Rocca Sanvitale
Fontanellato (Parma)
  Video  Video 2

Fontanellato deriva il suo nome da "Fontana Lata", che richiama la ricchezza delle acque "risorgive", sorgenti naturali tipiche della bassa padana. L'uomo era presente in queste zone già all'età del bronzo (1800 a.C.). Dopo il 1000 iniziò il processo di graduale sviluppo economico del centro urbano che, dal primitivo castello, si estese a ciò che possiamo vedere nell'attuale borgo, senza incisivi sconvolgimenti. Il centro storico veniva salvaguardato da un esteso fossato esterno, al cui posto oggi si snoda la circonvallazione.

La rocca si erge, incantevole, al centro del borgo, circondata da ampio fossato d"acqua, e racchiude, perla preziosa, uno dei capolavori del manierismo italiano, la saletta dipinta dal Parmigianino nel 1524 con il mito di Diana e Atteone. Ancora intatto è l'appartamento nobile dei Sanvitale, conti che la tennero sino al 1948, con mobili e suppellettili del Cinque, Sei, Sette e Ottocento, i ritratti di diversi esponenti della famiglia, affreschi e quadri di Felice Boselli. E, come i castellani di un tempo, dalla "Camera ottica", grazie ad un ingegnoso sistema di lenti e di prismi, si può ancora curiosare, stando segretamente nascosti, sulla vita della piazza.

La Rocca di Fontanellato è conosciuta anche come Rocca Sanvitale. I Sanvitale infatti risultano possessori del territorio di Fontanellato dal 1378 e fecero costruire la parte più antica del castello, la torre quadrata posta a nord, probabilmente, dopo il 1386 e completarono la cinta muraria prima del '400. Nell'ottobre del 1404 ai fratelli Gilberto e Gian Martino Sanvitale venne concessa da Gian Maria Sforza, duca di Milano, la separazione dal Comune di Parma e l'erezione in Contea dei territori dei loro feudi fra i quali era Fontanellato. A Gian Martino e Gilberto successero Angelo e Stefano.

Alla morte di Jacopo Antonio (figlio di Stefano-1511) restarono eredi delle proprietà Gian Francesco e Galeazzo che sposerà nel 1516 Paola Gonzaga figlia del Marchese di Sabbioneta.

I Sanvitale, si schierarono, dopo la caduta di Ludovico il Moro, a favore del Re di Francia.

Galeazzo che fu il committente al Parmigianino dell'affresco della saletta detta oggi di Diana e Atteone (1523-24), giurò fedeltà a Pier Luigi Farnese nel 1545, resisté, dopo l'uccisione del Duca, alle armate imperiali di Ferrante Gonzaga e si legò ad Ottavio Farnese.

Mentre Ottavio Farnese riconobbe come imperiale il proprio ducato e divenne sostenitore dell'egemonia spagnola in italia, i Sanvitale, contrari alla sua politica, si staccarono dai Farnese e si ritirarono nei propri possessi. Furono, nonostante ciò, coinvolti nella presunta congiura del 1611-12 in cui persero la vita Barbara Sanseverino, che aveva sposato in prime nozze Giberto Sanvitale, suo figlio Girolamo e Alfonso. Della nobile famiglia si ricordano inoltre Jacopo Antonio III che fu, con il poeta Carlo Innocenzo Frugoni, il fondatore dell'Arcadia Parmense, Fortuniano che pubblicò diverse opere letterarie e Alessandro che nel 1803 fondò ospizi di educazione e di avviamento professionale per maschi e femmine.

Luigi, sposo di Albertina Montenovo, figlia di Maria Luigia d'Austria duchessa di Parma, abbracciò apertamente la causa nazionale e subì l'esilio ed il sequestro dei beni.

Seguì Alberto e infine il Conte Giovanni che vendette il Castello al Comune di Fontanellato nel 1948.

Rocca5.jpg (73907 byte)   Rocca6.jpg (95257 byte)

Rocca4.jpg (777574 byte)   Cortile.jpg (770388 byte)

La rocca Sanvitale fu eretta nel secolo XV su un edificio preesistente del secolo XII e sottoposta a successivi restauri ed aggiunte.

L'edificio ha pianta quadrata con muri merlati e quattro torri ai vertici, tre circolari ed una quadrata. È circondato da un ampio fossato alimentato un tempo dall'acqua prodotta da una risorgiva. 

L'entrata sul cortile interno avviene attraverso un ponte levatoio. Annessa alla rocca ma esterni ad essa sono le scuderie e il giardino botanico. Fu proprietà della famiglia Sanvitale fino al 1951.

La cinta esterna venne eretta, a partire dal torrione quadrato posto a nord - che in origine era molto più alto - probabilmente dopo il 1386 e completata su pianta quadrata prima della metà del ‘400.

Originaria, seppur restaurata, la quattrocentesca scala a volte che conduce alla loggia superiore, così come originario è il porticato che al piano terra si sviluppa sul lato nord-est. Le finestre ogivali che si aprono su tre lati del cortile sono di gusto tardogotico.

Le stanze, con arredi e decorazioni di vari periodi tra il '600 e l'800, sono state destinate a museo. È presente una esposizione di armi e cimeli della famiglia Sanvitale. L'opera più famosa presente all'interno dell'edificio è l'affresco che rappresenta Diana e Atteo dipinto nel 1523-1524 dal Parmigianino per il conte Galeazzo Sanvitale e sua moglie, Paola Gonzaga.

In una delle torri è installata una suggestiva curiosità: si tratta di una camera ottica costruita nel secolo XIX che, attraverso un sistema di specchi, riflette l'immagine della piazza antistante su uno schermo.

OROLOGIO DELLA TORRE - I castelli di solito non hanno orologi sulle loro torri. Sul mastio della Rocca di Fontanellato fa comunque bella mostra di sé un orologio da torre che, restaurato e rimesso in funzione nel 1997, rivela la funzione civica che ha svolto in relazione al ruolo politico della famiglia Sanvitale nel territorio.
  
Collocato sul mastio, ha due quadranti, uno interno ed uno esterno ad una sola lancetta e scandisce il tempo con il suono di tre diverse campane.   

Sul grande quadrante dipinto sul muro del mastio le 12 ore sono indicate in numeri romani, le mezz'ore con lance gigliate e i quarti con linee semplici. Il movimento della "solare" lancetta dorata determina il rintocco delle campane:  

- la prima campana suona i quarti: un tocco ai 15 minuti, due ai 30, tre ai 45, quattro ai 58 minuti i ogni ora;

- la seconda campana suona l'ora che sta passando, ma ha solo sei tocchi per cui al mattino (dalle 7 alle 12) e alla sera (dalle 19 alle 24) bisogna aggiungere mentalmente 6 (inoltre ai tre quarti interviene la terza campana che aggiunge l'ora che verrà con lo stesso meccanismo);

- la terza campana suona l'ora al tocco da 1 a 12 per i due cicli del dì e della notte.

SALA DEI SANVITALE - Vi si conservano i ritratti dei membri della famiglia Sanvitale dalla fine del 1600 alla seconda metà del 1700. Il capolavoro è il ritratto del conte Jacopo Antonio Sanvitale (nelle vesti di Eaco Panellenio) realizzato dal celebre pittore Giuseppe Baldrighi. Il conte è in costume di Arcade (ossia di pastore) perché fu nel 1739 il fondatore dell'Arcadia parmense. Ai lati i due quadri ovali sono i ritratti di suo padre conte Luigi III Sanvitale e di sua madre Corona Avogadro di Vercelli realizzati dal celebre pittore Giovanni Maria delle Piane detto il Molinaretto (inizio 1700).

SALA DEI FARNESE - Sono esposti i ritratti degli ultimi esponenti della famiglia Farnese duchi di Parma dal 1545 al 1731. Importante è il ritratto di Elisabetta Farnese, ultima esponente della famiglia che nel 1714 sposò Filippo V di Borbone re di Spagna (il ritratto di Elisabetta con la corona imperiale al fianco venne realizzato in occasione del suo matrimonio da Giovanni Maria delle Piane detto il Molinaretto). 

Alla morte di suo zio Antonio Farnese Elisabetta ereditò il ducato di Parma e Piacenza lasciandolo al suo secondo figlio maschio Don Filippo di Borbone  dando inizio alla dinastia dei Borbone Parma.

   

SALA DEI QUADRI RELIGIOSI - Vi sono conservati diversi quadri religiosi. Da segnalare il grande quadro delle tre virtù teologali viste come adulte che ammaestrano le quattro virtù cardinali bambine. Opera di Giovan Francesco Nuvolone databile al 1630 circa. 

Una Madonna col Bambino e santi opera di allievi molto vicini a Michelangelo Anselmi, databile dopo il 1527. Un'altra Madonna col Bambino e santi, una delle prime opere del fiammingo Jean Sons giunto dall' Olanda a Parma nel 1575.  

SALA DI PASSAGGIO - E' qui conservato un grande quadro opera di Bartolomeo Schedoni, un pittore che venne chiamato "il Caravaggio di Modena" perché dipingeva con forti contrasti chiaroscurali, ma soprattutto perché ebbe una vita simile a quella di Caravaggio; infatti morì suicida a soli 37 anni nel 1615, dopo una notte in cui aveva perso una cifra colossale al gioco d'azzardo. Il quadro raffigurante l' ultima cena proviene dalla chiesa dei Cappuccini di Fontevivo dove lo Schedoni lavorò dal 1608 al 1611.

SALA DELLE DONNE EQUILIBRISTE - La sala delle Donne Equilibriste era l'antica taverna del castello e veniva utilizzata dai Conti e dai loro amici dopo le battute di caccia. E' stata dipinta alla maniera di Cesare Cesariano verso il 1512. Le pareti della sala sono interamente decorate da un fregio monocromo con Amorini che sorreggono un cartiglio e satiro che soffia nella siringa: l'effetto è particolarmente suggestivo per il tratto rustico ma efficace della realizzazione pittorica. Tra le colonne corinzie che reggono il fregio, è teso un filo sul quale si adagiano figure femminili, che hanno dato nome alla sala.

   

SALA DELLE GROTTESCHE - La Sala delle Grottesche è posta nel torrione d’angolo e ricopre l’area più antica del castello risalente al 1122. La volta del soffitto è stata completamente ridipinta dai pittori Giovanni Gaibazzi e Giuseppe Bossi nel 1861.  

SALA DEGLI AMORINI - E' un piccolo ambiente in cui compare la scritta "Regina cieli laetare quia meruisti portare" , che è un' antifona del tempo ordinario pasquale. Per molti anni venne considerata la cappella del primo '500 (gli affreschi sono analoghi a quelli della sala delle donne equilibriste). Oggi gli studiosi di questa stanza, guardando la raffigurazione al centro del soffitto, pensano che potesse essere il gabinetto alchemico di Galeazzo, ai suoi tempi famoso alchimista.

SALA DEL TEATRINO - Domina la sala il teatrino delle marionette di Albertina del Montenovo, figlia di Maria Luisa d' Austria, databile al 1820-25. Albertina morì di pleurite nel 1867 a 50 anni e lasciò il teatrino all'asilo infantile di Fontanellato dove rimase sino al 1959 quando venne acquistato dal Comune.

SALA DELLE MAPPE - Vi è esposta una parte delle 288 mappe che l'ultimo conte Giovanni Sanvitale regalò all'allora sindaco Pompeo Piazza pochi mesi dopo la vendita del castello al Comune. Le mappe rappresentano i sistemi di irrigazione, i canali, i mulini, le terre ed in particolare le coltivazioni delle terre dei Sanvitale. 

La maggior parte di queste mappe sono databili alla seconda metà del 1700. Sopra le mappe si trovano (conservate in quadretti) le 30 litografie che il pittore Alberto Pasini realizzò verso il 1850 e rappresentano castelli delle province di Parma, Piacenza e Lunigiana. In una vetrina a muro è conservata gran parte degli oggetti che vennero recuperati nel fossato della rocca dopo il suo prosciugamento.  

   

GIARDINO PENSILE - Il giardino pensile è stato ottenuto da una ristrutturazione operata da Luigi Sanvitale a metà degli anni trenta del XIX sec. con l’abbattimento di una parte di un edificio preesistente, per cui nell’antico terraglio si è ricavato uno spazio per passeggiare, contemplare il paesaggio, conversare amabilmente con gli ospiti e godere del rapporto con la natura seppur artificiosa com’è quella di un giardino.

CAMERA OTTICA - La camera ottica è posta nella torricella che chiude il giardino pensile verso sud. Un tempo questa torretta - più alta - era una prigione a più piani. Entrati nell'antica segreta e chiusa la porta, oggi, si viene avvolti da una spessa ombra, da densi odori salmastri da grotta.

All'interno, su di uno schermo concavo si formano delle immagini che, si viene lentamente scoprendo, appartengono al mondo vivo e mutevole di coloro che percorrono la piazza. Il raggio di luce, filtrato attraverso un sapiente gioco di prismi, proietta immagini sullo schermo come se attraversassero i muri. Non si tratta di un artificio inventato dai Sanvitale per spiare i loro sudditi, ma piuttosto di un gioco di società della fine del secolo scorso, indice dei progressi della scienza dell'epoca. 

La saletta di Diana e Atteone

La sala del Parmigianino è il gioiello più prezioso della Rocca Sanvitale di Fontanellato. E' costituita dalla "saletta di Diana e Atteone", affrescata nel 1524 da Francesco Mazzola, detto il Parmigianino (Parma 1508 - Casalmaggiore 1540), uno dei maggiori maestri del manierismo italiano.

All'inizio degli anni '20 del XVI secolo il giovane Francesco Mazzola, meglio noto come Parmigianino, riceveva committenza dai Sanvitale, una famiglia di nobili proprietaria di un castello a Fontanellato (la Rocca) per affrescare un sala del castello.

Una conferma che possiamo avere del potere della famiglia Sanvitale e della sua fama riconosciuta è dimostrato dal matrimonio tra l'allora conte Galeazzo e Paola Gonzaga, sorella della più celebre Giulia, vedova di Vespasiano Colonna e contessa di Sabbioneta. I due nel 1523 ebbero un figlio maschio, di cui però i documenti tacciono e dopo un anno non se ne sente parlare più. Pare evidente la morte prematura del piccolo Sanvitale.

Il Parmigianino trova pertanto una situazione ancora scossa al suo arrivo a Fontanellato. La commissione assegnatagli prevedeva la realizzazione degli affreschi nella volta e sulle pareti di una piccola saletta di forma rettangolare. La decorazione lascia libera solo la zona inferiore delle pareti, forse originariamente coperte da arazzi.

Parmigianino immagina la volta come una sorta di cripta-gazebo con un pergolato sostenuto da canne tra cui spiccano dodici putti che offrono ghirlande, fiori e frutta. Tale tipo di volta non può non ricordare la camera della badessa Giovanna Piacenza, affrescata dal Correggio nel 1522.

E' infatti il Correggio il referente più diretto del Francesco Mazzola, tra i pochi a poter vedere il capolavoro parmense, dato che dal 1524 il convento è divenuto di clausura; gli affreschi del Correggio torneranno in seguito visibili solo alla fine del '700.

La piccola sala decorata dal Parmigianino è stata più volte studiata: vista come una sala da bagno con cui ben si sposa il tema del "bagno di Diana", oppure legata agli interessi alchemici di Galeazzo Sanvitale, ma quella che convince di più è la teoria che la vede come un sacrario, luogo di meditazione e di preghiera per la scomparsa del piccolo figlio di Galeazzo e Paola.

Gli affreschi di Fontanellato sono oggi tra le opere più famose del Rinascimento e raccontano la storia di Diana e Atteone, o almeno così riportano tutti gli scritti di storia dell'arte.

In realtà c'è molto di più su quelle pareti, su quell'ambiente decorato dal Mazzola: traspare evidente il mito narrato da Ovidio nelle "Metamorfosi" (Libro III, vv.138-253) viene modificato in alcuni particolari in maniera evidente e chiaramente, sicuramente con finalità ben precise.

LA VOLTA - La sala (4,35x3,90x3,50 m) è coperta a volta, e si chiude con 14 lunette sotto cui una cornice in legno laccato e bordato d'oro contiene una scritta in latino delle Metamorfosi di Ovidio. Gli affreschi si stendono al di sopra di questa fascia nelle lunette e nella volta. L'andamento della volta è sottolineato dall'affresco, che finge nelle vele una architettura aerea rotta da grandi occhi, attraverso i quali si intravede il cielo, e decorata da un finto mosaico. 

Da qui parte un pergolato coperto di fronde arboree, che si conclude in una grande siepe ottagonale di rose, che permette di vedere un ampio squarcio di cielo. 

Al centro è uno specchio circolare con la scritta "Respice finem", cioè "osserva la fine" sulla cornice lignea tonda, che richiama quella che delimita l'intera parte affrescata. Nei pennacchi della volta si muovono festosi dodici putti, alcuni alati e altri no, che recano in mano animali e frutta, si riposano oppure sono in atto di lottare o di giocare. I piedritti sono conclusi da teste di medusa in stucco, maschere enigmatiche, con capigliature composte da grovigli di serpenti.  

DESCRIZIONE - La saletta di forma rettangolare (m 4,35 x 3,50 e 3,90 d'altezza) presenta un soffitto a volta costruito su quattordici lunette, 4 sui lati lunghi e 3 su quelli corti, alternate da peducci a rilievo a forma di maschere di Medusa, in stucco a rilievo.

La decorazione ad affresco riveste totalmente questi spazi, lasciando vuota la zona inferiore (forse rivestita in origine da arazzi o boiseries) delle pareti, sotto corre un fregio entro cornice lignea laccata, recante un'epigrafe connessa alla favola mitologica ma sicuramente composta ex novo per l'occasione.

La volta è pensata come una sorta di cripta-gazebo caratterizzata da pennacchi in finto mosaico dorato forati da oculi che aprono sull'azzurro del cielo, sui quali si innesta un pergolato sostenuto da intrecci di canne e intercalato da dodici putti, alcuni alati e altri no, che offrono ghirlande di frutta e fiori. Il pergolato, dal fitto fondo arboreo di varie essenze, tra le quali il mirto, si apre al centro con una "finestra" ottagonale, circondata da un roseto in cui predominano le rose bianche e spalancata sul cielo. Al centro spicca uno specchio entro cornice lignea dorata, con l'iscrizione "RESPICE FINEM".

Nelle lunette, con un andamento narrativo continuo eppure attento all'inquadratura delle singole figure, si svolge la "fabula" di Diana e Atteone, tratta dalle Metamorfosi di Ovidio.

Parmigianino delinea il racconto su uno scenario di fitto bosco da "età dell'oro", declinando il tempo narrativo nelle ore che vanno verso il crepuscolo, evidenziate da accensioni di cielo al tramonto.

L'ambientazione dunque rispecchia fedelmente il luogo e l'ora del racconto ovidiano, tuttavia inserendo una serie di varianti che, come è stato notato, erano indubbiamente funzionali all'interpretazione che del mito il pittore e i suoi committenti volevano proporre.

Nella prima parete due cacciatori, in abiti classici, di cui uno più giovane e l'altro barbuto, tenendo al guinzaglio una coppia di cani sembrano inseguire da vicino una ninfa che in un atteggiamento ambiguo, tra la fuga e l'invito, li conduce nel folto del bosco.  

Il suo abbigliamento, la presenza del corno da caccia appeso alla cintura, e l'elegante levriero tenuto al guinzaglio con la mano sinistra, la qualificano come seguace di Diana cacciatrice, ovvero possibile identificazione femminile del cacciatore Atteone. 

D'improvviso, involontariamente, Atteone si trova dinnanzi a Diana, che, nuda entro una vasca rosata, si sta purificando dal sudore e dal sangue della caccia. Sulla sua testa bionda dai capelli raccolti in una treccia, da cui sfuggono lunghe ciocche, spicca la falce lunare che inequivocabilmente la identifica, mentre sul bordo della vasca sono appoggiate eleganti e leggere vesti bianche ricamate. 

Dietro di lei, nelle stesse acque si tergono due compagne, di cui una esibisce in mano due libri. All'istante Diana spruzza l'acqua della fonte sul corpo di Atteone, colpevole di aver violato la sua castità, che subitaneamente si trasforma in cervo.  

Un giovane cacciatore circondato dai cani dà nuovamente l'avvio, suonando un lungo corno, alla battuta: la preda, questa volta, è lo stesso Atteone, tramutato completamente in cervo, che viene quindi sbranato dai suoi cani. Indifferenti, un giovane e un vecchio assistono, arrivando dalla destra, alla scena crudele.

Tra i cani spicca in primo piano un levriero che reca al collare una dorata conchiglia bivalve aperta, elemento simbolico rilevabile, sebbene chiuso, nei due levrieri della prima parete, nonché sull'elsa della spada di Galeazzo nel ritratto di Capodimonte; simbolo peraltro di difficile decifrazione: legato tradizionalmente alla figura di Diana-Luna, ma anche alla castità e alla maternità della Vergine. Non si sa in che contesto semantico sia stato adottato come emblema dal Sanvitale.

Proprio nella porzione di volta inscritta tra le due lunette che mettono in scena la morte di Atteone, compaiono due bimbi, di cui l'uno, più grande, sorregge l'altro dall'aspetto di fragile neonato. Per antica tradizione, nella famiglia Sanvitale i due bimbi erano identificati come figli di Galeazzo e Paola. In particolare un loro bambino era morto nell'autunno del 1523 (proprio alla data in cui Parmigianino arriva a Fontanellato): qui il più piccolo ha intorno al collo un filo di granati e tiene in mano un ramo di ciliegie, simboli entrambi di morte precoce e ingiusta. 

Proprio a questo punto, a conclusione della fabula, va letta la frase apposta nella cornice che sembra trarre il sunto morale della fabula stessa. La frase, pur non derivando direttamente dal testo ovidiano, in qualche modo lo parafrasa, dando ulteriore evidenza e senso di malinconica riflessione sul destino dell'uomo, al tema della punizione ingiusta e dell'errore senza colpa, peraltro già lucidamente evidenziato dal poeta latino.

"AD DIANAM / DIC DEA SI MISERUM SORS HUC ACTEONA DUXIT A TE CUR CANIBUS / TRADITUR ESCA SUIS / NON NISI MORTALES ALIQUO / PRO CRIMINE PENAS FERRE LICET: TALIS NEC DECET IRA / DEAS (A Diana. Dì, o dea, perché, se è la sorte che ha condotto qui il misero Atteone, egli è dato da te in pasto ai suoi cani? Non per altro che per una colpa è lecito che i mortali subiscano una pena: un'ira tale non si addice alle dee)".

Risulta a questo punto evidente e leggibile anche il senso dell'iscrizione nella cornice dello specchio: quel "respice finem" (guarda la fine) assume il valore di un monito a riflettere sulla sorte e sulla fortuna, sulla fine di Atteone e dell'uomo.

Nell'ultima parete, al centro, su uno sfondo dorato che risalta sul continuum narrativo di alberi e cani delle lunette laterali, si delinea e spicca una figura femminile dai capelli raccolti sulla nuca, ricadenti in sparsi riccioli biondi intorno all'ovale del viso. Indossa un elegante abito bianco cinquecentesco, dall'ampia scollatura, con fasce dorate e medaglioni alle maniche, tra le mani ha due spighe, e una coppa dalle anse a volute su un vassoio.

La tradizione critica da lungo tempo la identifica con la signora del castello, Paola Gonzaga, identificazione confermata dalla serie dei disegni messi in relazione con questa lunetta. Paola compare voltata nella direzione in cui inizia la narrazione, sorta di ospitale invito, introduzione o prefatio, alla lettura/visione della fabula. La funzione introduttiva di questa parete entro l'intero ciclo viene confermata dalla constatazione che la scritta, per quanto mutilata dall'apertura o ampliamento della attuale finestra, risulta partire, con l'invocazione alla dea, proprio subito dopo la lunetta di Paola.

La sua figura, quindi, risulta insieme un incipit e simbolica conclusione dell'intero ciclo, proiettando su di esso la propria intenzione interpretativa. Non è un caso che le più accreditate letture iconologiche della sala, siano in qualche misura comunque debitrici a questa identificazione.

INTERPRETAZIONE - Il significato degli affreschi è sfuggente, nonostante i numerosi studi a tal proposito. L'ipotesi più semplice è che si tratti semplicemente di un tema mitologico letterario scelto poiché correlato all'attività svolta in quella stanza, il bagno della contessa che quindi era paragonata alla dea Diana (Ghidiglia Quintavalle, 1966). C'è anche chi ha proposto una lettura alchemica (Fagiolo dell'Arco, 1970, Mutti, 1987), secondo cui la storia rappresenta l'unione del principio maschile e femminile, ove il cacciatore Atteone, pur di appropriarsi del principio divino, la dea Diana, è disposto a mutarsi da predatore a preda e a morire.

Ute Davitt Asmus legò invece la figura di Diana a quella della committente (un po' come avviene nella Camera della Badessa), associandole il tema della caccia intesa come "caccia d'amore" e quello della lettura cristianizzata di Ovidio alla luce della dottrina neoplatonica. La studiosa inoltre vi lesse un riferimento agli eventi tragici della vita dei committenti, in particolare legati alla morte del loro primo figlio, nel settembre del 1523. 

L'ipotesi, ripresa da Pietro Citati (1990) e dalla Dall'Acqua (1994), vedrebbe dunque Paola-Cerere che assiste impotente alla punizione ingiusta quanto insindacabile che gli dei tributano agli uomini dal fato avverso. Atteone sbranato infatti non mostra nessuna smorfia di dolore o rincrescimento, ma va incontro impassibile al suo destino, senza movimento alcuno. A sostegno di ciò si indica la tradizionale identificazione del putto con la collanina di corallo nel figlio perduto della coppia, mentre la visione del roseto celeste, emblema mariano, suggerirebbe l'unica via di consolazione alla tragedia, ovvero la fede e la preghiera cristiana in quel senso il "Respice Finem" sarebbe un invito a guardare al "fine" dell'esistenza umana cioè Dio.

Nella lettura della Dell'Acqua le fattezze femminee di Atteone prima della trasformazione sarebbero addirittura un esplicito rimando all'identificazione con la contessa. Tale interpretazione, per quanto affascinante, può generare comunque perplessità se si riflette a quanto la coppia potesse realmente richiedere immagini aggraziate per trasfigurare (e quindi ricordare in perpetuo) un recente dolore.

STILE - L'opera è chiaramente ispirata alla Camera di San Paolo di Correggio, con un simile pergolato di foglie e rampicanti, a sua volta derivato da opere quattrocentesche di Mantegna e Leonardo da Vinci. Rispetto al modello però, Parmigianino arricchì la rappresentazione di tematiche morali ed usò una tagliente definizione delle forme, opposta alla morbida intonazione luminosa correggesca. 

Il plasticismo pieno e naturalistico del suo maestro qui si ammorbidisce infatti in soluzioni di più fluida e lieve stilizzazione. Scrive Pallucchini che in questi affreschi "vi è una presa di posizione linguistica più preziosa e manierata nei confronti dell'arte correggesca, tanto più naturale ed espansiva... una meditazione più sottile ed elegante dell'immagine, che si costituisce con una preziosità di accenti che certo mancava nella pienezza sensuale del gusto correggesco. Si inizia perciò un processo di idealizzazione della forma sottilmente intellettualistica". 

Alla naturalezza espressiva di luce e colore, alla profondità atmosferica del Correggio che, nella Camera di San Paolo, si libera del limite del soffitto, il Parmigianino sceglie di bloccare lo spazio decorando la volta con un sorta di cesellatura minuta e preziosa, che esaspera la rappresentazione del reale fino ad annullarne la verità in un artificio arcaicizzante.

L'attribuzione è indiscussa e per quanto riguarda la datazione vari elementi sono confrontabili con altre opere giovanili. I compagni di Atteone infatti ricordano da vicino il San Vitale e il cavallo in San Giovanni Evangelista, mentre la Diana ricorda nelle sembianze la Santa Barbara del Museo del Prado o la Santa con due angeli dello Städel.

È stato notato come la scarsa luce che proviene unicamente dalle porte (la finestrella è più tarda), dia un aspetto del tutto particolare agli affreschi: analogamente ai finti bassorilievi della Camera di San Paolo, anche Parmigianino studiò una resa volumetrica che si accentuasse con una luce scarsa e soffusa. In particolare l'uso di colori molto chiari, negli incarnati, li fa risplendere sullo sfondo verde scuro e stagliare come bassorilievi, soprattutto con poca luce (si vede bene soprattutto nei putti dei peducci). Tale stratagemma venne ripreso poi anche dai Carracci, nella Galleria di Palazzo Farnese a Roma.