Castello di Monselice



Le strutture essenziali degli edifici che costituiscono il Castello di Monselice fecero parte fino al 1405 (anno nel quale la dinastia dei Carraresi cadde nell’oblio), di una fortificazione estesissima composta da ben cinque ordini di mura, di postazioni fortificate e di torri.
Questa serie di opere costituiva un sistema difensivo di primissimo ordine che, oggettivamente, risultava essere inespugnabile da chiunque l’avesse preso d’assedio. Al centro, ancora oggi in buono stato, si ergeva sulla cima del colle il mastio, estremo baluardo dei signori di Monselice.

Dopo il 1405, la Repubblica di Venezia, una volta che ebbe conquistato il controllo del territorio patavino, ridusse la munizione del colle ad una sola cinta muraria interna. Solo qualche anno più tardi, il castello fu venduto alla famiglia Marcello che, dopo averlo restaurato e collegato gli elementi disgiunti, lo adattò a dimora signorile.

La medesima famiglia, estese successivamente la sua proprietà fino al mastio dopo che la Serenissima, conseguentemente alla guerra per la lega di Cambrai, decise di smilitarizzare Monselice.

La struttura della fortezza ha subito numerose trasformazione nel corso dei secoli che ne hanno irrimediabilmente mutato l’aspetto originario.

Ad un’autenticità consacrata e colorata da secoli di esistenza, si venne a sostituire una ricostruzione esanime e falsificatrice. Dopo i gloriosi fasti del passato, il castello venne accomodato per meglio rispondere alle esigenze estetiche più consone ad un’elegante residenza che ad un invincibile presidio.

Ciò nonostante, la struttura, pazientemente riaccomodata con maestria e sagacia, conserva ancora oggi un innegabile fascino e rende ancora perfettamente l’idea della sua snella possanza.

Tutti i nobili segni di una così lunga esistenza sono stati conservati evitando qualunque tipo di aggiunta estetico-architettonica e questo non può che rappresentare un motivo di plauso.

La storia di questo castello è a dir poco affascinante ed articolata.

Nel 1237 Ezzelino da Romano, avviato alla conquista di Padova come luogotenente imperiale, si presenta alle porte di Monselice e, con la complicità del comandante del presidio padovano, Pesce dei Paltinieri, si impossessa della fortezza.

Nel 1239, Federico II dà vita alla nuova fortificazione

Nel 1249, Ezzelino da Romano, approfittando della sconfitta di Federico II che giace in Puglia malato e scoraggiato dopo l’avvenuta cattura ad opera dei Bolognesi del figlio Enzo, desideroso di emanciparsi completamente dall’imperatore, s’impadronisce di Monselice cacciando le milizie imperiali e sostituendole con le proprie truppe.

Nel 1256, bandita la lega contro Ezzelino, il capitano Profeta che era di presidio ai gironi superiori della rocca, corrotto dalle lusinghe del marchese Azzo d’Este, gliela consegna dopo averne allontanato i difensori accusati fraudolentemente di tradimento presso Ezzelino che li fa trucidare.

Nel 1259 Monselice viene restituita dalla signoria Estense al dominio della Repubblica Padovana.

Nel 1317, Cangrande della Scala, durante le lunghe ostilità contro Padova, entrato in Monselice grazie alla complicità del tavernaio veronese Maometto, dopo cinque giorni di assedio ne conquista la rocca.

Nel 1337, Marsilio da Carrara, divenuto Signore di Padova, tenta inutilmente di impossessarsi di Monselice.

Nel 1338, il successore di Marsilio (Umbertino) persevera nell’impresa. Dopo un lungo anno di resistenza, i cittadini allo stremo gli aprono le porte mentre la rocca difesa agli Scaligeri da Fiorello da Lucca resiste ancora. La ottiene finalmente grazie al tradimento dei soldati che gli consegnano la fortezza e Fiorello che viene trucidato.

Nel 1355, Francesco il Vecchio restaura e ricostruisce parte delle mura e, con ogni probabilità, compie importanti lavori anche presso il castello.

Nel 1369, il famoso Francesco Petrarca si stabilisce in Arquà e vi abita fino alla morte avvenuta nel 1374.
E’ probabile che, data la relativa distanza che separa Arquà da Monselice e l’amicizia che legava la sua famiglia a quella dei Carraresi, il poeta si sia recato in più occasioni al castello.

Nel 1372 nel castello muore Jacopino da Carrara che il nipote Francesco il Vecchio, suo collega nel governo, aveva fatto imprigionare ben diciassette anni prima o per bramosia di essere il solo a regnare o perché effettivamente sospettava di lui che ne avrebbe tramata la morte d’accordo con Zambone Dotti. Questi, rinchiuso in una gabbia di ferro, era stato ucciso dai propri congiunti. Jacopino, invece, privato della libertà ma pur sempre trattato con mitezza, “finì con suo comodo quello che gli restò di vita”.

Nel 1373, al castello vengono rinchiusi Jacopo e Bonifazio da Carrara (abate di Praglia), congiurati a sopprimere Francesco il Vecchio e il Novello, e a porre Marsilio, fratello del primo, sul trono di Padova.

Nel 1375, Francesco il Vecchio vi attende Taddea di Nicolò d’Este, che viene in sposa a Francesco Novello seguita da mobilissimo corteo e da molti alfieri che fanno “continui bagordi con bandiere in mano”.

Nel 1388, durante i durissimi scontri contro Gian Galeazzo Visconti Conte di Virtù,
i Carraresi perdono con la Signoria di Padova il possesso di Monselice che viene data in feudo ad Alberto d’Este.

Nel 1390 Francesco Novello riconquista il trono ed il possesso di Monselice.

Nel 1405, Monselice, che durante la guerra tra Venezia ed il Novello ha sempre tenacemente resistito e che costituisce tuttora un solido baluardo della declinante fortuna Carrarese, cade una volta ancora per tradimento.
Carlo Zeno, nell’impossibilità di ottenerla con le armi, corrompe Luca da Lione che ne difende la rocca e se ne ritira col pretesto che l’incendio – da lui dolosamente appicato – aveva distrutto le munizioni e la resistenza era divenuta pertanto impossibile.
Le sorti della dinastia Carrarese precipitano. Di lì a breve, Francesco Novello verrà strangolato nelle prigioni di Venezia insieme ai figli Jacopo e Francesco III.

Attorno al 1483 il castello viene venduto alla famiglia Marcello.

Nel 1509, durante la guerra per la lega di Cambrai, il castello e la terra di Monselice subiscono gravissimi tormenti.

Nel 1510 le mura sono rotte in due punti e la piazzaforte capitola.

Nel 1513 è bersaglio delle artiglierie di Alfonso I d’Este.

Nel 1514 Monselice viene incendiata e saccheggiata dagli Spagnoli.

Nel 1520, Marco e Valerio Marcello dichiarano che il castello è ormai divenuto inabitabile in seguito alla guerra: è questa la data che segna presumibilmente l’inizio dei restauri.

Nel 1574, muore Anton Francesco Doni che negli ultimi anni di vita aveva abitato a Monselice nella “rocca quadrata posta alle falde del colle”, cioè nel Castello.

Nel 1935 prende avvio l’opera di restauro degli edifici che costituiscono il castello.

E' il conte Vittorio Cini che comincia a pensare, negli anni '30 del secolo scorso, a un radicale restauro e ripristino di tutto il complesso, da adibire a sua residenza di rappresentanza. L'idea si concretizza nel 1935, quando una equipe di tecnici e restauratori comincia a lavorare sotto l'attenta direzione dell'architetto Nino Barbantini. L'equipe procede prima a un restauro completo di tutti gli edifici e successivamente all'arredo di tutte le sale interne, con mobili, oggetti, soffitti, statue, affreschi, quadri e arazzi, rigorosamente appartenuti alle epoche di costruzione dei singoli edifici, terminando il gigantesco lavoro nel 1942. L'idea-guida di questo straordinario ripristino non è stata quella di creare un museo storico, ma di portare idealmente l'ospite o il visitatore in un viaggio a ritroso nel tempo.

Tutto è infatti al suo posto nelle singole stanze: tavoli, sedie, quadri, letti, soprammobili, attrezzi da cucina, in una magica atmosfera, come se per incanto dovessero riapparire gli antichi abitatori di questi luoghi, dal Medioevo al Rinascimento, per riprenderne possesso e riviverci le gesta eroiche o quotidiane delle loro epoche. Nel corso dei decenni trascorsi dal restauro fino ad oggi, si è mantenuto intatto l'ottimo stato di conservazione del complesso, grazie alle cure quotidiane del Conservatore dei beni del Castello Adolfo Cattin e alla attenta gestione del Presidente della Società Rocca di Monselice Aldo Businaro, al quale va anche ascritto il merito del passaggio del Castello in mano pubblica, con la trasformazione in Museo. Dal 1981 infatti è di proprietà della Regione Veneto, ed è aperto alle visite da marzo a novembre, oltre che sede di prestigiose manifestazioni culturali.  

L'ARMERIA - La visita del Castello inizia dall'armeria, che occupa l'intero pianoterra del grande palazzo di Ezzelino e alla quale si accede da una breve scalinata in pietra, direttamente dalla Corte Grande.

L'armeria è divisa in tre stanze l'ingresso, o corpo di Guardia, la sala Grande e la sala del Camino. Nelle tre stanze è distribuita una formidabile collezione di armi a pezzo singolo, di provenienza italiana, francese, tedesca e spagnola, datata dal 1300 al 1700. Vi sono raccolte alabarde, balestre, armature complete da guerra, armature da torneo, mazze ferrate, spade, sciabole, pugnali, maglie di ferro, elmi, archibugi e altri strumenti da guerra dal medioevo a tutto il rinascimento. L'arredamento è composto da una grande scaffalatura per la esposizione dei pezzi, ricavata da una "boiserie" del '500, nella sala Grande; nella stessa sala uno splendido tavolo Trattino "ad asso di coppe" di provenienza fiorentina, del '500. Un altro tavolo frettino nel corpo di Guardia, e un tavolo a ribaltino tondo nella sala del Camino. Di particolare interesse in questa sala, il camino originale carrarese, e la decorazione ad affresco a scacchi bianchi e rossi, anch'essa originale del periodo Carrarese.

Il pavimento dell'armeria, come tutta la costruzione del palazzo di Ezzelino, è in pietra di trachite proveniente dalla vicinissima cava aperta fin dal X secolo sul fianco nord del colle della Rocca.

L'APPARTAMENTO MARCELLO - Uscendo dall'Armeria si sale la seconda rampa della scalinata in pietra, per accedere all'appartamento Marcello, ricavato nel X secolo dalla nobile famiglia veneziana, in parte dal piano intermedio del palazzo di Ezzelino, in parte nell'edificio gotico costruito dagli stessi Marcello a ridosso del palazzo.

L'appartamento è composto di cinque stanze, tutte arredate con mobili del XVI e XVII secolo. Il salone d'ingresso prende luce da una trifora di squisita fattura gotica sulla parete a mezzogiorno, che mette in particolare rilievo il soffitto quattrocentesco, in legno dipinto, proveniente da un palazzo ferrarese.

Sul lungo corridoio centrale, chiuse da porte dorate e laccate, del seicento, si affacciano le tre stanze da letto tipicamente rinascimentali e la camera da pranzo, dove troneggia un grande tavolo con sedie rivestite in velluto.

IL CORTILE VENEZIANO - Lasciato l'appartamento attraverso la porta del salone d'ingresso, si esce nel luminoso cortile superiore del castello e si prova la sensazione di trovarsi in una piazzetta veneziana. Così lo vollero infatti i Marcello, che lo ristrutturarono all'inizio del '600, edificandovi la Loggia, e collocando al centro il tipico pozzo in pietra. Sul lato sud del cortile si apre l'ariosa facciata della cappella privata della famiglia, costruita nel '700 su un progetto dell'architetto Tirali, autore di altre preziose architetture nella città di Monselice. Salita la scalinata si accede, attraverso l'ampio portone, alla rampa inclinata che conduce alle sale superiori del Castello.  

Questa rampa è stata coperta nel '400, alla costruzione del palazzetto Marcello; precedentemente, in periodo ezzeliniano, quando la torre alloggiava la guarnigione militare, la Rampa terminava in un ponte levatoio, attraverso il quale uomini e cavalli accedevano direttamente al grande Salone superiore. Oggi la Rampa conduce alla sala più alta del palazzetto Marcello, una grande stanza dal tetto mansardato con travi a vista, arredata con mobili del XV e XVI secolo, che funge da anticamera al Salone d' Onore. Particolare curioso di questa sala sono le grandi finestre che vi si affacciano dalla parete in pietra del palazzo di Ezzelino, e che, prima della costruzione del palazzetto Marcello, davano direttamente sull'esterno.  

IL SALONE D' ONORE - E' la sala più grande di tutto il castello, un formidabile colpo d'occhio che si offre allo sguardo del visitatore. La sua configurazione attuale si deve ai Carraresi che, nel XIV secolo, ristrutturarono il piano superiore del palazzo di Ezzelino, costituito da un unico, enorme stanzone, dividendolo in tre stanze: una ancora piuttosto ampia, denominata il Salone d'Onore, e due più piccole attigue, la Sala del Camino e la Sala della Bifora, per adibire l'intero piano a luogo di rappresentanza. 

L'arredamento del salone, che prende luce da cinque finestroni a volta, è realizzato con mobili toscani del XVI e XVII secolo. Di rilievo il grande camino di provenienza ferrarese, cinquecentesco; alle pareti quattro grandi arazzi di Bruxelles e un pregevole affresco di soggetto religioso. Nel salone e nelle stanze adiacenti ritroviamo le pareti decorate ad affresco, a scacchi bianchi e rossi, del periodo Carrarese.

Il bianco e il rosso erano infatti i colori della Signoria Padovana, che da quel momento diventarono anche i colori ufficiali della città di Monselice.

SALA DEL CAMINO - Nella sala del Camino si trova uno dei più straordinari manufatti di epoca storica: il grande, monumentale camino a cerchie sovrapposte realizzato dai Carraresi nel XIV secolo. Più esattamente i Carraresi costruirono la base del camino e le prime due cerchie, fino all'altezza delle nicchie poste sul muro ai lati del camino; l'ultima cerchia e la merlatura fu aggiunta dai Marcello il secolo successivo. La stanza è arredata con mobili del tardo '400 e primo '500; alle pareti tre grandi affreschi quattrocenteschi di gusto "botticelliano", applicati nel corso del restauro.

La stanza attigua prende il nome dall'ariosa bifora che si apre sulla parete ovest. Anche qui un prezioso camino veneto, con cappa in legno intarsiato del tardo '400. L'arredamento è in stile gotico con bel tavolo a madia ottagonale.  

IL CASTELLETTO - E' la parte più antica del complesso del Castello; vi si accede dal cortile veneziano entrando nella sala della Colonna, dove appunto si trova al centro una grande colonna in pietra del '500. Di rilievo il pavimento in cotto di Ferrara e un camino veneziano quattrocentesco, con cappa in legno intarsiato. I mobili sono del tardo '400. 

Nella saletta a fianco, uno studiolo arredato alle pareti con una "boiserie" a stoffa di Siena del '500. Al piano superiore si trova la sala del Castelletto, dal bel soffitto a quadri in legno dipinto; l'arredamento è in stile gotico col prezioso tavolo ottagonale al centro. Lungo le pareti massicci cassoni in legno del '300 e '400, sopra i quali sono appese tavole in legno dipinto di pregevolissima fattura, quattrocentesche. 

A fianco, un altro studiolo arredato con gusto tedesco: una boiserie proveniente dalla Val Pusteria e mobili dell' Alto Adige, tutti del XV secolo.

LA CUCINA MEDIOEVALE - La grande cucina del Castello, che si trova al piano inferiore della Casa Romanica, è un'altra irresistibile attrazione per l'occhio del visitatore. Tutto vi è stato disposto come se le castellane medioevali fossero appena uscite, dopo aver rimesso in ordine, in attesa della cena o del pranzo dell'indomani e sembra quasi, forza della suggestione, di percepire nell'aria penetranti profumi di arrosti, di stufati o cacciagioni dal sapore antichissimo. 

L'arredamento è in stile rustico-veneto del quattrocento. Troneggia al centro l'enorme camino dalla centina in legno intarsiato, che raccoglie nella cappa una bella collezione di piatti in ottone dal XIII al XVII secolo. Tutta la parte in legno: il soffitto a grandi travi quadrate e le due colonne di sostegno, è molto antica ed è stata ricostruita dopo un furioso incendio del XVI secolo, utilizzando la struttura di un edificio all'epoca esistente sul posto, e datato al VII secolo. Il pavimento è in pietra di trachite, come tutto il piano terra del Castello.  

LA SALA DEL CONSIGLIO - Dopo la conquista di Monselice e del Castello avvenuta nella prima metà del '300, i Carraresi ricavano nella parte alta della Casa Romanica, al piano superiore della cucina, una loro sala di Consiglio, adibita a riunioni ed incontri di carattere politico e militare. Del periodo carrarese, in questa grande sala, si conserva la decorazione ad affresco sulle pareti, in particolare vi è affrescato il carro, simbolo della signoria Padovana. 

L'arredamento è stato invece ricostruito utilizzando grandi scranni trecenteschi, provenienti da una comunità religiosa. In fondo alla sala del Consiglio si apre una stanza più piccola, aggiunta al corpo centrale dai Carraresi nel XIV secolo. Qui troviamo il terzo dei grandi camini Carraresi, il più antico, fatto costruire da Francesco il Vecchio intorno al 1340.

LA BIBLIOTECA (AULA ALDO BUSINARO) - Sulla spianata antistante il palazzo di Ezzelino, sorge un edificio su due piani, costruito alla fine del '500.

Il piano superiore è adibito a Biblioteca del Castello, dal 2007 intitolata ad Aldo Businaro. E' un grande salone arredato con panche e un monumentale armadio per la custodia dei libri, datato alla fine del XVI secolo.

Oggi la biblioteca è utilizzata come prestigiosa sede di convegni e conferenze. Tra le altre manifestazioni vi si svolge l'annuale consegna del Premio Internazionale "Monselice" per la traduzione letteraria.

I MUSEI  LONGOBARDO E "CARLO SCARPA" - Al piano inferiore della biblioteca trova sede il Museo "Antiquarium Longobardo". Vi sono raccolti i reperti archeologici che testimoniano di un importante insediamento longobardo sulla Rocca di Monselice, con resti di abitazioni della prima metà del VII secolo e tombe plurime con relativi corredi funerari. Un plastico ricostruisce fedelmente la disposizione delle tombe ritrovate.

Sempre al pianterreno, una sala è poi dedicata al Museo delle Rarità "Carlo Scarpa", che raccoglie oggetti, testimonianze e disegni del grande architetto veneziano. Le due esposizioni sono visitabili anche separatamente dal complesso del Castello.

Gli spettri di Monselice

Siamo nella Padova dei Carraresi e precisamente il 22 dicembre 1350 allorquando il Consiglio di Padova conferì la signoria a Giacomino e Francesco Carrara: eredi della potente famiglia che completò, tra l'altro, le mura della città di Monselice.  Zio e nipote si trovarono, per volontà del popolo,  insieme a governare Padova, ma tra i due non correva buon sangue, soprattutto a causa della difficile situazione politica italiana di quel tempo, caratterizzata dalle mire espansionistiche dei Veneziani, degli Scaligeri e degli stessi Fiorentini. Francesco  sospettò che Giacomino stesse siglando accordi segreti con la Repubblica di Venezia per spodestarlo dal governo della città e, nel 1355, ordinò - per questo motivo - che fosse imprigionato in un sotterraneo del castello di Monselice. 

L'amante dello sfortunato principe,  Giudita, non si arrese alle disavventure politiche di Giacomino  e decise di condividerne le sorti trasferendosi anch'essa nella nostra città. Inutilmente tentò di incontrare in carcere il principe carrarese, ma il capitano del castello di Monselice negò qualsiasi permesso. Disperata, la donna alla fine riuscì a corrompere alcune guardie e con qualche ingegnoso tranello riuscì a vedere, per qualche minuto, il suo sventurato amante rinchiuso in un buio sotterraneo del castello: senza finestre né porte.

La corruzione della donna alla fine fu scoperta e anch'essa fu rinchiusa in una cella del castello di Monselice. Il signore di Padova Francesco, informato dell'accaduto e sospettando che la donna fosse un agente segreto veneziano, ordinò che Giacomino fosse lasciato morire di fame e di sete nella sua buia prigione. L'ordine fu subito eseguito dalle guardie che chiusero con grossi mattoni l'apertura del sotterraneo. Nei giorni successivi, intuendo il suo destino, Giacomino urlò il suo dolore nella speranza di comunicare con la sua amata che condivideva la stessa pena poco lontano.

Le grida strazianti dei due amanti si udirono per molti giorni lungo le vie che menano all'antico maniero. Le lamentazioni erano talmente forti che molti monselicensi  chiesero pietà per i due amanti, ma  oramai il loro destino era segnato e dopo poche settimane la morte pose fine alla loro vita terrena.

Alla fine anche castello ebbe pietà dei loro corpi e li nascose dentro le sue possenti mura, per evitare che le ossa fossero disperse dalle guardie. Le grida di dolore non cessarono con le loro morti anzi, ci informa lo storico Carturan, ancora nello scorso secolo il vento passando nel castello in rovina: sbattendo gli scuri e ingolfandosi tra le gole dei  cammini  portava con se le grida di Giacomino.

Qui termina la storia e inizia la leggenda che vuole che il fantasma di Giacomino vaghi ancora tra le  mura del castello alla ricerca della sua Giudita, mentre il vento, nelle notti di burrasca, porta ancora i suoi lamenti lungo le sette chiesette. Analogamente l'amata,  sentendo le grida di dolore, ferma i passanti lungo per chiedere notizie del suo amato.

Naturalmente questa è una leggenda, ma durante  i lavori di restauro del castello eseguiti nel 1935 dal Conte Cini, lo storico  Barbantini - che diresse i lavori -  ci informa che nella parte sud ovest del castello è stato trovato un sotterraneo, senza porte d’entrata,  posto in comunicazione con il primo piano tramite un buco sul soffitto dal quale partivano delle scalette scavate nel muro perimetrale.

A cosa serviva, annotava il Barbantini, quello spazio buio in cui si poteva accedere solo cadendo dall’alto, senza potere più uscire? Quel sotterraneo, ora ne siamo sicuri, è stata la tomba di Giacomino, imprigionato  a Monselice per ben 12 anni.

Forse commosso dalla triste storia, il conte Cini dedicò una suntuosa sala del castello al principe Carrarese, che i turisti possono ora visitare. Per noi invece resta l'amarezza nel ricordare  le pietose disavventure di Giacomino  e Giudita e c'è ancora oggi qualcuno che è pronto a giurare di udire,  quando il vento soffia forte tra le mura possenti del castello, le grida del principe, diventato oramai un fantasma che cerca invano la sua donna.

Raccontava il vecchio custode del castello che anche il fantasma di Giudita  appare, per chiedere notizie di Giacomino, agli innamorati che salgono alla Rocca;  lei per uno strano destino non sa ancora della tragica fine  e spera di incontrarlo lungo le vie della città. 

Se siete innamorati e vi capita d'incontrarla nei pressi del Castello, rassicuratela, ma  non ditele della  sorte di Giacomino, ma invitatela a sperare, perché un giorno la maledizione di Francesco da Carrara terminerà  e i due amanti potrebbero coronare il loro sogno d'amore proprio del castello di Monselice, che da alcuni anni ha ritrovato il suo passato splendore.

(Ottobre 2012)