Anguillara Sabazia, una terrazza sul lago
(Roma)
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Anguillara, posta sui rilievi Sabatini, si estende su un promontorio sulla sponda sud-orientale del Lago di Bracciano, il terzo per estensione fra i laghi dell'Italia centrale, dopo il Lago Trasimeno e il Lago di Bolsena. Ciò ne fa un importante centro turistico e balneare.

Nel territorio comunale, ricadono anche le sponde del lago di Martignano, condivise con i comuni di Roma e Campagnano di Roma.

Per quanto riguarda la fondazione, gli storici concordano sul periodo Repubblicano dell'antica Roma, primo o secondo secolo a.C. Una ricca patrizia romana, Rutilia Polla, possedeva una villa sulle sponde proprio sotto la Collegiata e allevava pesce di lago per rifornire il mercato di Roma. La villa a forma di angolo si chiamava "Angularia" e da qui deriverebbe il nome Anguillara.

Il suffisso Sabazia, derivante dal nome della zona, serve a distinguerlo da un omonimo centro del padovano, Anguillara.

Si capisce al primo sguardo che tra Anguillara Sabazia e il lago di Bracciano è amore indissolubile. Il lago imprigiona il borgo tra le sue onde di zaffiro, il borgo si specchia nel lago con la civetteria di una marchesa Pompadour. Nei secoli passati questo paese di pescatori, incantevole su un promontorio a terrazze, ha tratto il suo sostentamento dal lago che si impone alla vista da ogni torrione, giardino pensile o palazzo nobiliare. Alla pesca si è aggiunto il boom turistico dovuto ancora al lago, alla bellezza dei suoi scorci e alla bontà del prezioso pescato giornaliero - lucci, coregoni, anguille dette "ciriole" - che si gusta nei ristoranti.

A poco meno di un'ora dalla capitale, Anguillara è una meta prediletta dai romani che, con la loro passione per la gita "fuoriporta", nei weekend primaverili vi si riversano a frotte, affollando negozietti e ristorantini. Mentre in estate villeggiano massicci contingenti di olandesi, seguiti a ruota dagli inglesi. Per questi ultimi la tradizione risale al 1836, quando giunse in questi luoghi lord Chesterfield con la moglie lady Ann, innamorandosi della campagna romana, che forse gli ricordava i natii shires, e iniziando la nobiltà locale alla caccia alla volpe.

Il lago Sabatinus, così chiamato perché secondo la leggenda nel suo baratro scomparve la città etrusca di Sabate, giustifica in pieno questo entusiasmo. E' un bacino vulcanico incastonato tra castani e faggi, ampio 5.500 ettari e profondo 170 metri. Sorprendenti i suoi fondali, che a partire dal 1989 hanno restituito in località La Marmotta preziosi reperti riconducibili al VI millennio avanti Cristo, oggi in mostra presso il Polo Museale neolitico di Anguillara: armi, manufatti in legno e ceramica, perfino cinque piroghe, l'ultima riaffiorata nel luglio del 2005.

I sofisticati depuratori e il severo controllo dei pesticidi rendono le acque del lago cristalline. Non ci sono gelate, e le rive si arricchiscono di aranci, limoni, buganvillee. Dal 1987 sono vietate le barche a motore, e come per magia sembra di essere tornati ai tempi di Ferdinand Gregorovius, lo scrittore tedesco che nell'800 decantò le "dolci colline e leggiadre sponde" del lago.

Solo la motonave turistica Sabazia II in primavera e in estate naviga tra i paesi rivieraschi di Anguillara, Bracciano e Trevignano, turbando appena un contesto naturalistico e ambientale perfettamente preservato. Anche nel borgo di Anguillara, con il suo lungolago dall'eleganza un po' démodé, si avverte la stessa attenzione alla qualità della vita. Colpiscono subito la pulizia e la cura i lei dettagli nell'arredo urbano e nel verde pubblico.

E l'impianto medievale vanta un asse viario nitido, rettilineo, dal quale i vicoli lindi e ben pavimentati si inerpicano verso l'alto, spesso a gradoni, fino alla candida collegiata, in una piazza tra balconcini di gerani e violacciocche. Nella bella stagione è il Comune a promuovere l'abbellimento di faccite e portoni con addobbi floreali, premiando le creazioni più fantasiose.

E' uno dei tanti modi in cui si esprime la sensibilità artistica di Anguillara, affermata anche come polo culturale. Eventi, mostre, concerti sono proposti dall'amministrazione pubblica e da una cinquantina di associazioni in cui diversi cittadini coltivano, a gomito a gomito, musica, pittura, fotografia, poesia. Ne risultano manifestazioni di spessore come i "Concerti di primavera", organizzati dall'Associazione Scuola Orchestra, con i suoi 250 soci, nella quattrocentesca chiesa di San Francesco (magica cornice con gli affreschi quattrocenteschi di Domenico Velandi di recente restaurati), oppure il premio letterario internazionale "Anguillara Sabazia città d'arte", con sezioni di saggistica, giornalismo e racconti inediti che hanno il lago per protagonista.

Gli edifici ed i monumenti di un certo pregio di carattere civile e religioso presenti nel Centro Storico e nelle aree vicine risalgono perlopiù al periodo tardo-medievale e rinascimentale. Gli unici edifici certamente più antichi sono le chiese di S. Salvatore e S. Andrea, ormai inghiottite dal Centro Storico e adibite a case private. Le uniche due chiese ancora attive nel Centro Storico sono le chiese di S. Biagio, inaugurata nel 1756 e la chiesa di S. Maria Assunta, le cui prime notizie risalgono ai primi decenni del ‘500, come attestano le relazioni delle Visite Pastorali compiute a scadenza periodica dal Vescovo della Diocesi di Sutri e Nepi.

L'edificio venne radicalmente restaurato nel 1700, a causa dello stato di precarietà degli affreschi e delle strutture portanti. Inoltre il paese doveva anche far fronte alle maggiori esigenze da parte delle allora illustri famiglie anguillarine, che pretendevano una propria cappella privata all'interno della chiesa e delle Confraternite laiche, bisognose di ambienti più spaziosi per le loro riunioni. I lavori iniziarono nel 1765 e durarono per circa trent'anni a causa di costanti problemi finanziari e buracratici che misero più volte in dubbio il completamento dei lavori. La nuova chiesa manteneva sostanzialmente gli elementi principali di quella del cinquecento, come l'impostazione e l'orientamento, ma ne differiva per la creazione di due navate laterali.

Oltrepassata la porta di Castello, si scorge l'altro importante edificio: Palazzo Orsini. Inserito in un complesso fortificato, formato da un torrione di pianta circolare, bastioni angolari collegati da un muro di cinta e da un bastione circolare, è oggi palazzo comunale. Affascinante il suo impianto, su diversi livelli inframmezzati dal cinquecentesco giardino pensile, a strapiombo sul lago. All'interno sorprendono gli affreschi di scuola di Raffaello (1535-39), bellissimi soprattutto nella sala consiliare, voluti da Gentil Virginio Orsini per celebrare le sue imprese belliche: fu infatti comandante della flotta pontificia in alcune fortunate spedizioni contro i pirati turchi. Nel giardino del palazzo, il torrione medievale ospita il piccolo Museo della Civiltà contadina e della cultura popolare Augusto Montori, che illustra l'altra faccia di Anguillara, lontana dai clamori guerreschi, attraverso oggetti desueti come la "callara", pentolone che serviva per la cagliatura, e gli attrezzi dei pescatori amorevolmente tramandati da nonno a nipote.

Fuori le mura del paese, oltre alle chiese della Madonna delle Grazie e della Trinità, quest'ultima recentemente restaurata, esiste il complesso di S. Francesco, formato da una chiesa e da un convento francescano abbattuto negli anni '50, per far posto ad un'ala (poi mai costruita) della vicina scuola.

L'impostazione della chiesa è a navata unica, con un presbiterio a pianta quadrata con volta a crociera, impostazione tipica della chiese francescane a partire dal XIII sec. Una serie di affreschi ne adornano le pareti e il presbiterio, queste ultime realizzate dal pittore Domenico Velandi, seguace di Lorenzo da Viterbo, in cui sono rappresentate le immagini della Madonna al centro tra i SS. Apollonia, Lorenzo, Giovanni Battista, Francesco, Leonardo e Silvestro papa. Nel registro superiore vi è rappresentata la Crocifissione, oggi sparita a causa della sciagurata distruzione dovuta all'apertura della finestra in tempi moderni. La scena era rappresentata tra S. Giovanni, la Vergine e i SS. Bernardino e Antonio da Padova.
Il convento si incentrava su un cortile con al centro un pozzo e un portico ad archi e pilastri in muratura. Le volte del chiostro erano originariamente affrescate con vari episodi della vita di San Francesco, oggi completamente scomparsi.

STORIA - La storia di Anguillara Sabazia e del suo comprensorio è strettamente legata a quella delle antiche popolazioni che hanno frequentato questo territorio. La zona infatti, possiede rilevanti testimonianze, già a partire dall'epoca neolitica, come testimoniato dal ritrovamento in località La Marmotta di numerosi reperti e manufatti datati al 5500 a.C. appartenenti ad un villaggio neolitico di sponda, il più antico dell'Europa occidentale.

Le notevoli tracce di epoca romana sono ben visibili in tre zone del territorio di Anguillara ed appartenenti al complesso dell'Acqua Claudia, alle Mura di S. Stefano e alla via Clodia. Il complesso dell'Acqua Claudia è formato da un grandioso emiciclo ad arco di cerchio avente una corda di 87 metri circa, di cui è visibile soltanto la metà sinistra, arricchito da una serie di nicchie semicircolari e collegate tra loro da semicolonne. La parte retrostante dell'esedra presenta un corridoio originariamente coperto da un piano calpestabile in legno, il quale prendeva luce dalla serie di finestre che si aprivano sull'esedra. Le estremità del corridoio erano chiuse da due ninfei, costruiti per creare giochi d'acqua, a sua volta alimentati dall'acqua contenuta in cisterne poste a monte del complesso.

Il complesso romano denominato Mura di S. Stefano è uno dei monumenti meglio conservati di tutto il comprensorio sabatino, la cui datazione più probabile è quella della seconda metà del II sec. d.C. Costruito in opera cementizia rivestita da una cortina di laterizi gialli e rossi, era in origine arricchita dal rivestimento di migliaia di frammenti marmorei policromi, facendogli assumere un aspetto maestoso. L'area è composta da una struttura principale, da una cisterna a pianta quadrangolare e dai resti di un abside, originariamente appartenente ad una chiesa costruita intorno all'IX sec. d.C. e rimasta in uso almeno fino all'XI. Il suo abbandono risale probabilmente ai primi anni del XII sec. Il complesso venne definitivamente abbandonato e lo rimase fino alla metà del XIX secolo, quando le epidemie di colera del 1856 e del 1867, costrinsero gli abitanti del paese ad adibire l'area all'interno della struttura principale come cimitero.

L'antico tracciato della via Clodia venne realizzato tra la fine del III e l'inizio del II sec. a.C., allo scopo di mettere in comunicazione Roma con l'Etruria nord-occidentale, in relazione alla conquista romana del territorio nel 280 a.C. e costruita probabilmente sopra un antico tracciato etrusco. Il tratto che attraversa il comprensorio del Comune di Anguillara è ancora ottimamente conservato, misurando 4,5 m di larghezza e mantenendo in alcuni tratti le banchine laterali delimitanti il manto stradale. Provenendo da nord, la strada è stata individuata in località Riserva di Valle Facciano, fino a giungere in località Cancelli dove è ancora visibile un tratto lungo 250 metri circa.

L'antico Centro Storico di Anguillara nacque sulle strutture di antiche abitazioni di epoca romana, sorte sul promontorio dove attualmente si estende il paese. I primi documenti d'archivio che ne attestano la nascita sono datati all'XI secolo. In un documento conservato presso l'archivio di S. Maria in Trastevere infatti, che riporta la data del 2 luglio 1020, viene rivelata l'esistenza già a quel tempo del castrum Angularia, riportando anche nomi di alcuni abitanti affittuari della pesca nel lago.

Alla fine dell'età imperiale e con l'arrivo dei barbari, le imponenti ville romane e gli insediamenti agricoli del comprensorio furono rapidamente abbandonati a vantaggio di costruzioni su alture e promontori, ove era possibile difendersi creando insediamenti più sicuri e fornirli di barricate e muri di difesa. 

Le zone riutilizzate nell'alto medioevo sono pochissime a parte il promontorio su cui sorge l'attuale centro storico. Ricordiamo infatti la chiesa di S. Stefano, sorta probabilmente nel IX sec. accanto a quella che doveva essere una delle più imponenti ville romane del comprensorio, da cui in seguito avrebbe ereditato il toponimo.
Questa risulta essere una testimonianza estremamente preziosa soprattutto alla luce del fatto che il territorio, intorno all'anno mille, doveva essere pressoché disabitato di appartenenza di S. Pietro e gestito dalla Camera Apostolica. Quest'ultima era un organismo amministrativo e finanziario che si occupava dei beni economici della Chiesa ed assegnava inoltre, terre a famiglie che ne potevano rappresentare gli interessi e riscuotevano i tributi.

L'origine della famiglia degli Anguillara, avvenuta intorno al 950 con Raimone, è avvolta nel mistero. Si narra infatti che intorno al X sec. esisteva un drago che popolava la zona di Malagrotta e terrorizzava i suoi abitanti. Raimone riuscì a sconfiggerlo in riva a l lago, nel territorio che successivamente sarebbe rientrato nei possedimenti di Anguillara e il papa, grato per questo servigio, gli donò il territorio. In realtà è ipotizzabile che i fatti non si siano proprio svolti così come ci tramanda la leggenda anche se come tutte le leggende un fondo di verità potrebbe anche averlo. Secondo studi, il drago-serpente potrebbe esser stato accostato ad una banda di predoni che terrorizzavano gli abitanti locali, fino a quando non vennero sconfitti da forze guerriere. Non a caso infatti, lo stemma della famiglia degli Anguillara rappresenta due serpenti incrociati.

I successori di Raimone e Bellizone, non sono ricordati per particolari iniziative, al contrario di Guido insediatosi nel 1019 e che ci fece giungere sue notizie attraverso un documento, datato all'anno seguente, nel quale lo si nomina come figlio di Bellizone e signore di Anguillara. Il documento tra l'altro, è importante perché autorizza lo sfruttamento peschiero delle acquee del lago ad alcuni personaggi locali e ai loro eredi.

Alla morte di Guido le proprietà di Anguillara passarono nelle mani di suo figlio Gherardo, impegnato, intorno al 1090, a combattere contro il popolo romano e alleato con i Prefetti di Vico. Successori di Gherardo furono Giovanni, ricordato soprattutto per essersi impadronito nel 1140 di S. Severa e e Nicolò che sei anni dopo, si impadronì di Tolfa.

Nel 1191 Anguillara salì alla ribalta della storia avendo accolto Enrico VI, figlio di Federico Barbarossa e i principi dell'impero da lui radunati in occasione della sua incoronazione a Roma. La sua scelta ricadde su Anguillara probabilmente per la sua vicinanza con Roma e forse anche per premiare la famiglia degli Anguillara, che si era sempre dimostrata fedele, la cui prova ultima era stato il viaggio di Pandolfo I fino ad Orvieto per riceverlo nel 1186.

Pandolfo I lo ritroviamo schierato ancora al fianco dell'imperatore, questa volta di Federico II nel 1234, durante l'assedio di Viterbo, ma venne catturato dai papalini e rinchiuso in carcere a Ronciglione. A causa di quest'avvenimento, Anguillara cadde nelle mani di Pietro di Vico che detennero il feudo fino al 1246, anno in cui Pandolfo I se ne riappropriò.

Alla metà del XIII sec. il territorio sabatino risulta così diviso: da una parte gli Anguillara occupano il territorio omonimo a sud e Monterano ad ovest, mentre i Prefetti di Vico dominavano la parte nord, con i territori di Bracciano e Trevignano. Nel 1320, a causa della trascuratezza del territorio, il giudice palatino, attribuì a Pietro de Pinea, probabilmente un collaterale della famiglia degli Anguillara, la proprietà del lago allora chiamato "Sabbatinus et Trevingianus", anche se forse si trattava di un diritto di sfruttamento delle acquee più che ad un vero e proprio dominio.

All'inizio del XIV sec. la partenza dei papi da Roma e il loro trasferimento ad Avignone, determinando il caos totale della capitale ed un quadro di profonda incertezza nei territori provinciali, costringendo così gli Anguillara a spostare il centro del potere nella capitale e a Capranica. Le fonti dicono che proprio a Capranica, Orso di Anguillara, figlio di Francesco e Costanza Orsini, ospitò Petrarca nel 1336 e nel 1341 lo premiò a Roma per la sua opera chiamata "De Africa". Con Orso si realizza l'ingresso ufficiale degli Anguillara nel panorama delle famiglie nobili romane, visto che era figlio di una Orsini e marito di una Colonna, reggendo sempre più le sorti di Roma in assenza del papa e trascurando sempre più il territorio di Anguillara.

Successori di Orso furono Pietro, Dolce ed Everso II, marito di Francesca Orsini. Quest'ultimo nel 1433 allargò i territori in suo possesso acquistando S. Severa e successivamente anche Vetralla Caprarola e S. Pupa. Nonostante le conquiste, la fama di Everso II era pessima a causa della sua tirannia e disonestà, atteggiamento che venne ereditato da uno dei suoi due figli, Francesco, proseguendo le sue battaglie con i di Vico. Questo suo atteggiamento gli costò la scomunica da parte del papa e il confino presso Castel S. Angelo, nonché privato della contea che ritornò sotto il diretto controllo della Camera Apostolica. Deiofobo, altro figlio di Everso II e fratello di Francesco, riuscì a tornare in possesso di Anguillara fino alla sua morte quando, nel 1490, venne tolta definitivamente alla famiglia degli Anguillara, facendola scomparire dalla zona.

Alla fine del XV sec. La situazione volgeva verso il peggio. Morto papa Innocenzo VIII, l'eredità passò ad Alessandro VI, passato alla storia come il papa più corrotto e che creerà parecchi problemi soprattutto al feudo di Bracciano. Anguillara, che ormai stava perdendo il suo ruolo guida nel comprensorio, venne acquistata nel 1493 da Gentil Virginio Orsini, signore di Bracciano.

Nel 1496 Bracciano venne assediata da Giovanni Borgia, figlio di Alessandro VI, mentre Anguillara, insieme a Trevignano, venne conquistata e tolta a Carlo Orsini, la quale riuscì a recuperarla per un breve periodo ma la riperdette nel 1503, al momento della confisca di Bracciano.

Comunque con la morte di Alessandro VI e l'arrivo di Giulio II, i territori tornarono sotto il controllo degli Orsini fino al 1539, quando papa Paolo III, tolse la contea di Anguillara, che comprendeva anche Monterano e Cerveteri, a Gentil Virginio II, figlio di Carlo. Gentil Virginio morì nel 1548 e il potere passò a suo zio, Francesco Orsini, il quale cedette la contea a Paolo Giordanosotto il quale, nel 1551 e per opera del cardinale Sforza suo tutore, venne emanato lo Statuto di Anguillara, in cui si prevedeva la riunificazione del territorio sotto un unico signore. Nel 1560 il feudo di Bracciano venne elevato a Ducato, comprendente anche Anguillara, per opera di papa Pio IV. Da qui in poi gli avvenimenti di Anguillara sono direttamente condizionati da Bracciano e dalla famiglia Orsini, fino al 1693, quando difficoltà economiche della famiglia, Anguillara fu venduta al marchese Francesco Grillo. Bracciano fu l'ultima a cedere, nel 1696, acquistata dalla famiglia degli Odescalchi. Anguillara cambiò nuovamente proprietari circa un secolo e mezzo dopo, acquistata dai duchi Doria Eboli D'Angri e nel 1872 venne aggiunto al suo nome originale, l'appellativo di Sabazia, per distinguerla con altre città omonime.

IL VILLAGGIO NEOLITICO - Nella seconda metà del V millennio a.C., provenienti dal mare, alcune popolazioni risalirono il fiume Arrone, l’emissario del lago di Bracciano dove si trova Anguillara Sabazia, per giungere e stabilirsi sotto quello che oggi è il promontorio del paese nella località denominata “la Marmotta”. Da migliaia di anni quello che fu il loro villaggio giaceva sommerso dalle acque del lago. Si trattava di popolazioni che solo allora avevano fatto quella che può essere considerata la più grande scoperta dell’uomo: l’agricoltura. Dalla società di raccoglitori si passò quindi ad una economia stanziale fondata oltre che sull’agricoltura, sulla pastorizia e sulla pesca. E non è certo un caso che le popolazioni neolitiche scelsero per stabilirsi le sponde del lago: c’era pesce da pescare, campi da coltivare a frumento, orzo e farro, conservati poi ancora in spighe in grandi vasi a bocca larga, boschi dove cacciare cinghiali. Un villaggio fatto con capanne con tetti in tavolato ligneo dove si dedicavano anche alla lavorazione di particolari ceramiche lavorate.

Si tratta del più antico insediamento neolitico fino ad oggi ritrovato sulle sponde del lago in tutta Europa, infatti alcuni villaggi ritrovati attorno ai laghi in Germania, Francia e Svizzera risalgono a dieci secoli dopo. Ma l’eccezionalità del ritrovamento è senz’altro attribuibile all’eccellente stato di conservazione del complesso. La scoperta più sensazionale è senz’altro quella effettuata nel 1994 quando i sommozzatori della Soprintendenza del Ministero dei Beni Culturali, riportarono alla luce una piroga risalente a circa 8000 anni fa e scoperta negli ultimi giorni di scavo. Dapprima fu individuata la poppa dell’imbarcazione che era adagiata sul fianco sinistro a circa dieci metri di profondità e che è risultata essere realizzata con un unico grande tronco di quercia. Al suo interno portava ancora tracce di lavorazione lasciate dalle asce di pietra levigate e dagli altri strumenti litici. A cinque anni di distanza, una nuova sensazionale scoperta: una seconda piroga viene rinvenuta a poca distanza dal punto di ritrovamento della prima e viene datata agli inizi del VI millennio a.C.
Tutti i reperti ritrovati nel corso delle ricerche, si trovano ora al Museo Preistorico Pigorini di Roma dove nel 1995 in seno alla mostra “un tuffo nel passato, 8000 anni di storia nel lago di Bracciano”, sono stati mostrati per la prima volta al pubblico.

Per rendere ancora più affascinante e soprattutto completo il tutto, è nata l’idea di costruire sulle rive del lago nella località in cui sono stati ritrovati i reperti, una riproduzione 1/1 dell’antico villaggio neolitico scoperto nel 1994. Si tratterrà di un grande museo all’aperto per poter viaggiare nel tempo e rivivere la preistoria. Emulo del Museo delle Palafitte di Molina di Ledro e del Pfahlbaumuseum di Uhldingen – Mùhlhofen in Germania, il Museo – Villaggio di Anguillara Sabazia, sarà in un certo senso più completo in quanto conterrà, oltre le riproduzioni in scala naturale, anche i pezzi originali ritrovati a pochi metri sul fondo del lago.

Gli scavi che dal 1989 si conducono sul fondale del lago di Bracciano in località “La Marmotta” vicino Anguillara Sabazia (Roma) hanno, di volta in volta, aggiunto dei tasselli per la ricostruzione delle modalità di vita di un villaggio neolitico che in età così remota impiantò la sua sede su quelle rive lacustri. La scoperta, che in Italia centrale documenta un nuovo aspetto culturale denominato facies de “La Marmotta”, apre interessanti prospettive per una più completa comprensione delle fasi più antiche del Neolitico. Le datazioni calibrate al C14, comprese all’incirca tra il 5750 e il 5260 a.C., caratterizzano il villaggio de “La Marmotta” come il più antico insediamento neolitico di sponda dell’Europa occidentale sin ad oggi noto. Le ceramiche, numerosissime, dalle forme, dimensioni e funzioni più svariate, comprendono dai piccoli bicchieri e dai piatti da mensa ai grandi contenitori per i liquidi e le derrate alimentari, ai modellini d’imbarcazione. Le tecniche e i motivi utilizzati per la loro decorazione sono diversi e spaziano dalle impressioni ottenute con il bordo della conchiglia di Cardium, con le cannucce, mezzecannucce, punteruoli, dita, unghie, chicchi di grano sul vaso ancora umido o con motivi incisi o graffiti sul vaso già sottoposto a cottura, alla pittura anche con la tecnica “a negativo”.

L’abbondante industria litica realizzata in pietra, selce e in ossidiana, spesso ancora immanicata, porta nuova luce su quegli aspetti delle attività quotidiane raramente documentabili in un’epoca così antica. Le strutture e gli oggetti di legno e di cesteria, che variano dagli strumenti da lavoro (falcetti, spolette, ecc.), alle stoviglie (tazze, piatti, cucchiai, grossi contenitori, panieri, cesti), alle imbarcazioni quali la piroga e agli impalcati di capanne costruite con tronchi e tavole, permettono anche di classificare le specie arboricole allora presenti e di conoscere la grande perizia delle tecniche di lavorazione degli abitanti del villaggio. Erano coltivati cereali e leguminose (farro, farro piccolo, orzo, frumento tenero e duro, lenticchie, piselli, ervo, cicerchiella) e allevati ovicaprini, bovini e suini che insieme alla cacciaggione fornivano la quantità di proteine animali necessarie alla comunità; a questa base alimentare si aggiungeva la raccolta dei frutti di specie selvatiche, quali il nocciolo, la quercia, la fragola, le more, il fico, il sambuco, la vite, il susino, il pruno, il ciliegio, il pero e il melo. I raccolti venivano stoccati ancora in spighe e conservati sia dentro grandi doli. che in silos. Molte sono le macine ed i macinelli litici rinvenuti che servivano alla macinazione delle granaglie. I dati archeozoologici attestano che i suini e gli ovicaprini erano per lo più uccisi in giovane età, mentre i bovini in età adulta ad indicare anche un loro uso nel lavoro dei campi e nel trasporto.

Il lino (Linum usatissimus) ed il papavero da oppio (Papaver sonniferum) erano altre due specie coltivate nei campi intorno al villaggio. Il lino per ottenere le fibre da filare per la tessitura degli indumenti e i semi utilizzabili nell’alimentazione anche sotto forma di olio; il papavero da oppio per la raccolta del seme come alimento ed olio e per il lattice utilizzato come sostanza medicamentosa e stupefacente (in questo caso legato probabilmente a pratiche di culto).
Anche le risorse del lago erano naturalmente a disposizione della comunità neolitica.

Il lago, oltre ad essere un ambiente ricco di risorse alimentari, rappresentava per le genti neolitiche una comoda e veloce via di comunicazione. L’esistenza di imbarcazioni è chiaramente testimoniata dal rinvenimento di una grande piroga monossile e da numerosi modellini di imbarcazioni in ceramica conservati all’interno delle capanne, probabilmente collegati a pratiche di culto, e i più antichi del loro genere sino ad ora ritrovati in Europa: testimonianza di imbarcazioni tecnicamente avanzate del Neolitico del Mediterraneo. In un settore del villaggio molto vicino all’antica sponda, probabilmente adibito a bacino di carenaggio, è stata ritrovata una grande piroga monossile, incastrata tra una numerosa serie di pali verticali profondamente infissi nel terreno in modo da fermarla nella posizione più ottimale per potere eseguire con sicurezza le operazioni di carpenteria necessarie alla sua ultimazione.

L’imbarcazione è ricavata da un unico tronco di quercia, è lunga 10,5 m circa e larga 1,08 m a poppa, con forma leggermente rastremata a prua. L’esterno era stato completamente scortecciato, il fondo appiattito, la parte di poppa sagomata in modo da formare una specie di chiglia. All’interno sono ben visibili le tracce di lavorazione lasciate dalle asce in pietra levigata e altri strumenti litici. Con la funzione di rinforzare e stabilizzare l’imbarcazione, sul fondo sono stati risparmiati quattro madieri ad intervalli regolari, a sezione irregolarmente quadrangolare. Al suo interno sono stati rinvenuti, adagiati sul fondo, tre grandi manufatti lignei, realizzati anch’essi per permettere una migliore tenuta e navigabilità dello scafo.

Attualmente la piroga “Marmotta1” ha terminato la sua fase di consolidamento e restauro all’interno di una grande vasca che, attraverso un complesso sistema di impregnazione del legno con materiale inerte (PEG) a diverse temperature, permetterà, lentamente, un completo recupero del manufatto per una sua esposizione al pubblico.

Storia: testo di Paolo Lorizzo - www.comune.anguillara-sabazia.roma.it - Paolo Lorizzo

Il villaggio neolitico: testo di Maurizio Mattioli - www.comune.anguillara-sabazia.roma.it