest il tramonto con un vecchio che tiene in mano una clessidra nel quale è quasi scesa tutta la sabbia, infine, a nord, la sera rappresentata con una donna che dorme accerchiata da una cicogna, da un piccolo putto con un setaccio dal quale scende oro, e una civetta. 

Gli autori di tutti gli affreschi nelle sale del palazzo non sono ancora conosciuti con certezza, ma si ritiene che siano artisti parmigiani ispirati dalla scuola del Correggio, del Romano e del Paganino. 

Il mobilio nella stanza presenta un piccolo letto, una culla, e un ricco armadio settecentesco in stile barocco. Lungo le pareti, prima dell' inizio degli affreschi, si trova una copertura in legno proveniente, probabilmente, dalla sagrestia della vecchia chiesa del paese. 

I CAMMINAMENTI - Molto suggestivi e ben conservati, anche se per il momento ancora preclusi al pubblico, sono i camminamenti di ronda coperti.

Percorrere la ronda del castello rende possibile comprendere lo sviluppo del ‘mestiere delle armi’ nel corso dei secoli. La rocca era ritenuta inespugnabile grazie alla presenza di una prima cinta di mura, con baluardi angolari, situata attorno al paese, a un secondo sbarramento  in corrispondenza degli accessi all’area esterna del castello(dove si rifugiavano i cittadini in caso di pericolo) ed alle mura della rocca stessa, coronate dai tipici merli Ghibellini, corredate di beccatelli con caditoie, arciere e archibugiere.

Già nella seconda metà del XV secolo, in seguito all’avvento dell’artiglieria, furono apportate alcune trasformazioni strettamente legate ai sistemi di difesa, quali l’introduzione delle cannoniere ad ampia svasatura nei rivellini e nei baluardi, a protezione dei ponti levatoi. Sono forse riconducibili a questo periodo anche le feritoie tonde, realizzate con mattoni sagomati, che si trovano in alcune parti del coronamento a livello delle merlature, che servivano a posizionare sugli spalti le piccole artiglierie.

IL CASTELLAZZO - Nel cortile centrale si accede dal lato nord al Castellazzo, ampio giardino, collegato tramite un piccolo ponte in cotto, costruito in sostituzione all’originale levatoio.

Si tratta di un luogo suggestivo e raccolto, dove nei mesi primaverili si possono ammirare delle splendide fioriture di rose e peonie. Dall’alto del bastione, antica postazione di avvistamento sul lato settentrionale del Castellazzo, la vista abbraccia il sottostante Parco del torrente Enza, confine naturale tra il parmense e il reggiano.

IL GIARDINO - Visitando il castello nei mesi primaverili e durante l’estate è possibile ammirare una splendida fioritura di peonie e rose. Attraversato il cancello d’ingresso si accede ad un primo giardino bordato da siepi di bosso all’italiana.

Sullo sfondo di ogni prospettiva spiccano eleganti statue settecentesche provenienti dalla reggia di Colorno.

IL CORTILE D'ONORE - Il cortile centrale, al quale si accede tramite un ponte in muratura che ha sostituito il ponte levatoio, è caratterizzato da un porticato con colonne in cotto poligonali e capitelli a foglia di loto.

Qui il ricordo degli assalti convive con quello della raffinata vita di corte come testimoniano da un lato le antiche palle di cannone rinvenute nel fossato e dall’altro le due eleganti statue settecentesche provenienti da Colorno.

Dal cortile, che doveva servire in origine per la raccolta e il movimento dei soldati, si accede al piccolo cortile del pozzo e alla torre quadrata. Quest’ultima, situata sul lato occidentale del cortile, è orientata secondo i punti cardinali a controllare la strada di accesso al borgo.

La leggenda della Fata Bema

Come ogni castello che si rispetti anche quello di Montechiarugolo ha il suo fantasma, quello della Fata Bema. 

Era il 13 dicembre 1593, giorno di Santa Lucia ed il paese di Montechiarugolo (Parma) era in festa: per la celebre santa si teneva infatti una fiera, con saltimbanchi, giocolieri e ghiottonerie d’ogni sorta, e al castello il conte Pomponio Torelli aveva invitato il duca di Parma, Ranuccio da Farnese, ed un gruppo di signorotti locali, nell’illusione di poter stipulare una specie d’alleanza.

Il castello, costituito Contea autonoma nel 1428, non aveva ancora perso del tutto l’aspetto di fortezza che gli aveva impresso il capostipite della casata: Guido Torelli, condottiero dei Visconti, a cui nel 1406 era stato concesso in feudo tutto il territorio di Montechiarugolo, ma anche Monticelli, Basilicanova, Martorano, Marano e Tortiano; in quest’occasione anche il paese era stato dotato di una spessa cinta muraria, che ne aveva potenziato notevolmente le capacità difensive. 

Ora il palazzo, con le sue mura spesse cinque metri e le rare finestre, era tuttavia sapientemente affrescato da un pittore cinquecentesco sensibile al Correggio ed a Giulio Romano, mentre sulle pareti secondarie si leggevano ancora disegni più antichi, coi simboli dei Torelli, un falco ad ali spiegate, un leone rampante con una fiamma a stella rossa, donato da Giovanna, regina di Napoli, il “biscione” dei Visconti ed il cammello dei Borromeo, c’era infine una splendida biblioteca, un alto cortile interno trasformato sapientemente in giardino ed un prestigioso loggiato, da cui si potevano ammirare il torrente Enza e gli Appennini coperti di neve.

Isabella Bonelli, nipote di papa Pio V, non era felicissima di quel matrimonio con un intellettuale, che aveva poco tempo per lei e la teneva fatalmente lontana da Roma. Pomponio infatti aveva studiato all’Università di Padova e nel 1568, quando si era trovato improvvisamente, per la morte dei fratelli, unico feudatario di Montechiarugolo, aveva trasformato la nobil dimora nel proprio spazio. Si diceva che nell’ampia dimora i coniugi avessero ormai appartamenti separati. Dunque anche per lei l’arrivo di una “nobile compagnia” era finalmente l’occasione d’evadere dal quotidiano e di brillare un po’ come castellana raffinata ed ineccepibile.

Approfittando di un’occhiata di sole il gruppo decise addirittura di fare una piccola sortita a cavallo ed il figlio dei padroni di casa, Pio Torelli, che a quei tempi era poco più che un fanciullo, si spinse fino alla fiera, attirato da una splendida fanciulla di nome Bema. Nata e cresciuta a Cernobbio, in provincia di Como, la ragazza aveva nobili origini, ma quando era ancora giovanissima la sua famiglia cadde in disgrazia. Le rimase accanto solo il fedele servitore Max che iniziò a girare per l’Italia come saltimbanco, seguendolo da un paese all’altro la fanciulla si dedicò allo studio della divinazione e ben presto divenne un’indovina infallibile e molto nota: – Bella fata – l’apostrofò dunque lieto il ragazzo – che cosa vedi nel mio futuro? –

La donna cadde in trance e con diciott’anni d’anticipo vide la catastrofe: – Vedo un lago di sangue, su cui galleggiano nobili teste e vedo anche il capo di questo bambino nel sangue, come quello delle dame presenti. 

Tutti presero la cosa come uno scherzo ma nessuno dei presenti sapeva che il duca Ranuccio, tormentato da un’orribile forma d’epilessia, aveva un vero terrore per tutto ciò che riguardava l’occulto, tanto da fare espressamente fatto voto alla Vergine, di sterminare tutte le streghe dal paese. Inutile dire che ordinò immediatamente l’arresto della ragazza e la sua reclusione nel carcere della Rocchetta (famosa prigione nel cuore di Parma). 

La Bema riuscì a fuggire grazie all'aiuto del fedele Max, e insieme scapparono dalla città verso il confine con Montecchio e gli Estensi, ma proprio mentre attraversavano il ponte, lei volle tornare in quel castello dove era stata arrestata, così chiese aiuto al conte Pomponio che non gli negò nulla. 

Fu chiesto al Duca Ranuccio di concedere alla Bema la grazia, e così fece a patto che non lasciasse il feudo di Montechiarugolo. Così la Bema si trasferì nel castello e divenne quasi della famiglia per Pomponio e Pio. In questi anni s’innamorò perdutamente del giovane Pio, si dice ricambiata, ma non volle mai nemmeno parlare dei propri sentimenti, perché sapeva di non essere certo un partito desiderabile per tale signore! 

Così Pio si mise al servizio del Duca Ranuccio e si trasferì a Parma. La vita nel castello era felice e serena, ma molte cose dovevano ancora succedere. Ranuccio, infatti, voleva impadronirsi dei beni dei nobili del ducato e così li accusò tutti di complotto, facendo arrestare più di cento persone, tra queste persone anche Pio. Quando la Bema lo seppe decise di farlo evadere come era evasa lei per portarlo in salvo. Il piano funzionò, anche grazie all'aiuto di Max, e i tre tornarono al castello. 

Sicuramente Ranuccio lo stava già cercando e così si decise di mandare Pio oltre il confine, a Montecchio, in modo da tenerlo al sicuro e comunque vicino a casa. Ma mentre attraversava il ponte con Max, fu raggiunto dalle guardie di Ranuccio che lo riportarono alla Rocchetta e uccisero Max. A questo punto la Bema non poteva più fare nulla per il suo amato. Il conte Pio Torello fu giustiziato in Piazza Grande (attuale piazza Garibaldi), a Parma il 19 maggio del 1612 realizzando la profezia della Bema del lago di sangue e delle testa nobili. 

Da allora al castello rimase solo la Bema che fu sempre beneamata dagli abitanti perché gentile e premurosa con tutti. Gli anni passarono e lei divenne vecchia, fino a che un giorno scomparve senza lasciare traccia. La leggenda vuole che la Bema amasse troppo il castello e Montechiarugolo per abbandonarli anche da morta, e che la mummia trovata nelle profondità del palazzo sia la sua e che al momento del ritrovamento un messaggio vicino dicesse: "Della Bema questo è il corpo, chi felice viver vuole non lo tolga dal suo letto". 

Le leggende prevedono anche che tutte le volte che si sia cercato di spostare la mummia da Montechiarugolo, ci siano state inondazioni, terremoti e cataclismi. Sempre secondo le leggende, nella notte tra il 18 e il 19 maggio (data della morte di Pio), il fantasma della Bema si aggiri per il castello e salga sul mastio guardando verso Parma, perché lei non poteva uscire dal feudo per raggiungere il suo amato.