Castello di FÚnis
(Aosta)

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GiÓ esistente nel XIII secolo, il castello acquista la sua fisionomia definitiva fra il 300 e il 400, in seguito a trasformazioni ed ampliamenti voluti dalla famiglia feudale degli Challant.

Dal punto di vista architettonico Ŕ uno dei pi¨ complessi. Il corpo centrale Ŕ chiuso da due ordini di mura e si pu˛ accedere all'interno del primo piano recinto passando nell'androne sotto la torre pi¨ antica del castello. Superato il primo ordine di mura occorre compiere un mezzo giro attorno alla cinta interna per trovare l'ingresso che permette di entrare nel piccolo cortile di forma trapezoidale, chiuso sui quattro lati dalle facciate interne coi balconi di legno.

Anche qui, come a Issogne, le pareti sono interamente affrescate con dipinti ispirati all'araldica e alla decorazione gotica. In fondo al cortiletto si trova lo scalone semicircolare che porta ai piani superiori. Sulla parete sopra lo scalone vi Ŕ l'affresco raffigurante San Giorgio che uccide il drago. Pi¨ in alto sono dipinte altre figure di santi protettori, tutti recanti strisce e nastri su cui sono scritti motti e massime morali. Le figure sono di notevoli fattura tardo gotica in  valle di Aosta. Sono opera di Giacomo Jaquerio e dei suoi discepoli, che li eseguirono tra il 1425 e il 1430.

Le stanze e le sale sono distribuite su tre piani fuori terra e ogni spazio ha una sua individualitÓ compositiva. Degni di attenzione sono i grandi camini, presenti quasi in ogni ambiente; la sala del trono, con la cappella sul fondo magistralmente affrescata dal Jaquerio; e poi la cucina e poi la sala da pranzo. Tutti i locali sono arredati con autentici e preziosi mobili valdostani del XV e XVI secolo.  

Le origini - La nascita e le prime fasi di sviluppo del castello di FÚnis continuano a restare del tutto sconosciute. All'estrema appendice sud-occidentale di quella splendida sequenza di prati dolcemente inclinati che si chiude, a sud, alle pendici del monte Saint Julien, col villaggio di Pommier, l'edificio occupa quella che sembra molto pi¨ la collocazione ideale per il centro direzionale di un'azienda agricola che non per una fortezza.

Come nel caso di Issogne Ŕ abbastanza immediato chiedersi se la sua origine pi¨ antica non possa essere stata una villa rurale romana, anche se, a differenza di Issogne dove questa origine Ŕ testimoniata archeologicamente, nulla permette di confermare quella che per ora resta una semplice ipotesi teorica.

Di fatto ignoriamo la storia del castello fin oltre il 1200, tanto che prima di quelle date non possiamo neppure affermarne l'esistenza. Bisogna infatti scendere oltre l'inizio del XIII secolo per trovare le prime citazioni del castrum Fenitii che fa giÓ parte del patrimonio della famiglia dei visconti di Aosta, per la precisione dal 1242, fino alla fase matura della signoria di Aimone di Challant, oltre il 1330.

Il castello di Aimone di Challant - Le fonti storico narrative antiche attribuiscono la "costruzione" del castello nel 1340 ad opera di Aimone di Challant.

Sicuramente il periodo che va dal 1320 al 1420 circa, che vede il susseguirsi delle due lunghissime signorie di Aimone e di suo figlio Bonifacio I, Ŕ determinante per l'edificio che assume veramente un assetto quasi definitivo. Possiamo considerare appurato che sia stato proprio Aimone, attorno al 1340, forse anche agganciandosi in parte ad edifici preesistenti, ad aver fatto assumere al nucleo centrale dell'edificio l'assetto attuale dalla pianta vagamente pentagonale.

L'intero perimetro esterno del corpo centrale del castello deve aver preso forma in questa occasione, fatta eccezione per la torre meridionale, a ridosso dell'ingresso, che nel 1340-1345 non doveva esistere ancora. Le cortine murarie del corpo erano quindi a quel tempo intervallate da tre sole torri fondate - invece delle attuali quattro -, quella dell'ingresso interno orientale, quella cilindrica dello spigolo nord-ovest, e il donjon occidentale, e dalle tre torrette pensili degli angoli sud-ovest, sud-est e nord-est. La torre cilindrica e il donjon erano ancora privi del coronamento a caditoie e pi¨ bassi di quanto non siano oggi.

Soprattutto completamente diverso doveva essere poi l'interno del castello. Entrando dal duplice portale alloggiato al piano terreno della torre prismatica orientale il visitatore doveva accedere ad un unico cortile di dimensioni pi¨ che doppie di quelle attuali. 

A pianta trapezoidale, questo cortile doveva essere fiancheggiato da due lunghi edifici, divergenti tra loro, corrispondenti agli attuali corpi nord e sud nella loro estensione completa, fino al muraglione occidentale. Le facciate di questi due edifici, probabilmente pi¨ basse di quelle attuali e forse percorse per tutta la loro lunghezza da un ballatoio, dovevano terminare contro il muraglione esterno ovest che doveva chiudere, col suo profilo merlato e col donjon incastonato al suo centro, il lato estremo della corte.

Rispetto ad oggi dovevano mancare tutto il secondo piano dell'edificio nonchÚ tutto quel corpo fabbricato che sta dietro alla parete di fondo dell'attuale cortile.

Quello che Ŕ oggi il corpo di ingresso, col suo anticortile, coperto ma aperto verso la corte in due belle arcate acute, doveva essere invece sostituito da una semplice tettoia lignea, base dell'incastellatura di scale a pioli che dovevano permettere l'agibilitÓ della torre di ingresso.

Nel castello si dovevano essere giÓ condotte alcune campagne decorative.

Una malandata Madonna nello sguancio di un'antica monofora della grande sala potrebbe benissimo datarsi a quegli anni attorno al 1340 che devono aver visto la grande ricostruzione di Aimone.  

Il castello di Bonifacio I di Challant, il Maresciallo - Un'ulteriore tappa nello sviluppo del castello Ŕ data alla successiva signoria di Bonifacio I di Challant, figlio di Aimone.

Succeduto al padre nel governo del feudo nel 1387 Bonifacio non perdeva tempo. Dopo aver affinato le sue conoscenze tecniche rivestendo a corte, tra il 1390 e il 1391, la carica di ispettore alle fortificazioni, il nobile cominciava, nel 1392, a organizzare un'ulteriore trasformazione del suo castello. Le operazioni condotte nell'edificio tra il 1393 e il 1395, consistevano in un riallineamento di tutti i livelli orizzontali interni. Nel corpo nord non dovevano esistere interrati e il piano basso doveva trovarsi di quasi un metro sopra il piano di calpestio del cortile.

Si scavava il grande seminterrato; si abbassava il piano basso allineandolo al cortile; si abbassava in conseguenza anche il livello della sala maggiore; la si ampliava unificandola ad un vano minore ad essa adiacente verso sud, ricavando la cappella; si realizzava un nuovo piano al di sopra, nel sotto tetto, rifacendo tutte le coperture. Operazioni di riallineamento erano condotte anche nel corpo meridionale. Si costruiva il corpo di ingresso e, soprattutto, si finiva di chiudere, costruendovi un ulteriore serie di vani sovrapposti, la parte occidentale del cortile che solo ora assumeva la sua planimetria definitiva. Il cortile veniva, infine, arredato con i due piani di ballatoi e con lo splendido scalone. Si lavorava per˛ anche all'esterno del corpo centrale, sistemando tratte di mura e soprattutto allestendo una prigione in quello che veniva chiamato regolarmente "rivellino", che si pu˛ identificare nel gruppo delle tre torri di ingresso, in particolare nella pi¨ tarda torre mediana.

Gli affreschi di FÚnis - Terminata poco dopo il 1395 la campagna costruttiva, Bonifacio di Challant dovette trascurare il suo castello per un certo numero di anni.

Il suo ruolo politico e la sua personalitÓ lo portavano in giro per l'Europa e fino in oriente a Santa Caterina del Sinai, dove dovette recarsi in pellegrinaggio, probabilmente tra il 1407 e il 1408. Nel 1409 fu eletto all'ordine dell'Annunziata, mentre nel 1410, 1412, 1414, toccava il culmine della propria carriera politico-diplomatica guidando una serie di ambasciate che dovevano mediare tra i re di Francia e di Inghilterra e i duchi di Berry, di Borbone, di Borgogna, impegnati in una delle fasi pi¨ cruente e complicate della guerra dei Cent'anni.

╚ a seguito di queste vicende che Bonifacio trov˛ l'occasione per compiere un ultimo intervento al castello, questa volta solo decorativo, ordinando i cicli di affreschi che ricoprono le pareti del cortile e della cappella.

Non si Ŕ concordi sull'intervento diretto o meno del maestro gotico internazionale piemontese: Giacomo Jaquerio, anche se i cartoni usati sembrano a tutti gli effetti quelli jaqueriani. Si potrebbe comunque benissimo immaginare uno Jaquerio che arriva a FÚnis con alcuni collaboratori, organizza il cantiere e riparte subito per andare ad occuparsi di altri lavori affidando l'intera esecuzione dell'opera ai suoi collaboratori. L'opera di Jaquerio Ŕ ipotizzabile tra il 1414 e il 1430.

L'inizio del declino. FÚnis al tempo di Bonifacio II e di Aimone II - Aimone prima e suo figlio Bonifacio "il maresciallo" poi, con i loro lunghissimi feudi che, sommati, durarono di fatto pi¨ di un secolo,  segnano sicuramente il culmine della fortuna economica e politica e anche del prestigio di FÚnis.

Dopo la morte di Bonifacio I le fortune del ramo della famiglia Challant proprietario del castello si ridussero considerevolmente.

Bonifacio II, succeduto al padre nel 1426, resse il feudo per quasi cinquant'anni, fino al 1469. Appare per˛ come figura di secondo piano, di grandi ambizioni ma di modesto acume politico. La vita di Bonifacio II appare sconvolta dalle beghe e dalle liti di famiglia. Oltre all'esplodere della guerra di successione Challant, deve fare i conti con i continui contrasti che lo contrappongono ai suoi numerosi figli: tredici documentati tra legittimi e illegittimi.

Quello che sembra aver pi¨ amato, Giovanni, primo marito della famosa Caterina di Challant, sarebbe morto, probabilmente epilettico, nel 1446; Guglielmo, prima eletto suo successore e poi diseredato, gli sarebbe nuovamente premorto, nel 1457; il feudo sarebbe quindi passato all'altro figlio Aimone, secondo di questo nome, che lo avrebbe gestito fino al 1486.

Alla sua morte senza eredi, feudo e castello sarebbero tornati nella linea di Guglielmo, al suo primogenito, Umberto, fino al 1513.  

Il Cinquecento e il Seicento. Le ultime trasformazioni del castello - Dopo la morte di Umberto, nipote di Aimone II, nel 1513, il feudo e il castello di FÚnis passano ai suoi figli. Gaspare, primogenito, riceve il feudo francese di Montbreton, Carlo quello valdostano di FÚnis.

╚ da Carlo che si staccheranno i due rami della famiglia in cui la stirpe degli Challant sopravvivrÓ fino alla fine del Settecento.

Quello primogenito, titolare proprio del feudo di FÚnis, discende dal figlio maggiore di Carlo, Francesco, che avrebbe gestito il potere dalla morte del padre, nel 1556, per mezzo secolo, fino al 1606.

A Francesco sarebbero succeduti uno dopo l'altro il figlio Giovanni Prospero, fino al 1630, il nipote Claudio Leonardo, morto nel 1650, e infine il bisnipote Antonio Gaspare Felice, morto nel 1705.

Le tracce degli interventi di tutti questi personaggi sul corpo del castello sono per˛ veramente minime e si riducono a piccoli frammenti decorativi isolati, sparsi nelle diverse sale dell'edificio.

Al Seicento sembrerebbero doversi assegnare l'albero genealogico dipinto al secondo piano sul cortile e gli affreschi con paesaggi locali della fascia superiore della sala bassa dell'ala meridionale.

Il Settecento e la prima metÓ dell'Ottocento: dal declino al degrado, da castello a casa colonica - Quello che appare certo Ŕ che, a parte i limitati interventi decorativi citati, il XVI e il XVII secolo per il castello dovettero segnare un lungo periodo forse non di degrado ma quanto meno di stasi e di amministrazione assolutamente ordinaria.

Il degrado vero e proprio iniziava nel  XVIII secolo.

Alla morte di Antonio Gaspare Felice, nel 1705, FÚnis passava al ramo cadetto degli Challant ChÔtillon, in particolare a Giorgio Francesco che, per˛, oberato di debiti, era costretto a venderlo per il prezzo di 90.000 lire, nel 1716, ai Saluzzo Paesana.

Un certificato catastale redatto al momento dell'ultima vendita di fine Ottocento allo Stato, riassume brevemente un secolo di passaggi di proprietÓ. Il castello restava in proprietÓ ai Saluzzo Paesana fino al 23 maggio 1798, giorno in cui veniva acquistato da Pietro Gaspare Ansermin. Questi lo lasciava in ereditÓ al figlio Costantino Ansermin il 3 giugno 1810. A sua volta, questi, morendo il 12 agosto 1837, lo lasciava alla propria figlia Maria Genoveffa. Questa lo deteneva fino al 1863. Quell'anno, in data 3 agosto, lo vendeva a Michele Baldassarre Rosset, di Quart.

L'ultimo passaggio di proprietÓ Ŕ datato 21 maggio 1894, quando il Rosset, "per anticipazione di ereditÓ" donava il castello ai suoi figli Cesare e Michele. Successivamente, il 2 settembre 1895 "il medesimo castello colle sue adiacenze" entrava in proprietÓ di un terzo figlio del Rosset, Giuseppe, diplomatico che allora rivestiva il ruolo di console italiano ad Odessa. Doveva per˛ trattarsi di un semplice passaggio di comodo perchÚ il giorno dopo, 3 settembre dello stesso 1895, il console Giuseppe Rosset vendeva il castello allo Stato italiano "a mezzo del sig. comm. d'Andrade".

Ridotto, giÓ al tempo dei Paesana, al ruolo di casa colonica, il castello era stato davvero privato - in quasi tutte le sue parti - anche dell'ordinaria manutenzione. Pavimenti e soffitti erano pericolanti o del tutto scomparsi. Fatiscenti quasi tutti i tetti. Crollate o in via di crollo diverse tratte delle cinte murarie e crollata almeno una torre, quella adiacente all'ingresso esterno.

L'Ottocento. Alfredo d'Andrade e la riscoperta di FÚnis: da casa colonica a Monumento nazionale - L'acquisto del castello da parte dello Stato italiano da un lato pu˛ considerarsi il primo atto dell'ultima fase della vita dell'edificio; da un altro lato, per˛, era giÓ l'atto conclusivo di una lunga riscoperta.

Nell'agosto del 1865 a FÚnis, arrivava per la prima volta Alfredo d'Andrade, giovane aspirante pittore portoghese da poco stabilitosi in Piemonte.

Il ruolo di d'Andrade fu, notoriamente, fondamentale nella riscoperta e soprattutto nel salvataggio del castello.

Il viaggio del 1865 fu una prima presa di contatto ma il castello doveva aver fortemente impressionato il giovane.

Dal 1882 inizia la seconda fase che vede FÚnis al centro dell'attenzione in quanto elemento qualificante di quello che sarebbe stato il progetto del "castello medievale" da costruirsi per l'esposizione di Torino del 1884.

Anche dopo l'inaugurazione dell'esposizione l'interesse di d'Andrade per FÚnis non scemava. Dal 1884 all'88 sono documentate sue visite annuali, da ognuna delle quali d'Andrade rientrava col suo bel gruzzolo di disegni, rilievi, schizzi.

╚ verosimile che proprio nel corso di questi viaggi maturasse l'idea dell'acquisizione del castello che entrava in fase operativa due anni dopo.

╚ lo stesso d'Andrade a riferire al 1890 le prime trattative con i Rosset per l'acquisto dell'edificio. Dopo alterne vicende queste si concludevano nel 1895 e, come previsto dal contratto, lasciati passare due anni necessari al trasferimento della casa colonica alloggiata nell'edificio, d'Andrade ne prendeva ufficialmente possesso a nome dello Stato, nella sua veste di Direttore dell'Ufficio per la conservazione dei monumenti, il 3 settembre 1897.

Con la collaborazione di De Marchis, che si insediava nel castello come custode factotum, d'Andrade cominciava a impostare il recupero fisico e statico dell'edificio, che si sarebbe protratto per decenni.  

Il Novecento. I restauri del castello - La situazione doveva essere davvero disastrosa ed Ŕ documentata da una serie di fotografie conservate negli archivi della Soprintendenza ai Beni artistici del Piemonte. Le prime operazioni erano di vera e propria messa in sicurezza e di sistemazione delle infrastrutture che sarebbero poi state necessarie ai lavori successivi. Nello stesso 1897 si tracciava la nuova strada di accesso al castello da est.

Nel 1898 si alzava un parafulmine su una delle torri. Contemporanei erano i primi interventi urgenti diretti da Bertea: "mura a secco per sostenere la strada, un canale per regolare il deflusso delle acque piovane, la sistemazione dei tetti del grande torrione della cinta esterna, della torre quadrata occidentale, del salone della cappella, della torre colombaia".

Le direttive fissate in queste prime campagne di intervento al castello sarebbero valse di fatto per due decenni, anche quando, partito d'Andrade, ormai vecchio e malato, per Genova, i lavori sarebbero passati sotto la conduzione di Seglie.

La scelta di fondo era quella di piccoli interventi, spesso di fortuna, altamente selezionati in rapporto alle pi¨ immediate esigenze di conservazione. Non c'Ŕ dubbio che l'opzione era fissata, di fatto imposta, dalle scarse disponibiltÓ economiche. Gli stanziamenti documentati si aggiravano mediamente nell'ordine delle duemila lire.

Sta di fatto che i lavori comunque procedevano. Dopo aver rifatto tutti i tetti e ripassato le murature pericolanti, mettendo cosý in sicurezza l'edificio, i tecnici della soprintendenza passavano al rifacimento dei solai, alla realizzazione di nuovi serramenti, al consolidamento delle cinte murarie esterne. Quando il 30 giugno del 1920 queste ultime campagne condotte da Seglie si concludevano il degrado poteva dirsi ormai arrestato e il castello di fatto salvato.

Purtroppo la correttezza del grande restauro di D'Andrade-Bertea-Seglie del 1897-1920 sarebbe poi stata cancellata dalla successiva campagna De Vecchi-Mesturino condotta, dopo D'Andrade, negli anni tra la prima e la seconda guerra mondiale, per la precisione con inizio nel 1935. A questa fase risale anche il riarredo del castello.

A tutte queste diverse campagne, a partire dal 1897 ovviamente, avrebbe partecipato ancora una volta buona parte della popolazione del comune.

Da qui comincia la storia pi¨ recente del castello di FÚnis, che Ŕ quella, fino ad oggi, di monumento amato e visitato da valdostani e turisti.

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