Arquà Petrarca
(Padova)
  

 

 

Arquà ha origini antichissime e scavi archeologici condotti dalla metà del secolo scorso fino ai primi decenni del nostro secolo hanno portato alla superficie importanti reperti risalenti ad epoca anteriore alla civiltà atestina testimonianti un insediamento umano attorno al laghetto della Costa. Si rinvennero palafitte, capanne, stoviglie di ceramica, ossa di animali, utensili di selce databili alla fine dell'età del bronzo. Alle pendici del Monte Ricco, poi, venne alla luce una necropoli con vari utensili ed armi appartenenti agli Euganei lì insediatisi prima della colonizzazione di Roma alla quale Arquà fu sempre fedele.

Al tempo di Augusto fu inquadrata nell'ambito della Decima regione d'Italia comprendente le terre venete e l'Istria. Nel medioevo, Rodolfo Normanno abitava il castello sul colle, chiamato poi Castello, citato già nel 985. Sotto il Comune padovano, Arquà fu sede podestarile e venne innalzata al rango di Vicaria alla fine della Signoria Carrarese e continuando ad esserlo anche dopo il 1405 sotto la Repubblica Veneto con il dominio sui seguenti centri: Abano, Baone, Cinto, Cornoleda, San Daniele, Faedo, Fontanafredda, Galzignano, Gemmola, Granze di Mezzaria, Lozzo, San Pietro di Montagnon, Monteortone, Rua, Rusta, Terralba, Valbona, Valle San Giorgio, Valnogaredo, Valsanzibio.

Alla caduta della Repubblica Veneta, Arquà perdette lentamente la sua importanza ma nel 1866 con l'annessione del Veneto all'Italia fu elevata a dignità di Comune e due anni dopo poté fregiarsi anche del prestigioso nome del Petrarca. E così Arquà Petrarca poté solennemente celebrare pochi anni dopo, nel 1874, il quinto centenario della morte del grande poeta alla presenza di Giosuè Carducci che tenne il discorso ufficiale. L'ultimo centenario della morte del Poeta (il sesto) fu celebrato in Arquà il 19 luglio 1974 con una commemorazione da parte di Riccardo Bocchelli.

Nei secoli XV e XVI veneziani e padovani vi costruirono splendide ville per abitare dove era vissuto il poeta. Passata questa moda "petrarchesca" le case dei Contarmi, Badoer, Cavalli, Pisani, Capodivacca, Sambonifacio, Santonini, Borromeo, Dottori, degli Oddo e degli Zabarella rimasero a testimoniare uno splendido passato.

Il paese di Arquà non è certo molto mutato dai tempi del Petrarca. Avvolto nella sua severa veste di borgo trecentesco, immerso nel verde che varia di tonalità a seconda delle ore del giorno e del mutar delle stagioni, accoglie in un'atmosfera intima e pacata il visitatore alla ricerca di sacre memorie poetiche.

Arquà Petrarca è il più famoso, oltre che il più caratteristico, paese dei Colli Euganei, posto sul versante sud-orientale, a poco più di venti chilometri da Padova. Si è sviluppato alle falde dei colli Castello e Ventolone ed è abbracciato da altri colli dolcemente digradanti verso la pianura a forma di arco, da cui il nome latino Arquatum, poi volgarizzato in Arquada e, infine, in Arquà.

Confina con tre Comuni pure suggestivi: a nord Galzignano con la famosa Valle Sant'Eusebio, l'attuale Valsanzibio, stretta attorno a Villa Barbarigo e al suo magico giardino all'italiana; a sud-est Monselice (anticamente Mons silicum, Monte delle selci), il più grande dei quindici Comuni che formano il comprensorio dei Colli Euganei; ad ovest Baone con le antiche Valle dell'Abbate e Valle di Donna Daria, oggi formanti la splendida Valle San Giorgio.

Sita a circa 300 metri sul livello del mare, Arquà presenta una struttura urbanistica, a due livelli, cioè Arquà Bassa e Arquà Alta, ciascuna legata ad una chiesa, con le case che abbracciano il rispettivo borgo. È il paese è rimasto fortunatamente legato all'architettura medievale, quindi al suo passato storico, impedendo che il progresso ne offuscasse il suggestivo aspetto. Gli interventi sul paesaggio, la ridotta escavazione indiscriminata così dannosa in altre zone, non ne hanno causato il degrado ambientale.

Il visitatore che vi giunge per la prima volta, prova la sensazione di entrare in un borgo medievale dove il tempo si è magicamente fermato. E poi il verde, quel gran verde che si stempera di valle in valle ad abbellire i Colli Euganei cantati fin dall'antichità da poeti e artisti

L'agricoltura è l'attività economica preminente e la terra costituisce la base sulla quale si articola la struttura sociale di Arquà, ma occorre precisare che per la sua configurazione essa non presenta molte zone coltivabili. La gran parte dei terreni messi a coltura dal medioevo in poi è rimasta in mano a pochi proprietari causando l'esodo della popolazione in cerca di migliori condizioni di vita. Le bonifiche delle zone paludose operate dalla Repubblica Veneta resero molte campagne fertili con il passaggio nelle mani del patriziato veneziano che poté estendere i suoi latifondi emarginando sempre più la popolazione locale. Le cose migliorarono nei primi anni del nostro secolo quando la popolazione intraprese l'occupazione delle terre ciò che costrinse i possidenti ad alienare le loro proprietà a basso costo. Più di 250 famiglie beneficiarono di un piccolo podere favorendo così l'integrazione dell'agricoltura che costituisce anche oggi l'attività prevalente.

Il faggio, il frassino, il cipresso, il rovere e gli alberi fruttiferi: noce, castagno, melograno, man­dorlo, giùggiolo, vite e ulivo coprono ancora i pendii del paese, ma sono soprattutto la vite, l'ulivo e il melograno a creare il tipico ambiente arquatense. I vari tipi di uva: sclava, garganica, marzemina e moscatella, sono ricordati nei documenti medievali come pure l'ulivo e il mandorlo.

All'esuberante vegetazione e al serenante profilo dei colli, si aggiungono certi aspetti naturali e architettonici del paese affini a quelli toscani che rendono oltremodo suggestiva l'atmosfera locale.

Percorrendo la strada che costeggia il piccolo specchio d'acqua, ci si avvia verso il paese. Il lago della Costa è avvolto da antiche leggende. C'è chi lo da nel passato molto più vasto addirittura in comunicazione con il mare e tale da potere ospitare pesci d'acqua dolce e d'acqua salata; c'è chi afferma che nelle sue acque si nasconda un villaggio d'origine preistorica; ancora chi sostiene che una vicina località fosse chiamata "La Solano" in ricordo della ninfa Sola che Marziale dice abitasse sugli Euganei.

Il lago è "imparentato" con le vicine terme in quanto il fango che se ne trae è medicamentoso. Dista circa due chilometri dal paese ed è sito tra il Monte Ricco e il Ventolone. Nel secolo XV e per metà del secolo XVI il piccolo lago aveva assunto ben altra configurazione essendosi venuta a formare un'ampia zona paludosa prosciugata e bonificata nel 1557 per cui fu ripristinato il primitivo aspetto paesaggistico. Il laghetto che il Petrarca non cita, ma che gli fu indubbiamente familiare, non ha un nome proprio ben definito, ma è ricordato semplicemente come Lago d'Arquà.

Chiesa Arcipretale Santa Maria Assunta

Della chiesa ben conosciuta e frequentata dal Petrarca si ha notizia fino dal 1026: era nominata per la prima volta il 27 febbraio di quell'anno col titolo di S. Maria. Già nel 1297 la plebes S. Maria de Arquada aveva oltre che l'arciprete Aldrevandino anche due canonici: don Oliviero di Monselice e don Lorenzo, e un chierico, Pietro.

Nel Trecento, cioè all'epoca del Petrarca, la chiesa presentava un particolare architettonico oggi scomparso: un porticato che un secolo dopo appariva già cadente. Era usanza farsi seppellire vicino ad essa. Lo stesso Petrarca aveva disposto questo nel caso fosse morto ad Arquà, come in realtà avvenne.

Nel Cinquecento la vita religiosa era animata da cinque confraternite, fra le quali quella importante dei Battuti con oratorio e capitello attiguo alla chiesa. Nella seconda metà del secolo si conoscevano le suppellettili che si trovavano sull'altare maggiore e sugli altari di San Giovanni Battista, di Sant'Antonio Abate, dei Santi Fabiano e Sebastiano, di San Cristoforo e di San Bernardino.

Anche per il Cinquecento non mancano dati interessanti, relativi a beni conservati nella sacrestia della Chiesa di S. Maria, come testimonia un inventario del 1592, fra cui: il ciborio tutto d'argento dorato nell'interno; una croce coperta con lame d'argento con il crocifisso e la Madonna di latta, sopra dorata; un hostiario per portare il Santissimo Sacramento; un calice con coppa d'argento e i piedi di rame dorato; un paio di messali nuovi; una pianeta di bombasino bianco con stola.

Nelle visite pastorali del Seicento erano annotati interessanti particolari, quali la lunghezza della chiesa, circa 40 metri e la larghezza, circa 25 metri. 

Nel 1626 in un breve inventario sono citate le confraternite aggregate ai rispettivi tre altari della chiesa arcipretale: per l'altare maggiore la confraternita del Santissimo Corpus Christi; per l'altare della Vergine Maria due confraternite rispettivamente della Beata Vergine e di Santa Maria dei Battuti; per l'altare di Sant'Antonio e San Giovanni due confraternite rispettivamente di Sant'Antonio e di S. Giovanni e dello Spirito Santo.

Nel corso dei secoli la chiesa subì rimaneggiamenti: fu ingrandita nel 1677, e la facciata nel 1874 ebbe una nuova linea quindi allargata in stile romanico nel 1926 quale oggi la vediamo. Il campanile si fa risalire al 1580: colpito da un fulmine nel 1667 fu fatto riparare nel 1670 dal vescovo cardinale San Gregorio Barbarigo, e ancora riparato nel 1840.

La chiesa conserva nell'interno decorazioni a fresco venute alla luce nella prima metà del nostro secolo: dipinti di influsso bizantino risalenti al secolo XIII e affreschi di epoca successiva di scuola giottesca. Inoltre nel 1965 vennero fatte nuove interessanti scoperte dalla Soprintendenza ai Monumenti di Venezia sulle due pareti: in quella di destra affiorarono una Madonna col Bambino di scuola veneto-bizantina e un'altra Madonna col Bambino del secolo XV; in quella di sinistra un trittico rappresentante Santa Marta, Santa Maria Maddalena, Santa Lucia.

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Opera di eccezionale valore, proveniente dall'Oratorio della SS. Trinità e collocata sulla parete di destra, è il polittico su tavola a fondo d'oro di Jacopo Bonomo, allievo di Lorenzo Veneziano, raffigurante al centro Sant'Agostino e due angeli che gli impongono la mitra; a sinistra San Paolo, San Gregorio Magno e San Bernardo; a destra San Giovanni Battista, San Girolamo e Sant'Ambrogio.

La chiesa è a navata unica con tre altari. Il maggiore di marmi bianchi e rossi è opera dello scultore padovano Francesco Rizzi di scuola del Bonazza e proviene dal monastero camaldolese del Monte Rua dopo la soppressione napoleonica del 1810 con due belle statue dell'Annunciazione e due busti di marmo di Carrara riproducenti i camaldolesi San Romualdo e beato Paolo Gustino.

I due altari laterali cinquecenteschi sono di legno dorato e scolpito; in quello di destra è la pala di Pietro Domini raffigurante il Battesimo di Gesù, in quello di sinistra era un tempo con­servata la pala raffigurante la Vergine del Rosario ora custodita in sacrestia. Appesa al centro del presbiterio è la pala dell'Assunta dipinta da Palma il Giovane.

In questa chiesa arcipretale si tenne il 24 luglio 1374 il solenne funerale di Francesco Petrarca che era morto sei giorni prima nella sua casetta nella notte fra il 18 e il 19. Vi parteciparono il Signore di Padova Francesco il Vecchio, i vescovi di Padova, Verona, Vicenza, Treviso, i canonici e il clero padovano secolare e regolare, i maggiorenti della città, dottori e studenti dell'Università. La bara coperta di panno dorato sotto un baldacchino era portata da sedici dottori. L'elogio funebre fu pronunciato dall'agostiniano e amico Bonaventura Badoer. Il corpo del poeta fu sepolto provvisoriamente nella stessa chiesa arcipretale finché l'erede e genero Francescuolo da Brossano, gli eresse sei anni dopo a fianco della chiesa stessa l'arca di marmo.

Arca del Petrarca

Nel mezzo della piazza-sagrato della chiesa di S. Maria Assunta sorge l'arca del Petrarca. Il sagrato venne sistemato nel 1874 in occasione del quinto centenario della morte del poeta; successivamente nel 1965 fu lastricato con trachite. Fino all'inizio dell'Ottocento fu usato per il seppellimento e più volte, ma inutilmente, si è tentato di recintarlo con un muro.

L'arca di marmo rosso di Verona fu eretta dal genero del Petrarca, Francescuolo da Brossano, sei anni dopo la morte del poeta, la cui salma era stata custodita provvisoriamente nella vicina chiesa arcipretale. L'arca è stata fatta sull'esempio dei sarcofagi  romani ed ebbe come modello la cosiddetta tomba di Antenore eretta in Padova nel secolo XIII. Come dice Callegari, l'arca sebbene tozza non manca di maestosità. Contiene due iscrizioni: una sulla cassa, dettata dallo stesso poeta, l'altra sul primo gradino che circonda la tomba, dettata dal genero.

FRIGIDA FRANOSO LAPIS HIC TEGIT
OSSA PETRARCE; 
SUSCIPE VIRGO PARENS ANIMAM;
SATE VIRGINE PARCE.
FESSAQ(UE) IAM TERRIS CELI REQUIESCAT
IN ARCE.
QUESTA PIETRA RICOPRE LE FREDDE OSSA 
DI FRANCESCO PETRARCA; ACCOGLI, 
O VERGINE MADRE, L'ANIMA SUA, E TU,
FIGLIO
DELLA VERGINE, PERDONA. 
POSSA ESSA, STANCA DELLA TERRA, 
RIPOSARE NELLA ROCCA CELESTE.
 
VIRO INSIGNI F.(RANCISCO) P.(ETRARCE)
LAUREATO 
- FRANCISCOLUS DE BROSSANO
MEDIOLANENSIS GENER -
INDIVIDUA CONVERSATIONE AMORE
PROPINQUITATE 
ET SUCCESSIONE MEMORIA
 
ALL'UOMO INSIGNE FRANCESCO
PETRARCA POETA INCORONATO
- IL GENERO FRANCESCUOLO
DA BROSSANO MILANESE -
PER GLI INSEPARABILI VINCOLI DI VITA,
D'AMORE, DI PARENTELA,
DI EREDITÀ, DI MEMORIE

Nel 1547 Pietro Valdezocco che in quegli anni era proprietario della casa del poeta fece collocare sulla tomba un busto di bronzo raffigurante il Petrarca, opera di ignoto. Essendo stato sfregiato da alcuni colpi di archibugio, il busto fu tolto e collocato nella Casa del Petrarca; sulla tomba fu posta una copia.

Il 27 maggio 1630 ignoti spezzarono la tomba rubando le ossa di un braccio del poeta, non più trovate. E forse per tenere a debita distanza i curiosi nel 1874 fu collocata attorno all'arca una bassa cancellata sostituita con un'altra nel 1928.

La tomba fu aperta tre volte nel secolo scorso: il 24 maggio 1843 per un restauro finanziato da Carlo Leoni; il 10 luglio 1855 su ordine del Governo austriaco per ricongiungere le ossa del poeta; infine il ó dicembre 1873 a cura dell'Accademia dei Concordi di Bovolenta per permettere al prof. Giovanni Canestrini di presiedere allo studio antropologico dei resti del Petrarca che poi furono rinchiusi in una cassa d'abete. Durante la seconda guerra mondiale, allo scopo di salvaguardarla dai pericoli dei bombardamenti la tomba fu nuovamente riaperta  il  23 nevembre 1944 e le ossa furono prelevate, riposte in una piccola cassa e trasportate al  sicuro a Venezia in Palazzo Ducale. Finita  la guerra lo scheletro fu ricomposto nell'Istituto di Medicina legale dell'Università di Padova e ricollocato nell'arca il 26 giugno 1946 alla presenza delle autorità fra cui il vescovo di Padova, Carlo Agostini, poi Patriarca di Venezia.

Fontana del Petrarca

Sotto il sagrato della parrocchiale, dove si congiungono le strade provenienti da Este e da Monselice, si trova la cosiddetta Fontana del Petrarca che la fantasia popolare dice essere stata fatta costruire dal poeta stesso per unificare cinque piccole fonti.

Un distico in latino inciso sull'arco frontale in pietra di Nanto della fontana dice:

FONTI NUMEN INEST, HOSPES: VENERARE
LIQUOREM, UNDE BIBENS CECINO" DIGNA
PETRARCHA DEIS.
UN NUME ABITA IN QUESTA FONTE, O STRANIERO: VENERA
QUEST'ACQUA, BEVENDO LA QUALE
IL PETRARCA POTÈ CANTARE VERSI DIVINI.

Incerto è il nome dell'autore di queste parole: c'è chi propone Antonio Quarengo, chi invece Lazzaro Bonamico.

In realtà la fontana preesisteva da tempo prima ancora che vi giungesse il poeta al quale però la fontana fu assai cara e della quale si serviva d'estate per attingere l'acqua che, recata lassù in Arquà Alta, giungeva purtroppo calda.

La fontana fu restaurata nel 1547 mentre era vicario Manfredino Conti. Vicino alla fontana sono gli abbeveratoi e i lavatoi.

A sinistra, c'è la bella casa trecentesca Vettorato con la facciata a capanna, le finestre archiacute e una splendida bifora centrale: il fabbricato ha conservato intatto il suo fascino gotico.

Di fronte alla fontana si eleva Casa Rova, quattrocenesca, ma rinnovata nel Cinquecento con tracce ornamentali affrescate. Al primo piano è lo stemma (con il leone rampante) dei Pisani proprietari della casa che passò poi ai Cerchiari e, infine, ai Rova. Le è accanto il piccolo Oratorio del secolo XVIII non più officiato.

L'ex  Osteria del Guerriero

In piazza Petrarca, è sita l'ex Osteria del Guerriero con stemma-banderuola in ferro battuto e ombreggiata da una vita secolare. Nell'interno tipica cucina, con gli antichi piatti dei mesi, assai ammirata da Orio Vergani che non mancò di tracciare un delizioso "quadro di paese" sul Corriere della Sera: ... Si aprono cigolando gli 'scuri' di una finestra all'Osteria del Guerriero, in una casa che ha ancora intatte le rustiche mura del Quattrocento. Una bambina si affaccia al davanzale, tra un vaso di basilico e un ciuffo di cipolle. A ridosso del muro del Guerriero cresce un albero di fico. In mezzo alla piazza sta la tomba del Petrarca. È la prima cosa che la bambina dell'Osteria del Guerriero vede ogni mattina quando s'affaccia fra le cipolle del davanzale.

Di fronte, una casa trecentesca rimodernata nel secolo XVI e restaurata nel 1936. Ospita la Taverna di Laura (un tempo Trattoria Petrarca): un gentile omaggio alla donna cantata dal poeta. La facciata è adornata da una bifora ad arco sesto e da alcune monofore.

Palazzo Contarini e Casa del "Pestrin"

Nella piazza, all'angolo con via Costa si erge a destra, il massiccio palazzo medievale appartenuto inizialmente ai Dalla Bonella, poi ai Contarini che lo tennero fino al 1839 (dando così il nome all'edificio), quindi ai nobili Naccari e attualmente all'erede nipote Marolla.

Il palazzo architettonicamente il più valido e imponente del paese è ingentilito da monofore, bifore e trifore archiacute. Rimaneggiamenti e aggiunte sono stati operati durante i secoli. Secondo una antica leggenda il Petrarca avrebbe in questa casa trattato il matrimonio fra Maria figlia di Nicolò da Carrara, e Francesco Contarini.

Di fronte sorge una bella casa restaurata nel 1926 chiamata un tempo del pestrìn, la casa cioè del frantoio per le olive. La casa apparteneva agli Strozzi come comprova uno stemma con l'arma della potente famiglia fiorentina, infisso sulla parete che costeggia la strada.  

Ospedale della Madonna

Salendo per via Jacopo d'Arquà (un tempo via Roma) si nota a sinistra sulla facciata di una casupola un piccolo affresco sbiadito dentro una nicchia scoperta raffigurante il Crocifisso tra la Madonna e San Giovanni Battista con soprastante scritta: Al Povero-Ospedale dela Madona.

L'ospedale era stato fondato il 12 agosto 1320 da M. Strumolo e aperto ai mendicanti e ai pellegrini poveri che potevano fermarsi un giorno e una notte: in caso di cattivo tempo l'ospitalità poteva durare tre giorni e tre notti.

L'ospizio andò lentamente scadendo tanto che nel 1587 era dotato di un solo letto non potendo più il guardiano adempiere all'obbligo dell'alloggio.  

 

Oratorio SS. Trinità

Dopo la svolta la strada serpeggia sbucando a ridosso dell'abside quadrata dell'Oratorio della SS. Trinità. Già ricordato nel 1181 (ma è di data anteriore), l'Oratorio fu assai caro al Petrarca che vi perveniva dalla vicina sua abitazione per raccogliersi in preghiera.

Nel Trecento fu ingrandito e affrescato come rilevano varie tracce raffiguranti alcune Madonne e un piede di san Cristoforo. Nel Quattrocento venne aggiunta l'abside.

La chiesetta ha un'unica navata con tetto a capanna, un altare di legno scolpito fatto costruire nel 1626 da Margherita Beslevere ornandolo con una pala di Palma il Giovane (allora ottantenne) raffigurante la Trinità e i santi Margherita, Lucia e Francesco.

Il paliotto dell'altare rappresenta il Cristo risorto tra festoni di fiori. Ai lati dell'altare, San Cristoforo in pietra tenera colorata e Santa Lucia in legno dipinto.

Sulla parete di fronte vi è un grande quadro dipinto nel 1028 da G. B. Pellizzari che rappresenta la Trasmissione del bastone di vicario che Antonio degli Oddi fa a Daniele degli Oddi.

Sulla parete di sinistra un'altra grande tela con cornice scolpita ordinata nel 1670 dall'arciprete Bellini che è raffigurato in ginocchio presso un altare al quale si avvicina una donna con manto regale che dovrebbe rappresentare la Città di Padova nell'atto di rendere omaggio a un vescovo martire. Sulle nubi la Madonna in gloria tra i santi Marco e Girolamo.

Nella chiesa si conservano alcune lastre tombali. Nel presbiterio una lapide ricorda la visita compiuta nel 1955 dal cardinale Giuseppe Roncalli, patriarca di Venezia e futuro papa Giovanni XXIII.

Anticamente l'Oratorio comunicava attraverso una porticina ad arco pieno con la Loggia dei Vicari onde permettere l'ingresso diretto nei giorni di udienza.

Il campanile, probabilmente del secolo XII, fu più volte rimaneggiato e ristrutturato. Nel 1847 fu ricostruita la cella campanaria.  

La Loggia dei Vicari

È legata anche storicamente, all'Oratorio della SS. Trinità. D'origine trecentesca, essa accoglieva al suono della campana, i capifamiglia per discutere con il Vicario i problemi della comunità: vi si accedeva dalla piazza sotto un ampio arco.

Nel 1828 il tetto fu demolito per cui la loggia rimase per sempre scoperchiata.

In una nicchia del muro dell'abitazione del vicario si scorge ancora un affresco trecentesco, di ignoto, raffigurante San Giuliano che, ignaro, uccide i genitori, e l'offerente inginocchiato e orante. La casa del Vicario, già in rovina nel secolo XVIII, era sita probabilmente dove ora vi è un'osteria.

Sulle pareti delle Loggia sono rimasti alcuni stemmi apposti dai Vicari al termine del loro mandato.  

Casa Callegari

Al di là degli archi della Loggia dei Vicari si ammira una splendida casa della seconda metà del Cinquecento sorta su un preesistente fabbricato trecentesco che fu abitato dal famoso medico Jacopo d'Arquà.

Adolfo Callegari (1882-1948), appassionato studioso dei Colli Euganei, custode della casa del Petrarca e per ventisette anni direttore del Museo nazionale di Este, acquistò la casa dal conte Arrigone degli Oddo, facendone un ideale rifugio per i suoi studi.

Sul davanti della casa vi è un ampio spazio pavimentato e recintato che permette di godere di un magnifico panorama fino alle alture dei colli Cero e Castello.

Nella piazzetta di fronte alla Loggia, il Vicario Girolamo Bonmartini eresse nel 1612 una colonna con il Leone di San Marco volendo testimoniare così la devozione della Vicaria alla Repubblica Veneto. La colonna fu abbattuta e dispersa nel secolo scorso. La città di Venezia, a proprie spese, nel 1929, provvide a innalzarne un'altra collocata nello stesso luogo, proprio sulla stessa base.

Casa del Petrarca 

Imboccando via Valleselle si giunge all'ingresso della Casa del Petrarca, immersa nel verde fra due orti il citerior e l'ulterior, cioè l'anteriore e il posteriore. Vi si accede passando sotto un arco che immette nel primo orto, il citerior, cioè l'antico viridarium dove il Petrarca amava piantare l'alloro, la vite, il pomo e le piante aromatiche: il rosmarino, l'issopo e il marrobbio. Ma anche nell'orto posteriore il poeta mise a dimora pianticelle e arbusti donatigli dal genero Francescuolo da Brossano, sotto la guida del fedele Lombardo della Seta. Anche oggi il visitatore vi trova tanto verde: nell'antico viridarium bassi arbusti di bosso disegnano un piccolo labirinto e vi crescono l'oleandro, la peonia e il pino; nell'orto posteriore sono piantati il giùggiolo, l'alloro, l'ulivo, il ciliegio e il pino.

La casa non la costruì il Petrarca ma preesisteva e, secondo la tradizione, gli sarebbe stata donata dal Signore di Padova, Francesco il Vecchio da Carrara, per indurlo a rimanere nei pressi di Padova dove l'aveva chiamato il padre dello stesso signore, Jacopo II e dove il poeta godeva del canonicato di san Giacomo della cattedrale padavana che gli rendeva duecento ducati d'oro all'anno.

La casa era composta di due corpi di fabbrica con un dislivello di tre metri e mezzo. Il Petrarca vi apportò alcune modifiche sulla facciata, aprì alcune finestre, ne fece un unico alloggio, con due unità abitative, tenendo per sé e i suoi familiari la parte inferiore (domenicale) e riservando la superiore (rustica) alla servitù. Tra familiari, domestici e amici un nutrito gruppo di persone si aggirava quotidianamente per la casa: il poeta, la figlia Francesca col marito Francescuolo da Brossano e la figlioletta Elettra, un sacerdote amico nonché assistente spirituale, il segretario padovano Lombardo della Seta, alcuni amanuensi, il cuoco e i servitori.

Altri mutamenti subì la casa dopo il Petrarca. Alla metà del secolo XVI il nobile padovano Pietro Paolo Valdezocco, che fu proprietario della casa dal 1546 al 1556, abbellì la rustica dimora: fece costruire la graziosa loggetta dalle linee rinascimentali e la scaletta esterna che durante i restauri dei secoli successivi non vennero toccate né modificate, non alterando l'armonia dell'ambiente.

Nelle stanze al piano superiore fece dipingere lungo le pareti fasce di pitture a tempera con scene ispirate al Canzoniere, ai Trionfi e all'Africa e adornò le cappe dei camini. Va precisato che le trasformazioni subite dalla casetta e le aggiunte alle pareti, nonché un certo degrado dell'edificio in triste abbandono verso la fine del Settecento, non sfuggirono al biasimo di successivi illustri personaggi ammiratori del Petrarca, tra i quali Vittorio Alfieri.  

PIANO SUPERIORE - La decorazione pittorica, cinquecentesca, divisa in otto pannelli, raffigura scene ispirate alla prima canzone del Canzoniere, Nel dolce tempo de la prima etade.

La stanza conserva il busto di bronzo originale fatto fare da uno scultore ignoto dal Valdezocco e inizialmente collocato su un lato dell'arca del poeta nel borgo inferiore. Essendo stato sfregiato in epoca antica da alcuni colpi di archibugio il busto nel secolo scorso è stato qui trasferito e sull'arca fu collocata, tuttora visibile, una copia.

A sinistra si passa nella Stanza di Venere (ex stanza della gatta). Sulla cappa di un camino cinquecentesco sono dipinti Venere ignuda e Vulcano che forgia le armi di Amore. Da un poggiolo di ferro battuto collocato alla fine del Seicento dai proprietari della casa, i padovani Cassici, si gode un bellissimo paesaggio: la valle appare in tutta la sua dolcezza con il colle Cera a forma di piramide e il monte Castello.

In fondo alla stanza vi è il piccolo studio del Petrarca al quale non si accede ma che si può ammirare attraverso una vetrata. Vi sono custodite la famosa sedia usata dal Petrarca e la sua libreria. La sedia è pieghevole di stile moresco intagliata nello schienale e nei braccioli; la libreria, massiccia e cubica, di legno di faggio, ha quattro vani chiusi da sportelli ognuno dei quali è diviso da lesene con borchie bronzee agli incroci. I due mobili sono stati restaurati negli anni Trenta del nostro secolo.

Sopra la vetrata che guarda lo studiolo è ancora visibile il rettangolo in cui era collocata la nicchia contenente la mummia della gatta. Quando il Petrarca venne a vivere nella casa, la stanza della gatta e lo studiolo formavano un unico ambiente. E' probabile che il poeta abbia scelto come camera da letto la stanza dal cui poggiolo si domina la vallata.

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Ritornando nella sala principale si passa nella Stanza delle Visioni. È stata fatta decorare nel Cinquecento dal proprietario Valdezocco con soggetti ricavati dalla canzone Standomi solo un giorno a la fenestra. Notevoli ed eleganti alcune scene animalesche e paesaggistiche nonché un forte ritratto del Petrarca sopra una porta di destra.  

PIANO TERRENO. La saletta d'ingresso conserva sulle pareti i ritratti ideali di Francesco il Vecchio, della moglie Fina Buzzacarini e di una loro figlia, duchessa di Sassonia. Si conservano alcuni mobili secenteschi che facevano parte del legato dell'abate Stefano Piombin  di Monselice. Sul fondo è il modello di gesso della statua di Francesco Petrarca dello scultore padovano Luigi Ceccon (1833-1919) collocata sul sagrato della basilica del Carmine, in Piazza Petrarca a Padova, il 18 luglio 1874 in occasione del quinto centenario della morte del poeta. 

In questa e nelle due salette a fianco è allestita dal 1985 la mostra fotografica Itinerari con Francesco Petrarca realizzata dall'Ente Nazionale Francesco Petrarca. 

Nella saletta di sinistra una lapide dice:

SE TI AGITA SACRO AMORE DI PATRIA
T'INCHINA A QUESTE MURA
OVE SPIRÒ LA GRAND'ANIMA
IL CANTORE DEI SCIPIONI E DI LAURA.

Ma l'attenzione del visitatore è attratta da una piccola nicchia in cui è custodita la mummia di una gatta che si dice fosse cara al poeta. Divenne talmente famosa che si tentò anche di rubarla, ma invano, grazie alla buona guardia dei contadini.

Sotto alla gatta si possono leggere due epigrammi scritti in latino dettati dal canonico Antonio Quarenghi (1547-1634): un testo scherzoso e faceto con il quale la gatta, parlando in prima persona, dice di essere stata il grande amore di Petrarca: se Laura fu l'ispiratrice dei versi del poeta, lei (la gatta) fu la fedele custode dei suoi scritti che difese dagli assalti dei topi; ed anche adesso da morta incute ancora paura agli scellerati topi.

ETRUSCUS GEMINO VATES EXARSIT AMORE:
MAXIMUS IGNIS EGO,
LAURA SECUNDUS ERA!
QUID RIDES? DIVINAE ILLAM
SI GRATIA FORMAE,
ME DIGNUM TANTO FECIT AMANTE FIDES;
SI NUMEROS GENIUMQUE SACRIS
DEDITILLA LIBELLIS, CAUSA EGO,
NE SAEVIS MURIBUS ESCA FORENT.
ACERBAM SACRO VIVENS A LIMNE MURES,
NE DOMINI EXITIO SCRIPTA DISERTA DARENT.
INCUTIO TREPIDIS EADEM
DEFUNCTA PAVOREM
ET VIGENT EXANIMI IN PECTORE
PRISCA FIDES.
 
IL POETA TOSCANO ARSE DI UN DUPUCE AMORE
IO ERO LA SUA FIAMMA MAGGIORE, LAURA LA SECONDA 
PERCHÉ RIDI? SE LEI LA GRAZIA
DELLA DIVINA BELLEZZA,
ME DI TANTO AMANTE RESE DEGNA LA FEDELTÀ;
SE LEI ALLE SACRE CARTE DIEDE I RITMI E L'ISPIRAZIONE 
IO LE DIFESI DAI TOPI SCELLERATI.
QUAND'ERO IN VITA TENEVO LONTANI
I TOPI DALLA SACRA SOGLIA 
PERCHE' NON DISTRUGGESSERO
GLI SCRITTI DEL MIO PADRONE
E ORA PUR DA MORTA LI FACCIO TREMARE ANCORA DI PAURA:
NEL MIO PETTO ESANIME E' SEMPRE VIVA LA FEDELTA' DI UN TEMPO.

La mummia della gatta fu qui trasferita in anni piuttosto recenti dal piano superiore dov'era stata collocata in un posto d'onore nella cosiddetta "stanza della gatta", sulla porta dello studiolo dove il Petrarca si ritirava e si dice sarebbe morto reclinando i capo su un libro di Virgilio.

Che si sia trattato proprio di una gatta del Petrarca è ormai escluso: sembra che sia stata posta nella stanza superiore da Girolamo Gabrielli che fu uno dei proprietari della casa, nel Seicento.

Ritornando al piano terreno, nella stanza di destra vi è un piccolo museo petrarchesco dovuto all'abate Piombin.

I SUCCESSIVI PROPRIETARI DELLA CASA DEL PETRARCA - Dopo la morte del Petrarca nel 1374, la casa passò in eredità al genero. Risale al 10 aprile 1454 il primo atto di compravendita della casa: il patrizio veneziano Federico Giustinian la cedeva ai monaci di San Giorgio Maggiore di Venezia che nel 1470 la diedero al nobile padovano Battista de Bigolino di Vittore, i cui eredi "rinunciarono il diritto ai monaci nel 1518". Il 1 settembre 1552 la casa veniva presa in affitto per tre anni da Giovanni Pietro del fu Pasqualino, quindi nel marzo 1543, per quattro anni, da Bartolomeo Sperotto del fu dottore Bernardino, medico, ma il 4 luglio 1545 vi rinunciava. Il 21 settembre 1546 la dimora, veniva acquistata dal nobile padovano Paolo Valdezocco.

Successivamente, il 20 luglio 1556, Celio Valdezocco cedeva la casa ad Andrea Barbarigo del fu Matteo la cui vedova, Cecilia Gabrielli, la diede in dote alla figlia Lucrezia andata sposa il 3 giugno 1591 al patrizio veneziano Francesco Zen il quale, a sua volta, il 20 febbraio 1603, la vendette al nobile Girolamo Gabrielli padovano, al quale succedette il figlio Marcantonio la cui vedova lasciò la casa in fidecommesso ai figli Pietro e Girolamo che il 9 novembre 1 677 la permutarono con i nobili padovani Giovanni Antonio e Angelo Cassici di Giacomo in cambio di alcuni livelli.

La casa il 30 aprile 1693 tornò in proprietà ai Gabrielli: Fiordispina, figlia di Pietro, la portò in dote all'inizio del 1700 al marito conte Alessandro Dottori cui subentrarono quali proprietari il figlio Vincenzo Maria Dottori e successivamente i di lui figli Pio, Paolo, Antonio, Francesco e Pietro.

Ancora nel 1783 la prese in affitto Girolamo Zulian quindi la casa, rimasta indivisa tornò alle eredi Dottori.

Il 18 agosto 1823 Ercole Bernardi figlio di Elena l'ebbe in comproprietà con la zia Antonia Silvestri, ma Ercole il 30 gennaio 1841 cedette il suo diritto di proprietà ai cugini Pietro e Girolamo Silvestri i quali, morta la madre nel 1844, divennero padroni assoluti della casa. Il 31 luglio 1875 il cardinale Pietro Silvestri donava la casa con quattro campi e mezzo al Comune di Padova.  

Francesco Petrarca 

Il più celebre arquatense fu senz'altro Francesco Petrarca. Nasce nel 1304 ad Arezzo dove si ferma per un anno trasferendosi nel 1311 ad Avignone, sede del Papato, dove il padre bandito da Firenze spera di trovare una sistemazione. Stabilitosi nella vicina Carpentras, il giovane Francesco inizia gli studi di grammatica e retorica per poi passare a Montpellier dove studia per volontà paterna giurisprudenza.

Nel 1320 con il fratello Gherardo è a Bologna per proseguire gli studi giuridici. Nel 1326 sempre con il fratello ritorna ad Avignone, abbandona gli studi di legge, prende gli ordini minori e frequenta la raffinata corte avignonese. Il 6 aprile vede in Santa Chiara Laura, ispiratrice del Canzoniere e simbolo della sua vita spirituale. Nel 1330 riceve l'incarico di cappellano al servizio del cardinale Giovanni Colonna, compie lunghi viaggi nell'Europa settentrionale e in Italia, per poi fermarsi nuovamente presso Avignone, a Valchiusa, in un tranquillo rifugio dove vive serenamente per quindici anni.

Nel 1341 a Roma in Campidoglio è incoronato poeta e nel 1343 si dedica a Parma alla compilazione dei Rerum memorandarum Libri e alla prima stesura del poema latino Africa a esaltazione della grandezza di Roma e della vittoria di Scipione su Annibale. Dal 1345 al 1347 in Valchiusa compone il Secretum, un'opera di meditazione, ritornando poi nel 1348 a Parma dove nel maggio apprende la notizia della morte di Laura. Nel 1349 accogliendo l'invito del Signore Giacomo II da Carrara si trasferisce a Padova in virtù anche dell'interessamento del vescovo amico lldebrandino Conti e riceve un canonicato, un beneficio annuo di 200 ducati d'oro e una casa nei pressi della cattedrale.

Il 19 aprile 1350 la morte per assassinio di Giacomo II da Carrara addolora profondamente il poeta che detta un elogiativo epitaffio in ricordo del Signore. Alla fine del marzo 1351 lo viene a trovare a Padova l'amico Boccaccio che gli reca una lettera del Comune di Firenze annunciante la restituzione al poeta del patrimonio confiscato al padre nel 1302 e l'invito ad andare a occupare una cattedra nello Studio di Firenze, invito che andrà deserto.

Tornato ad Avignone, nel 1353 lascerà definitivamente la Francia stabilendosi a Milano ospite per otto anni dei Visconti, attendendo al poemetto dei Trionfi. Nel 1361 si trasferisce nuovamente a Padova dove apprende la notizia della morte per peste del figlio naturale Giovanni di 25 anni. In quello stesso anno la diletta figlia naturale Francesca va sposa al mercante milanese Francescuolo da Brossano che il poeta ama come un figlio.

Soggiorna quindi per alcuni anni a Venezia, ma nel 1368 ritorna a Padova ospite del Signore Francesco il Vecchio da Carrara al quale in riconoscenza per le affettuose premure ricevute dedica il De viris illustribus che ispira i temi degli affreschi nella Sala dei Giganti nella Reggia carrarese.

Il 1368 è l'anno dei primi contatti con Arquà. Il Petrarca è già ultrasessantenne, il lungo peregrinare per l'Italia e l'Europa, i faticosi viaggi, le numerose richieste di averlo ospite da parte dei potenti, gli impegni diplomatici l'hanno affaticato: ora sente il bisogno di trovare una residenza stabile, in un luogo sereno. Sceglie Arquà, sui Colli Euganei, a venti chilometri da Padova, dove possiede un piccolo podere donatogli da Francesco il Vecchio da Carrara: un vero rifugio, lontano dalla città, nel silenzio dei colli.

È probabile che il Petrarca abbia rivolto il suo pensiero ad Arquà già nel 1364 mentre si trovava a curarsi la scabbia nelle terme della vicina Abano, malattia piuttosto seria riuscendo egli a stento a mangiare e a scrivere e della quale riuscì a liberarsi nei primi mesi del 1365.

Va anche ricordato che sempre nel 1365 egli possedeva un canonicato e una prebenda nella collegiata della vicina Monselice ai piedi delle colline arquatensi.

Nella primavera del 1369 egli raggiunge Arquà per sistemare la casetta e mettere a dimora, sotto la direzione del fedele Lombardo della Seta, piccoli alberi. Nei primi mesi del 1370 il Petrarca sale ad Arquà per abitarvi stabilmente, il 4 aprile è di nuovo a Padova per stilare il testamento. Parte quindi alla volta di Roma invitato da Urbano V, ma durante il viaggio a Ferrara è colto da grave malattia ed è ricondotto steso in barca a Padova. Ritornerà sui colli in giugno, non del tutto ristabilito in salute.

Ritenendosi ormai stabile abitatore di Arquà, allarga il suo possedimento acquistando da maestro Lingua del fu Enrico da Piazzola, calzolaio, un campo e mezzo sullo stesso colle Ventolone, confinando con la sua stessa proprietà e con quelle di Alberto Bono Ovetari, del Signore Francesco il Vecchio da Carrara e la strada.

Dal 1370 al 1374 è un frequente avvicendarsi del poeta tra Arquà e Padova. Prima che finisca il 1370 è di nuovo in città, ma poco dopo sul colle riceve il gran priore dell'ordine dei camaldolesi Giovanni degli Abbarbigliati. Nel maggio dell'anno successivo scende di nuovo a Padova colto da febbre altissima tanto da dovere essere assistito dai medici. Nel 1372 il Petrarca affitta a Bortolo detto Borgogno del fu Simone da Pernumia mezzo campo di terra arativa che egli possedeva a Pernumia in contrada San Fidenzio.

All'inizio della primavera dello stesso 1372, su invito del poeta viene a vivere con lui ad Arquà, trasferendosi da Pavia, l'intera famiglia della diletta figlia Francesca, con il marito Francescuolo da Brossano, tre figlioletti e i servitori: in tutto oltre dieci persone. Viene così ricostituito nella casetta sul Ventolone il gruppo familiare in uno stretto vincolo affettivo.

Nel novembre dell'anno che sta per finire, il 1372, scoppia la guerra tra Padova e Venezia. Il poeta, seguito a breve distanza dai familiari, è costretto a scendere a Padova, essendo la zona collinare poco sicura militarmente. Conclusa la guerra perduta da Padova, la Repubblica Veneta dettando le condizioni della pace stabilisce che il Signore di Padova vada a Venezia a fare atto di sottomissione al doge. Francesco il Vecchio vi manda il figlio quindicenne Novello accompagnato dal vecchio e stanco Petrarca che il 3 ottobre 1373 in Palazzo Ducale di fronte al doge Steno pronuncia a fatica l'orazione in difesa della Signoria padovana. Il rientro a Padova avviene nella stessa giornata. Prima che l'anno finisca il poeta ritorna nella sua casetta ad Arquà dalla quale non si muove più. Si spegne nella notte fra il 18 e il 19 luglio 1374.

(Ottobre 2012)