Reggia di Colorno
Colorno (Parma)
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Il nome di Colorno compare per la prima volta in un documento del novembre 953 e in seguito in un atto del 1004, che concedeva alla chiesa locale un mulino posto sul canale Lorno proprietà del Vescovo di Parma. Il paese si trovava allora alla confluenza fra i torrenti Lorno e Parma. Il primo feudatario di Colorno fu quindi il Vescovo di Parma, che verso la metà del '200 lo vendette al Comune di Parma, che lo acquistò per farne uno strategico avamposto che, fortificato a dovere, avrebbe efficacemente protetto Parma dagli attacchi provenienti da nord. 

Gli storici, infatti, ci ricordano che Colorno fu una delle poche città a resistere all'avanzata di Federico II nel 1247, giunto a Parma per punire il Comune per essere passato dalla parte guelfa. Essi infatti nella notte, si spinsero lungo il corso della Parma fino al campo nemico; fu proprio qui che ingombrarono il letto del torrente con terra e pezzi di legno: la Parma fece il resto, si ingrossò, esondò e sbaragliò il nemico. 

Ma i colornesi, tuttavia, furono anche sopraffatti più volte dalle forze della natura, e infatti fu proprio all'indomani di un pauroso incendio e dell'alluvione seguente, che Colorno venne ricostruito, questa volta però sul lato destro della Parma, intorno alla nuova fortificazione costruita da Azzo da Correggio nel 1337. 

Dopo essere stato dolorosamente e sanguinosamente feudo dei Terzi, Colorno venne dato nel 1458 da Francesco Sforza, Duca di Milano al nipote Roberto Sanseverino e rimase in possesso dei suoi discendenti fino al 1612, quando passò alla Camera Ducale di Parma retta dai Farnese, che vennero in possesso del nuovo Ducato di Parma e Piacenza creato da Papa Paolo III Farnese nel 1545.

La rocca di Colorno fu costruita nel 1337 da Azzo da Correggio con lo scopo di difendere l'Oltrepò. Appartenne alle famiglie dei Correggio e dei Terzi e fra il XVI e il XVII secolo fu ristrutturata da Barbara Sanseverino che la trasformò in un palazzo e ne fece la sede di una raffinata corte e di una prestigiosa raccolta di dipinti di Tiziano, Correggio, Mantegna e Raffaello.

Dopo la confisca e la decapitazione della contessa Barbara Sanseverino ad opera del duca Ranuccio I il palazzo di Colorno passò nel 1612 ai Farnese. Ranuccio II su richiesta della moglie Margherita Violante di Savoia incominciò dei lavori di ristrutturazione ma l'attuale aspetto del palazzo è dovuto al figlio, Francesco Farnese e all'architetto Ferdinando Bibbiena.

Nel 1731, alla morte di Antonio Farnese, ultimo Duca di Parma, per discendenza materna il ducato passò a Carlo III di Borbone che trasferì a Napoli le collezioni e gli arredi del palazzo.  

Nel 1749 il ducato passò a Filippo di Borbone, fratello di Carlo III e secondogenito di Elisabetta Farnese. Filippo affidò all'architetto Ennemond Alexandre Petitot il compito di ristrutturare il palazzo, vennero usate prevalentemente maestranze francesi per far sì che gli interni del palazzo somigliassero alla reggia di Versailles in onore della moglie di Filippo, Luisa Elisabetta, figlia di Luigi XV. L'aspetto esterno del palazzo non venne modificato se non per l'aggiunta dello scalone esterno.

Alla morte di Ferdinando di Borbone, successore di Filippo, il Ducato di Parma venne annesso da Napoleone alla Francia.

Il 28 novembre 1807 un decreto di Napoleone lo dichiarò "Palazzo Imperiale" e furono iniziati nuovi lavori di ristrutturazione. Dopo il Congresso di Vienna, il ducato fu assegnato alla moglie di Napoleone Maria Luigia d'Austria che ne fece una delle sue residenze preferite aggiungendo un ampio giardino alla francese.

Dopo l'Unità d'Italia il palazzo venne ceduto dai Savoia al Demanio dello Stato italiano, e nel 1870 venne acquistato dalla provincia di Parma. Quasi tutto l'arredo mobile della reggia fu trasferito nei vari palazzi dei Savoia, tra cui il Quirinale a Roma, Palazzo Pitti a Firenze, il Palazzo reale di Torino e la Palazzina di caccia di Stupinigi. 

Sorte ancora peggiore hanno avuto il prezioso lampadario della Sala Grande e quello della sala della musica, che si trovano oggi all'estero presso la Wallace Collection di Londra. Dopo l'acquisto da parte della provincia il palazzo fu adibito a Ospedale Psichiatrico distruggendo il teatro di corte, per ricavarne dei locali. Fortunatamente le sale artisticamente più importanti del palazzo poterono in gran parte salvarsi in quanto concesse in uso come abitazione per i dipendenti dell'ospedale. 

Dal 1915 fino alla seconda guerra mondiale in alcune stanze del piano nobile trovarono posto i primi pezzi raccolti da Glauco Lombardi e poi trasferiti a Parma nell'omonimo museo. Perfettamente integra è invece la chiesa di corte di San Liborio ed il suo organo Serassi che conta ben 2898 canne e viene utilizzato per concerti.

Durante la Seconda guerra mondiale, il 20 marzo 1945, bombardieri anglo-americani attaccarono Colorno e nel raid aereo vennero colpite la ferrovia e i depositi di carburante nascosti nel parco della Reggia causando tre giovani vittime.

Il 23 dicembre 1999 con delibera, dalla Giunta Provinciale di Parma, il Palazzo Ducale viene rinominato in Reggia Ducale di Colorno.

Dal 2004, alcuni spazi del Palazzo Ducale di Colorno ospitano la sede di ALMA - La Scuola Internazionale di Cucina Italiana. Rettore della Scuola è il Maestro Gualtiero Marchesi.

Nel 2012, l'edificio subisce dei danni a causa di due scosse sismiche avvenute il 25 e il 27 gennaio, rispettivamente di magnitudo 4.9 e 5.4.

Le sale sono più di 400. La maggior parte sono senza mobili con pavimenti in marmo rosa e soffitti affrescati. Alle sale del piano nobile si accede tramite un grande scalone d'onore, collegato direttamente alla Galleria alla sala d'armi, ricavata da un ambiente in cui originariamente si trovava una cappella. Dalla galleria si può giungere all'interno della prima torretta affacciata verso il giardino, all'interno della quale si trova un salottino cinese. Da qui la vista può spaziare fino all'altra torre affacciata sulla piazza del paese, attraverso un cannocchiale prospettico costituito da ben 11 porte, poste tutte sulla stessa linea. Ci è possibile immaginare l'arredamento originario di queste sale, grazie a dei fotomontaggi realizzati da Glauco Lombardi creati utilizzando le foto degli arredi originali rintracciati nei vari palazzi dei Savoia.

La sala più ampia del palazzo è appunto la Sala Grande, il cui aspetto è il risultato dei lavori intrapresi dal Petitot di cui possediamo ancora i disegni originali. La sala divide la parte del palazzo destinata ai duchi da quella destinata alle duchesse, e per il fatto di occupare due piani della Reggia è un esempio di sala all'italiana. Possiamo ancora ammirarne la bellissima decorazione a stucco e il camino realizzato da Jean-Baptiste Boudard, mentre si sono persi gli specchi che ne ricoprivano in parte le pareti. Fino al 1848 vi era collocata la statua del Canova rappresentante Maria Luigia, oggi trasferita nel museo nazionale di Parma.

La seconda sala più ampia del palazzo è quella della musica, situata sul lato che affaccia il torrente e non ancora restaurata, mentre quella forse meglio conservata è la "sala della compagnia" alle cui pareti si trovava, nel 1861, la collezione di 16 ritratti a pastello eseguiti dal Liotard, oggi conservati presso la palazzina di caccia di Stupinigi.

Il Piano Nobile - Pur essendo ambienti di parata, le stanze sono di dimensioni ridotte ed intime, in consonanza con il gusto francese dell'epoca. 

I canoni francesi sono seguiti anche nei raffinati elementi del "décor fixe": camini in marmo coordinati ai pavimenti policromi intarsiati, porte slanciate a due battenti con serrature in bronzo cesellato e soffitti con decorazioni a stucco a motivi vegetali e rocaille.

La Sala Grande - La Sala Grande è l'ambiente più importante della Reggia. Fu realizzata tra il 1755 e il 1756 su progetto dell'architetto Ennemond Alexandre Petitot e rappresenta uno dei primi esempi di decorazione neoclassica in Europa. 

Alle pareti quattro tele opera di due artisti francesi, François La Croix e Adrien Manglard, acquistati a Roma nel 1759 dal Duca Filippo di Borbone. In questa sala è possibile ammirare il camino in marmo bianco di Carrara dello scultore Jean Baptiste Boudard e una consolle in legno dorato eseguita nel 1769 dall'intagliatore Ignazio Marchetti su disegno del Petitot.  

L'Appartamento Nuovo di Ferdinando di Borbone - Il Duca Don Ferdinando di Borbone uomo pio e devoto a 38 anni nel 1789 smise di abitare le sale del Piano Nobile del primo cortile e si trasferì in questo appartamento prossimo al torrente Parma per essere più vicino alla Chiesa di San Liborio dove era solito ritirarsi in preghiera. 

L’appartamento si compone di 6 sale grandi (biblioteca, camera da letto, sala da pranzo, studio privato, studio ufficiale ed osservatorio astronomico) ed alcuni ambienti minori (studiolo, bagno, piccola cappella delle reliquie e sagrestia) tutti affrescati tra il 1787 ed 1789 da due artisti: Antonio Bresciani autore delle figure e Gaetano Ghidetti esecutore delle quadrature geometriche e dei finti stucchi presenti nei soffitti.

Tutto l’appartamento conserva la boiserie, le imposte interne delle finestre, le serrature in ferro battuto e le porte originali dell’epoca di Don Ferdinando di Borbone. Di particolare interesse artistico lo studio privato e lo studio ufficiale del Duca con splendidi finti arazzi alle pareti illustranti scene sacre prese dalla Bibbia che Don Ferdinando suggeriva al pittore Antonio Bresciani. Nello studio ufficiale vi sono straordinari cammei con scene di giochi di putti realizzati in chiaro scuro da Gaetano Ghidetti di notevole qualità pittorica. 

Veramente unico l’osservatorio astronomico una sala tutta affrescata, dove Don Ferdinando senza uscire all’esterno comprendeva da che parte girava il vento. Al centro della sala un’asta perforava il soffitto, mentre all’esterno la banderuola collegata all’asta, mossa dal vento azionava una freccia che indicava all’interno con la rosa dei venti da che parte girava l’aria. 

La sala conserva ancora la decorazione a tempera a secco su muro originale, con al centro la rosa dei venti seguita da una finta balaustra mentre alle pareti vi sono paesaggi e putti con strumenti astronomici. Una parte della sala, costituita da due archi e da un piccolo vano era utilizzata come sala di lettura e presenta sul soffitto l’allegoria della geografia.

La Cappella Ducale di San Liborio (Sec. XVIII) - L’attuale chiesa sorge sull’area di un preesistente oratorio, dedicato a San Liborio da Francesco Farnese nel 1722. Il progetto di creare una grande cappella di corte - già attuale ai tempi di Filippo di Borbone - viene concretizzato dal duca Ferdinando, che promuove l’edificazione di una grande chiesa affidata ai Domenicani.

La facciata della chiesa, consacrata nel 1777, è rivolta verso la Reggia: alcuni anni più tardi, sarà lo stesso Ferdinando a decidere di riorientare l’edificio, rivolgendone la facciata verso la strada pubblica, con l’intento di agevolare l’accesso della popolazione di Colorno. 

La costruzione venne affidata a Pietro Cugini che si ispirò in più parti al progetto del Petitot di un ventennio precedente rimasto inutilizzato. Questo primitivo edificio aveva pianta ribaltata di 180 gradi rispetto alla struttura attuale; fu nel 1788 che Don Ferdinando pensò di invertire l’orientamento della chiesa per renderla maggiormente fruibile ai colornesi avvalendosi dell’esperienza di Donnino Ferrari che progettò la nuova facciata, la controfacciata con tribuna ducale ed una nuova abside terminando i lavori nel 1791. La nuova chiesa, che viene consacrata nel 1792, è collegata da un lungo camminamento al convento dei Domenicani e all’appartamento che il duca ha eletto a propria residenza privata.

L’interno di San Liborio costituisce un raro esempio di perfetta integrazione tra struttura architettonica, ornamentazione e arredo: in pochi anni le botteghe di corte forniscono tutti gli elementi necessari a creare un insieme perfettamente coerente, al quale non sono più state apportate variazioni di rilievo. 

Alla bottega dei falegnami, diretta da Michel Poncet, e a quella degli intagliatori in legno, alle dipendenze di Ignazio Marchetti e poi di Ignazio Verstrackt, si devono il magnifico coro e la grande ancona alle spalle dell’altare maggiore; alla scuola dei marmorini, guidati da Domenico Della Meschina e Pietro Vidoni, sono da attribuire l’altare maggiore e il prezioso pavimento policromo del presbiterio, oggetto di un recente restauro; a quella dei fabbri, con a capo Benedetto Silvestre, le cancellate delle cappelle laterali, in ferro battuto e bronzo dorato.  

La chiesa conserva un’impressionante quantità di arredo liturgico originale coevo all’epoca di don Ferdinando, non avendo subito dopo la morte del duca (1802) rilevanti lavori di trasformazione. 

Nelle cappelle laterali vi sono opere dei principali artisti operanti a Parma nella seconda metà del 1700 quali: Gaetano Callani, Giuseppe Baldrighi, Pietro Melchiorre Ferrari, Laurent Pecheux, Domenico Muzzi e Benigno Bossi. Interessante la tribuna ducale che permetteva a Don Ferdinando di assistere alla messa nelle occasioni solenni e di giungere non visto in chiesa attraverso uno stretto passaggio dal suo appartamento privato. 

Di grande bellezza la cappella del Santissimo Sacramento, progettata da Pietro Cugini allievo del Petitot, con alle pareti una serie di preziosi marmi grigi di epoca romana che furono scavati sul colle palatino a Roma presso gli orti farnesiani prelevati dall’antico palazzo di Tiberio.

Anche le tele e gli affreschi di San Liborio rimandano a personaggi di spicco dell’Accademia di Belle Arti di Parma, quali Domenico Muzzi, autore del grande affresco che decora la cupola, Antonio Bresciani, autore anche degli affreschi nelle sale dell’appartamento privato del duca Ferdinando, Giuseppe Baldrighi, primo pittore di corte.  

L’organo Serassi - La costruzione dell’organo di San Liborio viene commissionata dal duca Ferdinando alla più famosa famiglia di organari italiani, i Serassi di Bergamo.

Nel 1796, dopo quattro anni di lavoro, lo strumento viene portato a termine: poco meno di duecento anni dopo, nel 1980, un restauro accurato permette di recuperare per intero, dopo quasi un secolo di silenzio forzato, l’eccezionale sonorità dell’organo di San Liborio. Si tratta di una macchina monumentale, sia sotto il profilo delle dimensioni, sia sotto quello delle caratteristiche strutturali.
Le canne di stagno, in numero di 2.898, distribuite fra 68 comandi, sono alimentate da 8 mantici: la cantoria in cui l’organo è collocato, identica a quella sulla parete opposta della chiesa nella quale prendevano posto i cantori convocati per le funzioni solenni, si deve a un progetto di Donnino Ferrari.

Dal ‘92 inoltre, la Chiesa di San Liborio dispone ottime copie di clavicembali storici un Taskin e un Grimaldi, copie di Albertino Vanini, rispettivamente dello strumento eseguito nel 1769 da Pascal Taskin, conservato a Edimburgo, e di quello realizzato da Carlo Grimaldi nel 1697, conservato a Norimberga. 

I giardini

E’ nella seconda metà del 1400 che si comincia a sentir parlare di un “modernissimo” giardino in formazione attorno alla Rocca di Colorno, di cui era signore il Conte Roberto Sanseverino, nipote di Francesco Sforza, Principe di Milano: la struttura era suddivisa in quattro rettangoli molto ampi - uniti tra loro da percorsi pedonali e circondati da peschiere - con piante di rose, agrumi e alberi da frutto.

Il momento di straordinario sviluppo per l’opera (1577 – 1612) coincise però con la signoria di Barbara Sanseverino, figlia di Gianfrancesco Sanseverino, quarto conte di Colorno. 

Nel Parco furono distinte allora due zone: il giardinetto e il giardino grande.

Il primo si suddivideva a sua volta in due quadri: in uno erano coltivate piante da orto e da frutto di taglia ridotta, separate da siepi di bosso sagomate con figure di animali. Nell’altro, che confinava con il canale, era stato costruito un grande chiosco da cui si poteva ammirare “l’orto dei semplici”, in cui si trovavano tutte le piante medicinali conosciute, gelsomini, rose, piante da frutto di ogni tipo e per tutti i mesi non freddi dell’anno. 

Dal giardinetto si passava al giardino grande, suddiviso in sedici sezioni, corrispondenti ad altrettante specie di piante e fiori, che copriva una superficie di circa un ettaro.

Per decenni, dopo la morte di Barbara Sanseverino, non si sono avute notizie di ulteriori lavori. Solo a partire dal 1666 le cronache parlano di nuovi interventi legati alla predilezione per il posto di Ranuccio Farnese e di sua moglie Margherita Jolanda di Savoia: si diede così inizio alla costruzione di muraglie di cinta e a grandi riporti di terra per la parte del giardino vicina al palazzo, che creavano quel salto di quota tra giardinetto alto e giardino basso visibile ancora oggi. Proprio in questo periodo il Parco fu integrato con imponenti arredi marmorei (colonne, statue, fontane, vasi molto decorati) e ingrandito, incorporando un ampio bosco che venne recintato e perciò chiamato il “Real Serraglio”.

L’epoca farnesiana: dal giardino all’italiana a quello alla francese - Con il Duca Francesco Farnese (1694 – 1727) si avviarono nuove prospettive per il giardino: incaricato dei progetti di restauro fu Ferdinando Galli Bibbiena, architetto di Corte, che iniziò il suo lavoro nel 1699, coadiuvato da valenti artisti e tecnici (tra questi Giuliano Mozani e Jean Bailleul).

E’ forse questo l’inizio del passaggio di stile, anche se graduale, da giardino all’italiana a giardino alla francese, che sarà completato dopo il 1723 secondo i dettami sanciti da Le Notre: quadri geometricamente disegnati con ai lati pareti verdi, formate da boschetti di piante sagomate e masse arboree di medio e alto fusto, creavano particolari prospettive che collegavano l’architettura del palazzo con quella del giardino, facendo da corona all’asse centrale dominante. Le asperità geometriche del giardino all’italiana, formata da siepi rigidamente tracciate, venivano così trasformate in parterres di siepi di bosso disposte come un ricamo su una stoffa.

L’estensione del giardino era di circa 4 km , suddiviso nel giardino dei fiori, nel giardino campestre e nel Real serraglio (detto anche il bosco della caccia).

In particolare, nella prima parte erano stati disposti ippocastani, tigli, olmi, pioppi che si alternavano a vasi, statue e fontane: l’acqua era un elemento importantissimo, che usciva dal suolo con alti spruzzi e cascate, vitalizzando le grandi scenografie formate da piante e fiori. La bellezza del complesso era testimoniata dai cronisti dell’epoca, che scrivevano che “sembrava di essere a Versailles”. 

Alla morte di Francesco Farnese seguì però un periodo di decadenza, in cui si avvertì la mancanza di manutenzione del giardino: nel 1731, morto anche il fratello di Francesco, Antonio Farnese, il Plenipotenziario Imperiale a Parma, Francesco Stampa, si sentì in dovere di incaricare l’ingegnere Giovanni Baylon di redigere un progetto di riordino e restauro del giardino. Il preventivo di spesa, ritenuto ingente, non permise l’esecuzione dei lavori necessari a fermare il degrado. La situazione fu aggravata invece dalle battaglie del 1734 tra austriaci e franco – sardi, che aumentarono i danni e le spoliazioni.  

L’epoca borbonica: dal giardino alla francese agli influssi del giardino all’inglese - Solo con l’arrivo di Filippo di Borbone (1749) i lavori ripresero con vigore per riportare il giardino all’antico splendore. Il nuovo moderatore delle arti, Ennemondo Alessandro Petitot, insediatosi nel 1753, affiancò le sue teorie sul Giardino ai propositi di François Anquetil, detto De Lisle, nominato Direttore nel 1751.

Il giardino nel suo complesso era molto simile al precedente, anche se con una forte accentuazione del modello alla francese: Filippo Spritz, giardiniere francese, seguendo le linee del De Lisle, rifece completamente i parterres con l’aggiunta di una composizione di quattro impianti semicircolari chiamati “giardino selvaggio”, che allungavano la prospettiva fino agli 800 metri . Malgrado questo lavoro, a detta del Duca Filippo, il giardino era “una prigione”. A questo punto il Du Tillot, amministratore delle proprietà ducali, fece redigere un nuovo piano d’intervento dal giardiniere francese Pierre Contaut d’Yvry, riportando il giardino a grande bellezza: l’inserimento dei gruppi marmorei, la ricostruzione delle rovine di un tempietto e altre idee iniziarono il giardino a un’idea neoclassica, che richiama il giardino all’inglese.

L’epoca napoleonica: il giardino all’inglese - Fu però l’arrivo di Maria Luigia d’Austria nel 1816 a dar vita a una nuova ristrutturazione del parco. Seguendo i dettami di Ercole Silva e del suo trattato del 1801, si realizzò un completo ritorno alla natura o giardino all’inglese, che lasciava alle piante la libertà di svilupparsi nel modo più naturale. Piante e cespugli in centinaia di specie e varietà erano messi in modo tale da creare forme, volumi e masse di colore, che si presentavano diversi man mano che si cambiava l’angolo di visuale. Mentre con il giardino all’italiana e alla francese particolari prospettive create dalle piante sagomate collegavano l’architettura del palazzo con quella del giardino, il nuovo assetto territoriale ideato dal Barvitius scomponeva tutto il complesso in tre parti: il palazzo, il giardino romantico e il serraglio, conquistato in poco tempo dall’agricoltura.

I lavori dell’epoca di Maria Luigia si rivolsero per lo più al parco: i rapporti di simmetria tra il palazzo e il giardino furono eliminati e il collegamento tra loro fu lasciato ad un ampio prato contornato da alberi e cespugli e “decorato” con una grande fontana centrale. Il tappeto verde ricopriva il tratto più alto del giardino, che corrispondeva al modello all’italiana dei Farnese. Il resto del giardino, movimentato da collinette, ruscelli e due piccoli laghi era ricoperto da una grande quantità di alberi e cespugli di ogni specie a dimostrazione della grande conoscenza botanica del Barvitius, che nell’elenco lasciatoci, elenca 1708 specie e varietà di piante.

Dalla morte di Maria Luigia in poi il degrado del parco è stato costante e purtroppo inarrestabile. Le guerre, la sua parziale trasformazione ad ospedale psichiatrico e l’uso dei motivi ippici e sportivi impoverirono sempre più il parco sia dal punto di vista paesaggistico che botanico. La fontana di Prosperina si trova attualmente in Inghilterra nel parco di Weddesdon Manor, mentre la fontana Trianon si trova al centro dell'isoletta del parco ducale di Parma, seppur mancante di molte delle statue che aveva originariamente. Altre statue provenienti dalla Reggia si trovano attualmente nel giardino del castello di Montechiarugolo.

Recentemente l'amministrazione provinciale di Parma ha provveduto alla ricostruzione storica del parco recuperando il fasto dell'architettura del periodo farnesiano ripristinando il parterre centrale, i giochi d'acqua e i berceaux laterali. E' stato inoltre ricreato il laghetto.

Con la delibera della Giunta Provinciale del 23.12.1999 il Palazzo Ducale di Colorno è stato rinominato Reggia Ducale. Già residenza estiva di Francesco Farnese, poi dimora prediletta di Don Filippo di Borbone e della moglie Louise Elisabeth, figlia di Luigi XV di Francia, che la rinnova e l'arreda sul nobile modello di Versailles, e ancora abitata da Maria Luigia d'Austria fino alla metà dell'Ottocento, è stata inaugurata come attrezzata sede di esposizioni di prestigio internazionale nel 1995, con la mostra dedicata al collezionismo farnesiano.

Un complesso e lungo progetto di restauro, dovuto alle cure dell'Amministrazione provinciale di Parma e del Ministero dei Beni Culturali tramite le Soprintendenze competenti, ha salvato lo stabile da uno stato di assoluta fatiscenza, ne ha adeguato gli standard di sede espositiva, ma soprattutto ha consentito di riscoprirne il fascino di regale dimora settecentesca, incastonata come una pietra preziosa nella pianura padana. E oggi è completata dal recupero recentemente concluso del parterre all'italiana che ne costituisce la fresca cornice fiorita. Proprietaria della Reggia di Colorno, la Provincia ha avvertito tutta la responsabilità di tramandare una storia secolare la cui importanza ancora oggi si percepisce nella bellezza della sua architettura e di quanto è in essa contenuto.