Calcata, tufo e creatività
(Viterbo)
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Un villaggio medievale a pochi chilometri da Roma. Solo in Italia può succedere che non si tratti di un paese ricostruito, ma di un   vero e proprio centro abitato, arroccato come mille anni fa sull’alto di una rupe e chiuso nelle mura del suo castello. Calcata deve il suo fascino al fatto di ergersi su un vero e proprio scoglio di pietra vulcanica piantato in mezzo alla valle del Treja: costruirci intorno era impossibile, demolire il vecchio per far posto al nuovo, non conveniente. Sta di fatto che la cittadella ha conservato il suo sapore attraverso i secoli, e che adesso è stata scoperta dal turismo domenicale proveniente dalla capitale.

Calcata non è, nonostante l’invidiabile posizione, il centro più antico della vallata. O almeno, gli studiosi non  sono in grado di rintracciare i resti etruschi e falisci tra le tante sovrapposizioni di grotte scavate nel tufo, di  case fatte e rifatte centinaia di volte. Così, di epoca arcaica si ritrovane in paese solo un breve tratto delle  mura e la cosiddetta “porta segreta”, il passaggio sotterraneo che dal lato occidentale della rocca scende  fino a mezza costa e che deve essere servito agli abitanti per evitare le conseguenze degli assedi prolungati. Calcata compare nelle carte ufficiali a partire dal 700 d.C., quando viene inclusa nel novero delle fattorie che  appartengono alla “domusculta” di Capracorum, cioè ad uno dei centri di produzione agricola creati da  Adriano I per rifornire Roma di cibo. Seconda citazione del paese, in una donazione del castello all’Abate di  San Gregorio di Roma, datata 8 marzo 974. A partire da quel momento, a Calcata si avvicenda una lunga lista di padroni e protettori fino alla cessione del feudo ai Sinibaldi nel 1180. Un nuovo passaggio di mano e Calcata entra nei possedimenti degli Anguillara. Ma il castello è in disfacimento e gli abitanti si trasferiscono nella vicina abbazia fortificata di Santa Maria.In pieno rinascimento, nel 1432, il castello ritorna ai Sinibaldi, e poi di nuovo agli Anguillara, e così via fino al XIX secolo quando passa ai Massimo.

Nel borgo alcune case di tufo risalgono al 1200, le strade sono lastricate sin dal 1700 con grossi ciottoli di fiume, la piazza con la chiesa è di impianto rinascimentale ed il palazzo baronale, rimaneggiato tra il XVIII e il XIX secolo, è stato restaurato ed è ora proprietà del Parco. Nel paese vecchio vivono stabilmente circa 70 persone, in gran parte provenienti da Roma o da altri centri urbani – ma anche stranieri, tra americani, belgi ed olandesi – ed il resto delle abitazioni viene usato come seconda casa o affittato per fine settimana e brevi periodi ai turisti.I calcatesi, invece, si sono trasferiti sul pianoro sovrastante la rocca: il podestà di epoca fascista fece iscrivere Calcata, in virtù di una legge speciale per i centri terremotati della Sicilia e della Calabria, nel novero dei paesi da risanare, con il trasferimento degli abitanti in abitazioni non a rischio e il successivo abbattimento del paese. Solo negli anni Novanta, un decreto ha salvato Calcata dall’abbattimento coatto, ma ormai i vecchi abitanti se ne erano andati…

Nessun edificio di particolare valore storico o architettonico, nessun museo famoso o monumento importante. E così chi arriva qui con troppa fretta e poca curiosità rischia di perdersi l'essenza di questo luogo semplice e potente, esempio quasi intatto di cittadella fortificata del Medioevo. In passato set cinematografico, insieme alla vicina località di Monte Gelato, di film importanti, da Francesco giullare di Dio di Roberto Rossellini a Amici Miei di Mario Monicelli, oggi Calcata è più conosciuta come centro d'arte dove vive e lavora una comunità di ben 46 artisti, italiani e stranieri, tra pittori, scultori, grafici, musicisti, disegnatori e scrittori, coreografi e performer.

Lo stacco tra presente e passato è netto: auto, traffico e cellulari si lasciano nel parcheggio di piazza Roma e si entra nell'abitato attraverso la doppia porta ad arco, un tempo munita di ponte levatoio. Poi si va subito in salita, per via degli Anguillara, ripida e coperta da archi, che sbocca nella centrale piazza Umberto, fulcro del borgo e punto di incontro della vita sociale.

Intorno, semplici case contadine a due piani un po' decadenti, la parrocchiale del Santissimo Nome di Gesù, la torre e l'ex palazzo baronale degli Anguillara (oggi centro espositivo), di proprietà del Parco Valle del Treja. Nell'insieme un nucleo armonico e compatto dove tutto, anche l'atmosfera scalcinata, sembra fermo a cent'anni fa.

Ad attirare subito l'attenzione sono tre misteriosi troni di tufo, che sembrano abbandonati nella piccola piazza Vittorio Emanuele, a fianco della chiesa. Si tratta di "Aspettando gli dei", intensa opera d'arte che richiama l'iconografia etrusca, realizzata tra 1984 e 1987 da Costantino Morosin, uno degli artisti storici di Calcata.  

Qui ci si conosce tutti: Calcata Vecchia è abitata stabilmente solo da 60-70 persone sui 913 residenti dell'intero Comune, che vivono soprattutto nel centro nuovo, costruito a partire dagli anni Settanta del secolo scorso, quando la popolazione lasciò per sempre le vecchie case dichiarate inagibili da un decreto del 1935. Un evento che segnò, nel bene e nel male, la storia del paese. 

Se da un lato l'abbandono ha sottratto la vecchia Calcata agli scempi edilizi degli anni 60 e 70, mantenendo intatta la sua atmosfera d'altri tempi, dall'altro ha creato una ferita mai sanata tra i vecchi abitanti che non hanno più voluto frequentare il loro antico borgo e i nuovi che l'hanno ripopolato e rivalutato a partire dagli anni Sessanta, e cui va il merito, pur tra luci e ombre, di averlo fatto rivivere e salvato dall'oblio.  

A Calcata bisogna arrivarci in un sabato o domenica, dalla primavera in poi, quando tutto sembra rallegrarsi e prender vita: turisti in fila davanti ai ristoranti, bambini che corrono per le strade, fotografi a caccia di immagini, giovani coppie in gita romantica e cittadini della capitale venuti ad abitare le loro case per il weekend.

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Artisti e artigiani aprono studi e botteghe al pubblico, si moltiplicano le iniziative culturali, gli appuntamenti con la musica, il teatro, e le attività naturalistiche nel parco del Treja.

A una misteriosa storia è legata la chiesa del Santissimo Nome di Gesù, che in passato ha ospitato una singolare reliquia: il prepuzio di Cristo, contenuto in un globo d'oro tempestato di pietre preziose, e misteriosamente scomparso più di vent'anni fa in occasione di un furto mai chiarito. 

Sparita la reliquia, rimangono un pregevole ciclo settecentesco di Storie di Cristo in stucco bianco, un tabernacolo del '400, un fonte battesimale di marmo e un'acquasantiera con il simbolo degli Anguillara, la famiglia che per oltre un secolo, dal 1291 al 1432, contese ai Sinibaldi la proprietà del borgo, passato nell'800 ai duchi di Rignano della famiglia Massimo e infine ai Ferrauti.

Terrazzini arrampicati in cima a ripide scale ricoperte di gelsomini e rampicanti, davanzali stretti rallegrati da gerani in fiore, pavimento di ciottoli lisci e irregolari, case-grotte scavate nel tufo a strapiombo sulla valle e vicoli tortuosi che finiscono all'improvviso a ridosso della rupe o si perdono in scalinate sospese nel nulla. Intorno selvaggi boschi e colline a perdita d'occhio, l'eco dello scorrere del Treja più in basso e il raglio degli asini nella campagna. Calcata si rivela a chi si mette in ascolto, a chi entra in risonanza con la sua energia di probabile luogo di culto dei Falisci, il piccolo e antico popolo italico affine agli Etruschi che tra VI e IV secolo avanti Cristo in questo territorio visse e fondò necropoli, da Falerii Veteres (l'odierna Civita Castellana) a Narce. La forza di questo "menhir di tufo" sull'orlo del precipizio, che continua ad attirare chi cerca, non solo nell'arte, un diverso stile di vita, è proprio nel profondo senso di sacralità, oggi più che mai da rispettare e preservare.