Compiano - Sono tornati gli Orsanti
(Parma)
  

    

Fra i borghi dell'alta valle del Taro, nell'Appennino Parmense, Compiano è uno dei più suggestivi: arroccato su un promontorio roccioso a guardia del fiume, appare quasi all'improvviso, protetto da una cortina fortificata e dal superbo castello, in un anfiteatro di rilievi montuosi ammantati di boschi.  

Alla sommità dei ripidi pendii che affiancano il percorso della strada di fondovalle tra Sugremaro e Compiano, sono visibili depositi ghiaiosi di colore rossastro che contrastano con i toni opachi delle rocce sottostanti. Si tratta dei depositi di un antico lago, noto nella letteratura geologica come "lago di Compiano", che oggi chiaramente non c'è più. Nel Pleistocene medio, circa 500 mila anni fa, un vasto lago ricopriva l'area tra Bedonia, Compiano e Barbigarezza estendendosi probabilmente fino alla zona di Predella, verso Borgo Val di Taro. 

I depositi che oggi indicano la sua presenza si estendono sui versanti di sinistra del Taro e ricoprono rocce sedimentarie di più antica origine marina. L'alternanza di sedimenti fini (argille e limi) e grossolani (sabbie, ghiaie e conglomerati) e le tracce di frequenti erosioni e riempimenti indicano un ambiente di deposizione molto dinamico, con fasi di calma e di periodi turbolenti. Probabilmente il lago si era formato in seguito allo sbarramento dovuto a una grande frana, che avrebbe chiuso l'antico corso del Taro all'altezza di Pradella, nel punto dove oggi è collocata una diga. Per osservare da vicino i depositi lacustri, conviene risalire il corso del Rio di Compiano partendo dalla zona del castello.

Il toponimo pare derivi dal latino "cumplanum" e "compinanum") si raggiunge lasciando la fondovalle e salendo a destra entro la cerchia delle vecchie mura dove case alte e basse si alternano a fughe di archi nella purezza di quella antica bellezza che non ha ceduto alla lusinga della modernità. Situato sopra un'altura che domina la valle del Taro, Compiano costituisce uno dei più suggestivi borghi fortificati di impianto medievale, tuttora esistenti.

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L'ingresso al paese, avviene oltrepassando giusto un arco che immette nelle tortuose viuzze dalla bella pavimentazione bicroma, a ciottoli bianchi e neri, solcata da trottatoi in pietra. Percorrendo le due direttrici principali dell'abitato, via Rossi Sidoli e via Duca degli Abruzzi, se ci si sofferma con attenzione a guardare le facciate degli edifici che hanno qui i loro ingressi, è possibile scoprire bei portali dalle architravi finemente scolpite e numerosi stemmi in marmo delle famiglie che lì hanno dimorato nei secoli scorsi. Anche nelle pietre, è così presente il ricordo di un passato illustre.

L'intero paese vanta, infatti, una storia plurisecolare. Il primo documento noto riguardante un "castrum" a Compiano, risale al 1141, ma l'origine della rocca - poiché di rocca vera e propria si tratta, considerando la posizione isolata e rialzata in cui essa sorge - probabilmente, va ricercata addirittura nel lontano IX secolo, in epoca carolingia. Da allora, numerose ed illustri furono le famiglie che si succedettero nel reggere le sorti del paese. Proprio in quel documento del 1141 di cui si diceva, si tratta del passaggio del territorio di Compiano dalla famiglia Malaspina al Comune di Piacenza, cosa che, di fatto, avverrà qualche tempo dopo, nel 1189. 

Pochi anni più tardi, nel 1192, i Landi, una delle casate più importanti per la successiva storia di questo territorio e che per oltre quattro secoli ha legato il nome della propria stirpe alle vicende compianesi, inizia ad interessarsi alla rocca, riuscendo a venirne in possesso nel 1257, dietro compenso al Comune di Piacenza. Occorreranno oltre duecentocinquanta anni ai Landi per affermare pienamente il proprio potere sul territorio, fino ad arrivare alla creazione di un'efficiente organizzazione statuale dei loro possedimenti. Una delle figure più illustri e determinanti per le sorti di questa casata, è Agostino, che nel Cinquecento, ricevette numerosi riconoscimenti ed importanti incarichi, nientemeno che dall'Imperatore Carlo V.

Quest'ultimo, infatti, dopo aver dichiarato, nel 1551, Bardi e Compiano, territori direttamente soggetti all'autorità imperiale, l'anno seguente, nominò Agostino quale "Princeps Vallis Tari et Ceni", divenendo così, il primo in Italia, a vantare un simile prestigioso titolo, quello, cioè di Principe del Sacro Romano Impero.

E' con lui, perciò, che si venne a creare un vero e proprio Stato Landi, che godeva della più completa autonomia giurisdizionale sull'Alta Val Taro, stato che ebbe ben presto suoi statuti, monasteri, importanti attività artigianali e commerciali, un Monte di Pietà, e una propria zecca, con sede non lontano dal castello, dove si potevano battere monete di ogni metallo e valore.

Imparentati con famiglie illustri, spesso di origine ligure (Spinola, Doria, Grimaldi), i Landi ressero Compiano fino al 1682, anno in cui fu trattata la cessione ai Farnese. Il territorio compianese, entrò, così, a far parte del Ducato di Parma e di Piacenza, seguendone le sorti fino all'avvento dei Borbone. Nel 1805 entrò a far parte dell'Impero Napoleonico, quindi fu assegnato a Maria Luigia dal 1814 al 1847, che collocò nel castello le prigioni di stato. Prigioni dove vissero reclusi per molti anni i Carbonari che parteciparono ai moti patriottici del 1821 e 1830. Quasi tutti erano studenti parmensi e tra loro vi era Antonio Gallenga che, novello Silvio Pellico emiliano, nel suo diario descrisse i giorni della sua prigionia. Dopo l'Unità d'Italia, il paese, entrò a far parte della provincia di Parma.

Una curiosità: il castello nel 1891 fu venduto all'ingegner Giuseppe Magnaghi che intendeva trasformare la struttura in una sorta di casa di cura, ma rimase solo un progetto, dato che la rocca nel '900 divenne sede di un Collegio femminile, retto da monache del Cottolengo di Torino, quindi, nel 1966, fu acquistata dalla Marchesa Lina Raimondi Gambarotta, dalla quale, alla sua morte avvenuta nel 1987, fu lasciata al Comune di Compiano, attualmente proprietario.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, tra il 1943 e il 1945, quando ci fu la guerriglia partigiana, il castello fu occupato, durante i rastrellamenti, dalle truppe tedesche. Contemporaneamente però i sotterranei custodivano l'archivio e la cassa del Comune e del Comando partigiano oltre molti mobili e oggetti antichi che i compianesi avevano al sicuro. Il possente maniero, dalla pianta trapezoidale, che segue l'andamento del terreno su cui si innalza, si sviluppa intorno ad un cortile quadrato. Coronato da merli guelfi, presenta tre torrioni circolari ed una torre quadrangolare, probabilmente più antica delle altre. Una rampa conduce al suo ingresso, controllato da una guardiola. L'accesso avveniva mediante un ponte levatoio in legno, oggi sostituito da uno in muratura. La severa facciata, appare ora ingentilita da bifore di gusto neo gotico, frutto di interventi di restauro della fine dell'Ottocento.

L'interno dell'edificio si svela nella sistemazione del secolo scorso, voluta dalla Marchesa Raimondi, cui si devono lunghi e massicci lavori di restauro, che hanno cancellato quanto ancora poteva rimanere dell'aspetto medievale o rinascimentale degli ambienti. Un lussuoso appartamento privato, con ambienti riservati, una grande biblioteca, sale di rappresentanza, un'ampia sala da pranzo, spazi in cui esporre le sue preziose raccolte personali (quali, ad esempio, una collezione completa di piatti "Richard", ventagli, statuette, oggetti cinesi, tappeti persiani, vasi...) tra pareti adorne di velluti e broccati e spesso scintillanti di luce, per la presenza di numerosi specchi, tanto amati dalla signora. 

Oggi, nella rocca, hanno sede anche un museo della Massoneria, unico in Italia, realizzato grazie alla donazione di Flaminio Musa, ed una foresteria che può ospitare fino a trenta persone. A proposito del museo della Massoneria, possiamo a tal proposito aprire una breve parentesi e vedere come è nato il sodalizio "castello di Compiano - Museo della Massoneria italiana". L'amministrazione comunale di Compiano, entrata in possesso del castello nel 1987 per lascito testamentario si prefisse da subito l'intento di fare, di almeno una parte del maniero, una struttura museale; proprio in quel periodo, la stessa amministrazione, grazie appunto alla collaborazione di un illustre e generoso collezionista, il professor Flaminio Musa, colse l'opportunità di esporre accanto agli oggetti del lascito Gambarotta una preziosa collezione di cimeli - medaglie, quadri, onorificenze - propri del simbolismo massonico inglese del Settecento e Ottocento. La collezione inizialmente prese il nome di "Orizzonti Massonici" e venne allestita in una sola sala del castello.

Nel 1997 nacque l'interesse del Grande Oriente d'Italia per la collezione giudicata di grandissimo interesse e valore e, successivamente a una serie di incontri tra gli amministratori del Comune, il proprietario e appunto il Grande Oriente d'Italia, si arrivò alla creazione di un vero e proprio museo che occupa attualmente le ultime tre sale del castello recentemente recuperate. Difficile superare l'immaginario collettivo che fa coincidere il movimento della Massoneria con un noto scandalo nazionale degli Anni '80 che produsse la visione assai negativa di una istituzione settaria. Vale la pena di visitare questo museo, se non altro per verificare di persona che, all'interno delle sale, gli unici contenuti che vi si trovano, sono a livello culturale e ricordiamo, di pregevole fattura.

Le Tradizioni - La lunga e prestigiosa storia di questo territorio, ne fanno un luogo ricco di tradizioni e dall'originale patrimonio culturale, che i suoi abitanti, tuttora, si impegnano a mantenere in vita. 

Al maniero fa corona l'abitato, un compatto nucleo medievale ben conservato, con tre porte fortificate e quiete stradine acciottolate che conducono ad angoli magici, piazzette, case torri, antichi palazzi, ornati da consunti stemmi nobiliari: un borgo silenzioso e affascinante, di recente entrato nel novero dei "Borghi più belli d'Italia", che in estate acquista nuova vita. A trasformarlo, riempiendolo di voci e musica, di allegria e colori, è il Festival dei Girovaghi, che si tiene nei fine settimana di luglio e agosto, con la partecipazione di artisti di strada di ogni genere, saltimbanchi, musicisti, acrobati e giocolieri.  

Non è un caso che tale manifestazione si svolga a Compiano. Un filo rosso lega questa manciata di case agli Orsanti, quegli artisti girovaghi che tra la fine del '700 e la prima guerra mondiale partirono in gran numero dalle terre dell'Appennino, terre di grande bellezza, ma di estrema povertà, per fare la vita dei girovaghi: come il nome lascia intendere, avevano con sé orsi ammaestrati, ma anche scimmie, cammelli (da cui gli altri nomi di Scimmiari e Cammellari) e pappagalli, con i quali si esibivano sulle strade e sulle piazze di tutta l'Europa, giungendo fino ai paesi nordici, nella lontana Russia, in Ucraina e in Turchia. Spostandosi soprattutto con carri, le compagnie di Orsanti montavano il palco nel luogo prescelto e annunciavano lo spettacolo con un banditore "armato" di tamburo.

Un popolo di emigranti che, lasciate a casa le donne ma portando con sé i bambini, girovagava per anni, prima di tornare sulle montagne d'origine e offrire alla famiglia una vita migliore. A loro è dedicato il Museo degli Orsanti, piccolo ma unico al mondo, allestito nella chiesa sconsacrata di San Rocco proprio nel centro del borgo. Ricco di opere d'arte originali, documenti, vecchie fotografie color seppia, testi esplicativi, commoventi testimonianze, quali le lettere tenere e sgrammaticate che si scambiavano gli sposi lontani, il museo trabocca di colori, di figure in cartapesta, di oggetti rari e autentici, appartenuti agli Orsanti e alle loro famiglie. 

Con insoliti strumenti del mestiere, come il copricapo dell'uomo-orchestra, strumenti musicali, quali la ghironda, importata dalle vallate occitane, gli organetti di Barberia, le fisarmoniche, il museo ci trasporta in un mondo ormai dimenticato, in un'atmosfera dolceamara da film felliniano.  

Il Festival dei Girovaghi è il naturale corollario di questo spazio incantato, oltre che della tradizione degli Orsanti. Oggi non più ammaestratori di animali, ma artisti, giovani e geniali, che si esibiscono sulla piazzetta e per le strade del borgo, autentico palcoscenico affacciato come un balcone sull'arioso paesaggio della vai di Taro che, al calar della notte, si trasforma in un presepe di luci. Il festival, dedicato alle persone creative e "in movimento", è ricco di proposte molto varie, nello spirito della festa, della cultura e del divertimento. In cinque anni si sono alternati gruppi italiani e stranieri, provenienti anche da terre lontane come il Burkina Faso. Se un ruolo importante ha sempre la musica, moderna e della tradizione regionale, non mancano magici momenti teatrali, spettacoli di marionette ed esibizioni itineranti, fra gli stretti vicoli, di saltimbanchi, giocolieri, mangiafuoco, mimi e clown. Non vengono dimenticati i bambini: per loro si allestiscono allegri spettacoli e si narrano favole pervase di poesia.  

Durante il festival la suggestiva cornice delle antiche pietre si colora di composizioni di rose e rami d'abete, mentre finestre e balconi sono ornati dagli stendardi ispirati ai girovaghi dipinti da studenti di quattro scuole d'arte italiane; riaprono anche le "antiche botteghe" di arti e mestieri, dove undici artisti presentano i loro lavori, quest'anno incentrati sul tema del colore.

Ha origini seicentesche la celebre "Benedizione delle acque del Taro" che ogni anno si tiene a mezzogiorno della prima domenica del mese di luglio. Il 2 luglio 1630, infatti, un gruppo di abitanti di Isola e di Compiano, accompagnati dai loro protettori, le statue della Vergine e di San Rocco, si incontrarono sulle rive del Taro e benedissero le acque chiedendo che avesse fine la terribile quanto celebre pestilenza di manzoniana memoria. Così avvenne e da quel giorno, il ricordo dell'evento miracoloso, si rinnova nel luglio di ogni anno.

Nei mesi estivi, al pianterreno degli splendidi edifici che si aprono su Via Duca degli Abruzzi, nelle antiche botteghe vengono ospitati artisti ed artigiani che espongono i loro prodotti, uniti spesso ad attività manuali di cui non va persa la memoria.

Compiano ha anche una forte vocazione letteraria: sulla sua piazza, infatti, nella prima metà di settembre di ogni anno, dal 1991, si svolge la premiazione di un concorso letterario, istituito dal P. E. N. (Poets, Essayist, Novelists) Club Italiano (un'associazione mondiale di poeti, saggisti e narratori, che tutela i diritti e la libertà di espressione degli scrittori). Questo premio ha la caratteristica di non essere influenzato, come tanti altri, dal mercato librano, dato che il vincitore viene scelto con votazione segreta dai 250 scrittori del P.E.N. Club. Sono transitati per Compiano scrittori che poi sono diventati ben presto protagonisti della narrativa contemporanea (bastano per esempio, Susanna Tamaro ed Emilio Tabucchi).

Passeggiando nella graziosa piazzetta del paese non va dimenticato di gettare uno sguardo dal suo belvedere, dove si ammira uno splendido panorama della Val Taro con, ai piedi, Isola di Compiano, davanti Tomolo e il M. Zuccone e, sullo sfondo, il massiccio del Monte Penna.