Grazzano Visconti
Vigolzone (Piacenza)
      

    

L'artigiano crede nel proprio lavoro e nelle cose che realizza, nella materia che tratta, questa materia è da lui amata, la sfiora ed è una carezza, la guarda ed è una carezza. L'officina del fabbro, il laboratorio del falegname o del ceramista sono studi di artista, dove si lavora con martello, spatole, scalpello, bulini, con dieci, venti... attrezzi trattati come bisturi, che ben guidati creano armonia e bellezza.  

A Grazzano è possibile seguire il lavoro della sgorbia che morde il legno grezzo penetrandolo per ricavarne armoniose figure o intarsi, seguire il fabbro ferraio che con la forgia ricava dal metallo incandescente le fiorite cancellate del passato o splendidi lampadari, i ceramisti che formano vasi dalla argilla o modellano abilmente altre figure, pittrici che decorano nei colori tipici vasi e piatti di squisita fattura, l'antica lavorazione del vetro legato a piombo, la perizia dell'uomo nel comporre una festa di luci e colori nelle vetrate.  

A Grazzano vive ancora oggi lontana dalla frenesia industriale dei nostri tempi, un'oasi felice in cui mestieri e attività manuali vecchie di secoli si tramandano intatte rivalutate oggi dal turismo perché apprezzate come espressione originale ed antica del popolo. Gesti semplici, in apparenza, ma veloci e sicuri grazie all'esperienza di generazioni.  

In onore del "rifondatore" Grazzano variava il nome civico in Grazzano Visconti in virtù del seguente Decreto emanato da Vittorio Emanuele terzo.

"Sulla proposta del nostro Ministro Segretario di Stato per gli affari dell'Interno, Presidente del Consiglio dei Ministri; Vista la domanda in data 23 Aprile 1914 di molti naturali della frazione Grazzano del Comune di Vigolzone (provincia di Piacenza), con cui si chiede che sia autorizzata l'aggiunta alla denominazione della frazione stessa, della parola «Visconti»;

Ritenuto che le ragioni con cui si giustifica la domanda si riassumono nella volontà di quella popolazione di rendere omaggio di riconoscenza al Conte Giuseppe di Modrone per le numerose opere di beneficienza da lui erette nella suddetta frazione;

Vista la nota 18 Marzo 1915, n. 270699, del Ministero delle Poste dei Telegrafi, Direzione Generale del Segretario, con la quale si dichiara che nulla osta da sua parte all'autorizzazione richiesta; Vista la legge comunale e provinciale;

abbiamo decretato e decretiamo:

È autorizzato il cambiamento della denominazione della frazione Grazzano del Comune di Vigolzone, in quella di "Grazzano Visconti". 

Ordiniamo che il presente Decreto, munito dei sigilli dello Stato sia inserito nella Raccolta Ufficiale delle Leggi e dei Decreti del Regno d'Italia, mandando a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare».

Dato a Roma, addì 21 Marzo 1915 - firmato Vittorio Emanuele controfirmato Salandra  

La Chiesa parrocchiale

Si ritiene che il tempio risalga al tredicesimo secolo, in quanto dipendente dai Canonici di Pomaro. Nel 1600 fu annesso all'Abbazia di San Sepolcro di Piacenza appartenente alla Congregazione dell'Ordine Benedettino Olivetani; di quest'epoca si ha notizie di un convento del quale rimangono oggi alcune case dette della Contrada. Partiti i monaci "Olivetani" la chiesa passò alla giurisdizione vescovile. Il 20 settembre 1886 fu consacrata ai Santi Cosma e Damiano.

La primitiva struttura presentava una sola navata con la facciata rivolta verso la strada del camposanto. Attorno al 1650 l'edificio subisce notevoli cambiamenti di carattere planimetrico e strutturale; è effettuato un cambiamento assiale tale da orientare la facciata al borgo. La precedente struttura è oggi visibile raggiungendo l'originale vano del coro attraverso un passaggio posto dietro la sacrestia.

La facciata a capanna è scandita da lesene, il piano superiore è compreso tra la cornice marcapiano ed il timpano che conclude in altezza l'edificio. Sia il portale sia la finestra del piano superiore sono sormontati da timpani arrotondati.

Il bel campanile era in origine all'altezza della facciata, poi nel 1829 fu elevato di alcuni metri, innalzando la cella campanaria come un'attenta osservazione permette di vedere. Le tre campane sono state rifuse nel 1946 dopo la requisizione avvenuta negli anni della guerra.

Sepoltura dei morti - Sino al 1650 le salme erano collocate sotto il pavimento della navata della chiesa, successivamente all'esterno del fabbricato e in particolare nell'area, oggi a giardino, verso la strada che conduce all'attuale Cimitero fatto costruire da Gaetano Ranuzio Anguissola e dalla moglie Francesca (Fanny) Visconti, nel 1849.  

L'arredo - La struttura della chiesa è a una sola navata con due altari per ogni lato separati da un confessionale ligneo lavorato ad intaglio con motivi a ghirlanda di fiori e frutti simbolo di prosperità.

Alla sinistra dell'Altare Maggiore, in un angusto vano, sono visibili due particolari di un affresco scoperti nel 1960 che si fanno risalire al XIII-XIV secolo. Rappresentano le anime del purgatorio, dove le linee orizzontali che si intravedono, simboleggiano tombe con le anime che risorgono.

L'altare maggiore, sormontato da un tronetto per il Crocifisso, è realizzato con pregiato marmo nero del Belgio intarsiato con altri marmi chiari, di gusto seicentesco con al centro il tabernacolo lavorato a sbalzo e la figura dorata del Cristo risorto. È completato da grandi candelabri settecenteschi e due reliquiari della medesima epoca

Il sottostante paliotto in scagliola rappresenta ai lati i Santi Cosma e Damiano, cui è dedicata la chiesa, con la palma simbolo del martirio, con al centro il calice e la grande ostia simbolo del S.S. Sacramento tra variegati motivi floreali.

Sopra l'altare maggiore è sospeso un cielo in legno decorato raffigurante un dipinto dove due angeli sorreggono l'ostensorio del SS Sacramento circondati da cherubini in adorazione. L'abside è dominato nella parte alta da un affresco raffigurante il martirio dei santi patroni Cosma e Damiano di epoca settecentesca, in cui è stato inserito nella prima metà del secolo scorso, il simbolo visconteo del Biscione. Sotto la lunetta affrescata, un grande quadro del martirio dei SS Cosma e Damiano, inserito in una cornice con putti e fregi che sovrastano il bel coro in noce massiccio.

Alla sinistra dell' altare maggiore una tela di metri 2,50 per 1,90, sormontata da una lunetta rappresenta il miracolo di Soriano Calabro (Vibo Valentia), avvenuto, secondo la leggenda, la notte del 15 settembre 1530, quando la Madonna, Maria Maddalena e santa Caterina d'Alessandria, consegnarono al sagrestano di quel convento, fra Lorenzo da Grotteria raffigurato in basso a destra, un quadro con la figura di san Domenico, che ancora si conserva in quel Santuario.

Sulla parete di destra, vi è un secondo quadro della stessa scuola romana e delle stesse dimensioni, che esalta "La Gloria dei Santi Domenicani".

Alla parete dell'altare di S. Giuseppe, il primo a sinistra, un quadro della Sacra Famiglia con angeli. Si tratta di una copia dell'opera nota come "Quadro di S. Giuseppe " di Bartolomeo Schedoni dipinto nel 1615, pochi mesi prima della sua morte. Questo di Grazzano, databile secolo XVII, appare realizzato per la chiesa, è, infatti, perfettamente inserito negli stucchi del suo altare.

Di ottima fattura anche il paliotto in scagliola che riproduce alla sinistra Santa Lucia che regge un vassoio con uno stiletto su cui sono infilzati i suoi occhi, simbolo del martirio subito. Al centro le anime del Purgatorio e a destra un santo Francescano.

Il secondo altare di sinistra è dedicato alla Madonna del Carmine che è raffigurata sul paliotto con il Bambino nell'atto di reggere lo scapolare.

In una nicchia, sopra l'altare è collocata la statua di pregevole fattura della Vergine con il Bambino. Presenta rassomiglianze per le decorazioni in oro e nel panneggio delle vesti, con la statua della Madonna del Rosario di Vigolzone opera di Giovanni Setti detto il Romano. La nicchia è contornata di stucchi con Cherubini e Serafini emergenti da nuvole alternati a raggi di luce e tralci con grappoli d'uva di pregevole fattura, come tutti gli stucchi di questa chiesa.

Sul lato destro della cappella, è appeso il quadro di S. Francesco Caracciolo con stemma nobiliare, eseguito da Ernesto Giacobbi, in onore di don Adolfo Caracciolo sposato a Donna Anna Visconti di Modrone figlia dell'ideatore di Grazzano.

Di fronte vi è un dipinto di S. Monica che conforta il figlio Agostino. È noto che S. Agostino prima della conversione era un poco di buono e solo le preghiere di S. Monica sono riuscite a riportarlo sulla giusta strada. La Santa fu eletta per questo a protettrice dei bevitori incalliti.

Di fronte nella parete di destra è stata ricavata, negli anni venti, una Cappella dedicata alla Madonna di Lourdes. L'altro altare di destra è dedicato a S. Isidoro patrono della campagna, la cui statua, inserita in una nicchia centrale. Le altre statue ricordano i santi Agnese e Antonio.

Al centro dell' altare un tabernacolo in legno dorato con ai lati due candelabri anch'essi dorati e ben armonizzati. Altrettanto bello il paliotto di scagliola, che, come gli altri è stato eseguito per questa chiesa.

Accanto all'ingresso a destra in una nicchia disadorna, è collocato il fonte bat­tesimale che, come indica una dedica sul pavimento, è stato costruito nei primi anni del 1900, per onorare la memoria di un fedele.

La piccola cappella è chiusa da un cancelletto in ferro battuto a due battenti raffigurante rami intrecciati e, su ogni antina, un fonte battesimale stilizzato. Il grande catino in marmo, appoggia su un piedistallo di più antica provenienza con un accostamento poco armonico. Alle parerti tele ovali, richiamano le stazioni della Via Crucìs. I personaggi sacri, sono ambientati in fantasiosi paesaggi.

L'organo a canne - Pregevole è il piccolo organo a canne con la cantoria dai lignei fregi sovrastante il portale d'ingresso. Costruito da abile officina d'arte nei primi del settecento per la chiesa delle monache di San Bartolomeo sullo Stradone Farnese di Piacenza fu donato nel 1814 da Mons. Biggi, Vicario Generale della Diocesi di Piacenza, alla parrocchia di Grazzano.

Nell'Inventario redatto dal M.R. Rettore Ferdinando Ferrari, il 1° Settembre 1850 sono riportate alcune testimonianze del M. Rev. Paolo Sampellegrini Arciprete e Vicario Foraneo di Settima e di Giovanni Carboni "Un organo di nove registri con due mantici e la facciata dell'organo di legno dolce, colorata a fondo celeste con cornici dorate".

L'Oratorio del castello

Nelle adiacenze del Castello sorge un Oratorio dedicato a Sant'Anna. Dichiarato privato dal 1905, non vi si conserva il Sacramento. In precedenza era pubblico, giusto il "Breve" di erezione del 17 agosto 1684 del Papa Innocenzo XI, poi consacrato il 26 luglio 1685. Secondo le regole allora vigenti le funzioni potevano esservi celebrate con rituali ben definiti e comunque le messe delle festività maggiori dovevano celebrarsi nella sola chiesa parrocchiale. 

Su questa norma sorse una accesa disputa tra i conti Anguissola, proprietari di Grazzano, i vescovi di Piacenza e la Santa Sede. Il contrasto si protrasse per due secoli con prese di posizione dei Pontefici Innocente XI, Clemente XI, Pio VI. Clemente XIV poneva fine alla diatriba con un "Breve" datato 23 novembre 1771 sulle modalità di celebrazione della messa.

La Chiesetta gotica

Al centro della borgata vi è un Oratorio pubblico dedicato alla Madonna di tutte le grazie, tenuto sino agli anni settanta dalle Suore Canossiane che gestivano l'attiguo asilo.

Il piccolo tempio fa parte del nucleo di edifici costruiti tra il 1905 e il 1910. Presenta la facciata a capanna riccamente decorata con archetti pensili in cotto. Graziosi giochi nella disposizione dei mattoni segnano la linea sottostante il cornicione mentre un piccolo rosone in marmo si apre sull'asse principale della facciata.

Il portale in legno è finemente intagliato in una marmorea cornice volumetrica scandita da ripiani in rientro. Tutte le decorazioni che spaziano dal profano (colonne tortili, capitelli corinzi, volute vegetali) al sacro (figure di Santi sul lunotto con i quattro Evangelisti sopra il portale, l'adorazione del conte stesso alla Vergine con il Bambino), sono opera del conte Giuseppe Visconti di Modrone.

L'interno, quasi da miniatura, si presenta riccamente decorato. I colori dominanti sono l'azzurro, l'oro, il rosso e il bianco.

Alle pareti vi sono pregevoli testimonianze dell'arte lignea: un Gesù crocefisso, le statue della Madonna e dei santi Giovanni e Lorenzo, le tavole della Via Crucis. L'altare, con i paliotti intagliati nel legno, è separato dalla navata, soffittata a cassettoni, da una artistica cancellata in ferro battuto.

Due angeli dipinti, che offrono in dono votivo l'uno il borgo l'altro l'edificio della scuola del mobile in stile, decorano un arco trionfale; sullo sfondo un paesaggio tipicamente padano. Sulla volta dell'abside la scritta latina oro et excrucior (prego e soffro) insieme alle figure metaforiche dell'acqua e del fuoco.

All'esterno un grazioso campanile gotico con le due campanelle completa l'armonica figura del piccolo tempio.  

Visitare il Borgo

Tutto il borgo è da visitare e da rivedere perché angoli, scorci, scenari, strade, botteghe artigiane, se rivisti, sono motivo di nuovo interesse. Proprio le botteghe offrono un'ampia e qualificata scelta per chi volesse portarsi un piccolo ricordo: il miele genuino, il liquore d'erbe, vini e salumi delle valli piacentine, soprammobili in legno, oggetti in ferro battuto, ricami, ceramiche, mobili in stile, oggetti d'argenteria. Gli appassionati dell'antico possono ancora trovare oggetti e mobili di elevato pregio artistico opportunamente e fedelmente restaurati.

Nell'albergo del Biscione è possibile gustare i famosi "tortelli con la coda", involtini di sfoglia sottilissima impastata con uova, ripieno composto di ricotta, biete e formaggio grana, o i "pisarei e faseu", piccoli gnocchetti di pasta confezionati con farina pane e acqua, conditi con fagioli e sugo di pomodoro.

Per brevi spuntini i bar e le botteghe alimentari offrono gustosi salami a grana grossa, morbide pancette e coppe stagionate, autentiche ghiottonerie piacentine, specie se accompagnati ai vini locali.

Grazzano Visconti esercita una forte attrazione su migliaia di turisti italiani e stranieri. In ogni stagione, presenta un diverso fascino; la nostra lieve preferenza è comunque per i primi mesi d'autunno quando manca il turismo di massa ed il rosso dei gerani si amalgama con il cotto dei muri, l'azzurro del cielo contrasta con le fronde dei tigli e degli ippocastani e, camminando lungo i viali, i passi sono attutiti da un tappeto di foglie dai colori irreali in una piacevole quiete. La suggestione è tale che pare di avere a fianco le ombre di signorotti e dame che richiamano alla memoria le rime dei "Canzonieri".  

Il teatro

Nel borgo non poteva mancare la sala teatrale. La soluzione fu trovata trasformando l'esistente caseggiato destinato a deposito di carbone per la linea tranviaria che fino al 1916 aveva attraversato l'abitato. La struttura fu ampliata nel 1948 con l'aggiunta di un corpo di fabbrica sul fronte occidentale. 

All'esterno le statue di Apollo e Venere, sulla sinistra un arciere con il braccio levato sorregge una fiaccola che illumina la via al teatro. La piccola sala ospitò le sceneggiature del conte Giuseppe, fondatore in anni lontani della "Compagnia del Teatro di Milano", ma anche assiduo collaboratore del famoso commediografo Marco Praga, monche le prime regie di Luchino Visconti, l'indiscusso maestro della cinematografia mondiale scomparso nel 1976, figlio di Giuseppe e Carla Erba.

Le case con le colonne

Il fabbricato che chiude a nord ovest la piazza Guido Visconti viene costruito negli anni 1928-1930. È costituito da due parti alquanto diverse fra loro: una contraddistinta dalla presenze di botteghe, una seconda più interna destinata ad abitazioni. La prima parte è in pietra grezza e cotto, con decorazioni che interessano lo spazio tra gli archetti pensili; la seconda parte parzialmente intonacata e affrescata è variamente ornata da finestre a sesto acuto coronate da colonnine tortili. 

Il complesso si conclude con un portico con colonne decorate da fasce orizzontali bianche e rosse; lo stesso motivo cromatico arricchisce l'interno del portico. Nota particolarmente interessante è un affresco, a mano del Visconti, raffigurante una fanciulla rimirante gli stemmi nobiliari di famiglia, sullo sfondo la pianura piacentina nel cui centro si ergono il castello e il borgo di Grazzano.

Osteria del caminetto

Sorge a fianco del grande arco a sesto acuto costruito agli inizi degli anni venti in forma volutamente diroccata per introdurre una pittoresca scena tardo-romanica. Si caratterizza per una finta cella campanaria e per un bel porticato con archi a ogiva, lastricato in beole, e l'interessante soffitto a cassettoni. 

Sul fronte dell'attiguo edificio, sotto il cornicione, spiccano le decorazioni ricche di richiami agli stemmi nobiliari delle casate Anguissola e Visconti.

L'edificio con l'affresco dell'Annunciazione

Si affaccia sulla piazza Guido Visconti. Dal punto di vista volumetrico si presenta piuttosto articolato, la tipologia richiama i palazzi signorili del medioevo. Una scala laterale in legno culmina in un balcone a loggia che serve di accesso al piano superiore. Di notevole interesse il grande affresco dell'Annunciazione con le raffigurazioni care all'iconografia cristiana, eseguito su un impianto quadrato sormontato da una lunetta.

A piano terra si apriva l'Ufficio delle Regie poste e telegrafi. Su via Carla Visconti si protende un romantico verone sormontato da un baldacchino in coppi sostenuto da elegante struttura lignea. Accanto all'attuale sede dell'Ufficio postale è degna di considerazione una finestra sagomata in quadro sulla quale è applicata una grata circondata da composizioni floreali. Gli ingressi sono sormontati da robusti baldacchini in coppi sostenuto da armature lignee.

Al piano superiore sul delicato colore avorio dell'intonaco si susseguono multiformi apparati decorativi e architettonici. La parte terminale dell'edificio è definita da due fasce di decorazioni con motivi vagamente floreali.  

Palazzo della Istituzione

Sede originale della Fondazione Visconti, benemerita istituzione sociale, fu costruita in tempi diversi: la parte arretrata risale al 1908, quella in avanti al 1930. L'edificio è caratterizzato da quattro archi ogivali in facciata e due sui lati minori. La pavimentazione è in cotto grezzo. All'estremo superiore corre una merlatura ghibellina.

Elemento integrante della scenografia medioevale della piazza presenta due interessanti balconcini, il primo sulla facciata principale, il secondo verso la torre campanaria, è più sporgente e sostiene, mediante colonnine, una loggia con copertura in coppi. 

Sulle facciate un ovale di Gian Galeazzo Visconti e la lapide marmorea che ricorda le nozze di Donna Anna Visconti di Modrone con il principe Adolfo Caracciolo di Castagneto celebrate il 2 luglio del 1936.  

Le fontane

La fontana del Biscione, collocata nella piazza omonima è copia fedele di quella fatta realizzare da Luca Beltrami in occasione di un restauro del Castello Sforzesco di Milano. Rappresenta il simbolo di Milano per eccellenza: un drago che ingoia un'infante.

Ma anche la fontana dello "Sforzesco" è una copia. L'originale tanto piacque a Napoleone che se la portò via assieme alla "Gioconda" alla "Vergine delle rocce". 

Ma a differenza dei due dipinti, esposti al Louvre, se ne sono perse le tracce. Si dice che si trova a Bellinzona usata come acquasantiera, ma mancano oggettivi riscontri.

La fontana del salice, al centro di Piazza Guido Visconti risale agli anni tra il 1905 e il 1910. Su base poligonale ha al centro una colonnina in cotto con alla sommità una immagine della devozione popolare: la statua della Vergine con Bambino.

La fontana delle ceramiche, è in piazza Guido Visconti. Presenta una struttura muraria in cotto su base poligonale con incavo superiore ospitante una statua a mezzo busto ispirata al dio Mercurio, sovrastata da due falde.

La fonte battesimale, poco oltre Piazza Guido Visconti, sulla destra verso Piazza del Biscione si incontra una fonte battesimale. L'opera, a ridosso della muratura merlata, presenta al centro un riquadro raffigurante la Vergine con Bambino e due angeli nella lunetta superiore.

Il bassorilievo costituisce un ex voto posto sul luogo ove è caduto, nel corso dell'ultimo periodo bellico, un serbatoio staccatosi da un aereo in volo. Panico e crollo di parte del muro di cinta, ma nessun danno alle abitazioni.  

Gli ingressi

Sono quattro le porte di ingresso al borgo. Come nel medioevo delimitano simbolicamente l'ambito urbano dalla campagna. Le prime tre, inse­rite in una cinta muraria, presentano conformazioni strutturali ricche di cordoli, parti in cotto, affreschi nella parte superiore; la quarta, formata da due torrette simmetriche che racchiudono un portale a sesto acuto, crea una pittoresca visio­ne sulla facciata della chiesa.

Il pozzo

Il pozzo di piazza Gian Geleazzo Visconti è fra i più eleganti elementi di arredo. Il corpo centrale, su basamento in cotto, presenta forma poligonale in pietra e marmo rosa lavorato a foglie d'acanto con inserito lo stemma visconteo. È sormontato da una incastellatura ad arco in ferro battuto forgiata a fuoco senza alcuna saldatura - nel 1915 - dal mastro ferraio Francesco Savi. È arricchita da elementi formali quali le briglie, porta secchi a forma di drago, il gancio a carrucola, il biscione visconteo.

Questo pozzo è ritenuto portatore di fortuna. Numerosi sono i turisti che, con rituale più o meno riservato, affidano un desiderio ad una monetina lasciata cadere sul fondo.

Di un benefico effetto ne sono stati convinti in molti sotto tante bandiere. La pesca eseguita nell'ultimo semestre ha recuperato monete di 43 nazioni.  

La casa con archi e colonne 

Immette da via Carla Erba alla Piazza Gian Galeazzo Visconti, (nota anche come del Biscione). È tra le costruzioni più eleganti e stilizzate di tutto il borgo. 

La prima parte è caratterizzata dalla merlatura del tetto e per una serie di eleganti archi, poi il fabbricato poggia su robuste colonne circolari affrescate a bande orizzontali rosso-porpora e bianco, con all'estremità un capitello in legno sagomato che sorregge una architrave sempre in legno e un soffitto a cassettoni esteso per tutta l'ampiezza del porticato che si svolge su differenti livelli con pavimentazione in cotto. 

Creano effetti di sicuro interesse il fascione marcapiano, le ricche e volubili decorazioni con l'immancabile biscione, il cordolo di appoggio delle finestre, e la serie di differenziati comignoli.

L'Albergo del Biscione

Sul lato opposto il complesso alberghiero edificato tra il 1905 e il 1910. Impostato su schemi tradizionali presenta un atrio a piano terra con grandi aperture sulla piazza, due piani residenziali, sormontati al centro da una svettante altana. 

La facciata offre un ricco e variegato apparato decorativo: giullari, emblemi floreali, cartigli e stemmi nobiliari in un gioco puramente esornativo condotto con notevole gusto coloristico ed eclettismo nell'accostamento delle immagini, dal conte stesso.  

Le case preesistenti al borgo visconteo

Il blocco abitativo della Contrada e l'ex mulino azionato dal Rivo Grazzano - illuminata opera di ingegneria agraria realizzata nel 1700 canalizzando l'acqua dal torrente Nure attraverso la campagna per una decina di chilometri - costituiscono sobria testimonianza di materiali e di architettura colonica dei secoli passati.

Le colonne

Quella detta "propiziatrice" è collocata dal 1948 all'inizio di piazza Guido Visconti. Un basamento e un corpo in cotto sorreggono un capitello sul quale poggia su base pentagonale l'immagine pagana della dea dell'abbondanza.

In prossimità dell'Istituzione è innalzata all'ingresso di piazza Guido Visconti, dagli anni trenta, la "Colonna dell'angelo" con basamento in cotto sul quale si eleva un angelo in marmo bianco con lo stemma visconteo. Fu innalzata a ricordo della visita del Re Vittorio Emanuele III a Grazzano.

La statua in marmo bianco posta nelle adiacenze della chiesa ricorda la visita della Regina Elena avvenuta nel 1934.

Le Madonne

Diverse sono le immagini sacre collocate un po' in tutta la borgata. Tra le più cariche di storia la statua posta nel sacello mistico che sorge, per chi giunge da Piacenza, alla fine del rettilineo alberato. È infatti la terza scultura linea che viene posta nella cappelletta. La prima opera fu realizzata dal mastro grazzanese Sante Losi nel 1947 quale ex-voto dei grazzanesi per aver avuto preservato il paese dai bombardamenti della guerra che avevano infierito sulle località limitrofe.

Oltre a costituire una meta di devozione suscitò interessi meno mistici: la statua venne infatti trafugata nella notte del 4 agosto 1989. Una affermata scultrice piacentina, la professoressa Ada Tassi colmò con generosità il vuoto lasciato realizzando una nuova statua. L'opera, di stile quattrocentesco e di austera bellezza attirò di nuovo l'attenzione di ladri appassionati d'arte e così il 12 febbraio del 1991 il sacello ritornò "desolatamente vuoto". L'attuale bassorilievo, ancorato con rilevanti misure di sicurezza, è opera di Franco Liberi, eclettico artista in forza alla Istituzione Visconti di Modrone.

Il fantasma

Non v'è Castello senza fantasma: quello di Grazzano è di sesso femminile. Risponde al nome di Aloisa. Piccoletta, ben in carne, le braccia al sen conserte, dal suo basamento sito nei pressi della piazza del Biscione occhieggia oggi verso i turisti.

Le sembianze della statua che la raffigura sono fedeli al ritratto che fece di sé, guidando la mano di un medium nel corso di una seduta spiritica. Narrò naturalmente la propria storia, che gli abitanti del borgo si tramandano:

Sposa ad un Capitano di Milizia, perì di gelosia in seguito al tradimento del marito, e da allora vaga per il Castello e il parco "Io sono Aloisa e porto Amore e profumo alle Belle che donano il loro sorriso a Grazzano Visconti".

Di notte - così dice la storia che viene tramandata - si rifugia tra le mura del castello e si comporta in maniera assai manesca, tirando i piedi e schiaffeggiando gli ospiti, a meno che questi le facciano dei doni, appendendo alla statua, posta in una delle stanze, collane e monili, che ne appaghino la vanità di spettro femminile.

Lo spirito birichino si aggirerebbe nel parco e nelle sale del castello dove un tempo dimorò, facendo i dispetti a tutti colore, specialmente gli innamorati, che non le hanno recato il giusto omaggio o prestato la dovuta attenzione. Per farsela amica ed entrare nelle sue grazie, basta appendere alla statua monili e collane, in modo che la sua gelosia sia placata. 

In questi ultimi anni l'Aloisa è assurta agli onori della cronaca anche come protettrice degli innamorati, una specie di San Valentino in gonnella. Messaggi riconoscenti e omaggi floreali giungono infatti con frequenza all'effigie di Aloisa, da diverse parti d'Italia.

La storia della Aloisa, è stata al centro di una Mostra allestita al teatro del castello dedicata alle testimonianze e alle tradizioni del Borgo. Tra i giornali che si occuparono della manifestazione, la Stampa di Torino, il cui testo fu ripreso da una agenzia inglese e diffuso su diversi giornali. Successivamente il Sunday Express - quattro milioni di copie - ha incaricato il corrispondente in Italia di un servizio in chiave parapsicologica. Assistito da esperti del settore, il giornalista ha sottoposo le statue a diversi esami e alla famosa prova del "pendolino" alla fine il responso: "L'Aloisa risulta sorprendentemente viva. Si tratta di una donna che amò e sofferse molto".

Molti altri i sorprendenti incontri con l'Aloisa. Tra i più recenti quelli occorsi, in tempi diversi, ad un reporter di una stazione televisiva e al corrispondente di un quotidiano locale. Entrambi affrontarono l'argomento con manifesta incredulità. Il primo riuscì a fotografare l'effige della statua solo dopo aver fatto opera di conversione - nel frattempo aveva però inceppato la fotocamera e avuto ripetuti guai con il lampeggiatore - Il secondo raccoglieva, servendosi di un registratore, impressioni sullo spettro; alla fine delle interviste sulla pista magnetica risultarono le sole voci favorevoli alla Aloisa...

Il costume

Dalla fertile fantasia del Conte Giuseppe, scaturisce anche il costume tipico delle donne del Borgo: a case trecentesche, vanno intonati costumi trecenteschi, e se anche donne e ragazze emiliane sono poco imparentate con la fresca parlata toscana, il neonato costume potrebbe essere stato ugualmente indossato da trepide Fiammette o Rosalbe.

La lunga e ampia veste che cade sino ai piedi e non lascia vedere tutto quello che ormai siamo abituati a vedere, è sormontata da un corpetto delineante la sinuosità del busto, in tono con il bianco telo che, a mo' di diadema, avvolge il capo similmente a quanto accadeva per le divinità sacerdotali, il tutto in un complesso decisamente armonioso, con motivi ornamentali e smaglianti colori.

Turisti attenzione: il costume evidenzia anche lo stato civile di chi lo indossa: una banda in oro sul fondo del costume, appena sopra la larga striscia di ricami florali, indica la donna sposata.

La tenuta agricola

Attorno al borgo si estendono i campi dell'Agricola Cortevecchia. La ditta, costituita nel 1971 dai coniugi Giammaria Visconti di Modrone e Violante Caracciolo di Castagneto in collaborazione con quattro appassionati e capaci agricoltori, i fratelli Domenico, Nereo, Piero Anelli, guidati da Luigi - esperto allevatore di capi bovini - al quale sono poi succeduti i figli Gian Paolo e Roberto. I signori Anelli, conservano tuttora rapporti con l'impresa.

L'azienda si estende su circa 225 ettari irrigui condotti in economia diretta con salariati. La superficie utilizzata per le coltivazioni è sui 210 ettari.

L'orientamento produttivo privilegia le coltivazioni di autoconsumo per l'allevamento dei bovini da latte. Il piano colturale è orientato ad assicurare la disponibilità di fieni, insilati d'erba e di mais, cereali. Il 20% della superficie seminata è destinato a produrre per il mercato diretto.

Gli occupati in forma stabile sono cinque; un ulteriore monte ore/annuo equivalente a circa tre persone è fornito dalle prestazioni di avventizi e da lavoro part-time e da conto terzisti della zona.

La direzione tecnica - amministrativa è affidata al direttore d'azienda al quale fanno capo due coordinatori operativi, l'uno per la campagna l'altro per la zootecnia.

La storia dell'allevamento ha inizio nel 1966 con l'iscrizione della stalla all'Associazione Provinciale Allevatori, da parte della famiglia Anelli, poi, con la nascita della "Agricola" si costruisce il nuovo centro zootecnico ad ovest del paese caratterizzato da edifici molto ampi per assicurare adeguato ricambio d'aria; anche la struttura della lettiera permanente (rinnovata in media ogni tre mesi) è concepita all'insegna del massimo benessere dell'animale. L'azienda dispone di un parco macchine idoneo ad assicurare un elevato grado di meccanizzazione, rinnovato per quota annua mediando tra le esigenze tecniche e quelle dell'ammortamento dell'economia di gestione.

Un primo nucleo di bovini a genealogia altamente selezionata è importato dal Canada nel 1976, seguito, negli anni successivi da altri soggetti di provenienza nord America, per complessivi 100 bovine da latte.

La base genetica dell'allevamento di Grazzano Visconti si è rafforzata dal notevole lavoro di selezione interna; l'azienda è da anni tra le leader del settore. Si guarda comunque alla mandria in generale, senza rincorrere obiettivi individuali da primato o mostra.

L'allevamento ha una consistenza di circa 450 capi; 200 in lattazione più le manze per la rimonta interna. La produzione giornaliera sfiora i 30 kg di latte a capo, ottenuti da due mungiture giornaliere in apposita sala con impianto a spina di pesce 10+10. La selezione privilegia anche il miglioramento dei parametri qualitativi in modo da ottenere latte di elevata qualità. La fecondazione artificiale, pressoché esclusiva, prevede una metà di dosi seminali d'importazione, l'altra è suddivisa tra tori provati nazionali e in prova di progenie di accoppiamento d'elite ricorrendo, talvolta anche alla tecnica del trapianto di embrioni.

L'azienda vanta alcune famiglie giudicate eccezionali, quali la Hubbjes Elevation Luella, con alcune figlie ad elevata performance in fatto di produzione e caratteri morfologici. Il piano di accoppiamento è messo a punto assumendo come base l'elaborazione computerizzata tratta dagli archivi dell'Associazione Nazionale Allevatori della razza frisona.

L'alimentazione, distribuita con il carro "unifeed", è concordata con il tecnico alimentarista sulle base delle caratteristiche degli alimenti disponibili e in rapporto al ciclo produttivo e riproduttivo, all'età dei soggetti.

Nell'azienda sono di casa il veterinario di fiducia, gli esperti delle Associazioni nazionali e provinciali e i tecnici del ristretto numero di "fornitori omologati". All'equipe è richiesta una periodica assistenza di base alla struttura operativa e un programma di interventi specifici organizzati in base ai problemi che vengono a manifestarsi, dal controllo dell'alimentazione alle verifiche qualitative, dallo stato igienico-sanitario del bestiame alla revisione e controllo delle attrezzature, alla pianificazione degli interventi di profilassi.

La collezione di macchine e attrezzi agricoli del passato

Nella corte della vecchia fattoria si può visitare una collezione di attrezzi e testimonianze della civiltà agricola e contadina, di oggetti e strumenti ai margini della storia contemporanea.

E' opera di appassionati volontari mossi dall'obiettivo di dar vita ad un centro utile a salvare un patrimonio di storia paleo-industriale che giorno dopo giorno rischia di essere cancellato per fattori naturali o per incuria, e fornire - al contempo - la possibilità di immaginare e capire il lavoro e le abitudini del passato.

La raccolta di questi segni dell'operosità umana, dalle macchine agli oggetti più semplici, è illustrata da schede didattiche utili a ricostruire quelle radici che sono state e rimangono la memoria storica della comunità agreste. Consentono di apprezzare l'ingegnosità di una meccanica, espressione diretta della creatività dell'uomo e fanno capire i passaggi innovativi maturati da osservazioni e migliorie concepite nel tempo, provando e riprovando, mentre la tecnologia elettronica di questi ultimi decenni, soffice ed impalpabile, ci arricchisce di congegni che ci facilitano il lavoro, senza che noi sappiamo completamente spiegarci come.

Attraverso la rivisitazione di queste testimonianze si può studiare il territorio, gli usi e le consuetudini, la campagna, la fatica dell'uomo. Immaginare e capire il lavoro e le abitudini del passato. Avere un quadro delle officine artigiane di un tempo con i carradori che davano forma ai primi elementi dei carri poi completati nelle botteghe dei fabbri.

La "Corte" agricola, adibita sino agli anni Sessanta a fattoria con stalle per bovini ed equini, costituisce da sé un museo aperto.

I  fabbricati, un esempio di bella e sobria architettura testimonianza della civiltà contadina di parecchi decenni fa, conservano intatta la propria tipologia che si armonizza con il borgo di Grazzano Visconti. La corte, era il cuore del sistema socio economico agricolo dell'epoca.

La mietitura, la raccolta del fieno, la vendemmia, la sbucciatura delle castagne, la macellazione del maiale, il vino dolce con le caldarroste a San Martino erano altrettanti riti unificanti e aggreganti.

Per l'essiccazione del granoturco tutta la gente della corte, bambini compresi, era mobilitata. Le pannocchie si sgranavano con le verghe: attrezzo composto da due bastoni, uno più lungo dell'altro legati ad una estremità da una cinghia di cuoio lunga una decina di centimetri. Impugnando il bastone più lungo si imponeva un movimento rotatorio a quello più corto colpendo le pannocchie. Solo ad inizio secolo si diffuse l'uso della una sgranatrice azionata da una vaporiera che andava di cascina in cascina... I tutoli delle pannocchie finivano nel fuoco del camino o nelle stufe, al posto della legna. 

Alla spannocchiatura e alla sgranatura seguiva l'essiccazione e la spulatura. I cereali erano sparsi sulle aie in cemento ove venivano via via asciugati dai raggi del sole. Nel corso della giornata il granoturco veniva rimosso più volte con il rastrello per farlo asciugare in modo uniforme. Al calare della sera i grani erano raccolti in mucchi protetti dall'umidità della notte con ruvidi teli, sacchi e tavole di legno.

Con tempo sereno in tre quattro giorni l'operazione era compiuta ed arrivava l'ora della spulatura, cioè dell'eliminazione della pula e di ogni altro corpo estraneo. Il granoturco veniva gettato in alto in controvento, con pale di legno e i chicchi ricadevano splendenti sui teli puliti.

Le foglie secche migliori (i cartocci), mischiate con paglia, erano utilizzate come imbottitura del materasso per i letti. Era consuetudine per lo zio scapolo dormire d'estate sul fienile, d'inverno nella greppia.

Nei mesi più freddi ci si raccoglieva attorno ad una stufa di ghisa spesso a forma rotonda, infuocata al punto da spaccarsi e da richiedere di essere tenuta in sesto con un filo di ferro. Sulla superficie era costantemente presente un tegame d'acqua calda, sotto le ceneri del focolaio erano spesso in cottura le patate.

Le stalle rischiarate nei mesi invernali dalla luce fioca delle lanterne a petrolio erano luogo di convegno serale e culle del dialetto, luoghi di racconti, di pettegolezzi, di proverbi, di filastrocche, fiabe e ninna nanne; di canti, di novene e rosari, di confidenze, di passioni, d'interminabili accanite partite a carte...

Le macine dell'ex mulino

All'interno del borgo, lungo la strada che conduce alla chiesa Parrocchiale, alcune macine di granito ricordano l'antico mulino azionato dalle acque del Rivo Grazzano. E' rimasta anche la grande ruota di ferro sovrastata dalla condotta che convogliava l'acqua. Parte degli ingranaggi di ferro e legno, gli stai e le coclee sono trasferite e conservate alla Cortevecchia.

La ghiacciaia

I terreni adiacenti la città d'arte di Grazzano Visconti custodiscono alcune preziose testimonianze del mondo rurale e sulle strutture di servizio alle attività economiche collegate all'agricoltura.

Tra queste, nei pressi del posteggio principale, l'antica ghiacciaia. Si tratta di una singolare costruzione a forma cilindrica di circa 3,5 metri di diametro, dalla volta e dal fondo in cotto e dalle pareti in sasso e mattone, affondata per circa 4 metri. Sporge dal piano campagna, al centro della cupola, di tre metri.

Può essere considerata come un servizio comunitario ideato dagli abitanti del vecchio borgo rurale. Nei mesi invernali il vano veniva riempito con neve trasportata da carretti e ceste poste sulle slitte. Il "pieno" era completato da lastroni di ghiaccio forniti dalla vicina vasca per l'abbeveraggio o "estirpati" dall'attiguo campo, volutamente avvallato e allagato nei mesi autunnali.

Alla neve e al ghiaccio accumulati nel vano erano aggiunte dosate quantità di acqua ed esercitati diversi interventi di compressione. Si otteneva così una scorta di ghiaccio utile agli usi domestici, a raffreddare le bevande, e alle lavorazioni dell'attiguo caseificio in una epoca nella quale il "signor Zanussi" era un emerito sconosciuto. La locale industria del freddo funzionava inoltre ad energia pulita.

La struttura, restaurata di recente, è completata da finestra e cancello realizzati a regola d'arte dai mastri fabbri locali.

Festa di Primavera

Nell'ultima domenica di maggio si celebra ogni anno la rievocazione di una storica giornata dell'Anno del Signore 1389. Il borgo, pavesato di vessilli, è in gran festa. Gli ospiti attesi sono molti e importanti. In loro onore musici, sbandieratoli, giullari terranno un fastoso spettacolo. I cavalieri si affronteranno nell'antica arte del torneare.

La diciottenne Caterina, figlia dei Signori del luogo, ha ottenuto il consenso dei genitori, Beatrice e Giovanni Anguissola, ad accompagnare la cugina Valentina nel viaggio che la giovane Domina di Asti, figlia di Gian Galeazzo Visconti, duca di Milano, sta compiendo alla volta della Francia ove a Parigi è attesa dallo sposo Luigi d'Orleans, fratello del Re di Francia Carlo VI.

Alla festa di commiato dalle terre piacentine intervengono le delegazioni delle famiglie tradizionalmente alleate: Gli Anguissola dei rami di Altoè, Vigolzone, Travo, i Nicelli dalla Valnure, i Malaspina dalla Valtrebbia.

Nel corso della mattinata, dopo un gioco di bandiere e i virtuosismi dei giocolieri, il solenne silenzio è rotto dall'agitazione di cavalli e cavalieri, impazienti di sfidarsi a singolare tenzone.

Nel pomeriggio tra squilli di trombe e rulli di tamburi il ricco corteo di personaggi in abiti rigorosamente d'epoca sfila per le vie del borgo per prendere posto nelle tribune d'onore.

Inizia così a scorrere un film d'epoca che trova il massimo della suspense nella disputa del Torneo a cavallo. Secondo le regole del Codice cavalieresco i blasonati portacolori delle Casate convenute si affrontano in sella ai fidi destrieri e galoppando tra due ali di folla percorrono il tortuoso percorso tra il Castello e la Chiesa parrocchiale, brandendo una lunga lancia con la quale tentano di infilzare i bersagli costituiti da anelli a diametro degradante. L'atmosfera è sempre rovente il tifo elevato e c'è anche la sconfitta dell'anno precedente da vendicare.

Il sole è ormai al tramonto quando il Cerimoniere da il via alle premiazioni, per i cavalieri l'onore di scortare le giovani pulzelle, per la casata le insegne al posto d'onore nelle successive manifestazioni: la Cena medioevale e il banchetto dei cortigiani.

Nella rievocazione, di antico splendore, si fondono storia e leggenda, fasto e folclore. La naturale scenografia del borgo con le strade animate da signori e dame, ancelle e donzelle, danzatrici, cavalieri, armigeri e palafreniere, scudieri, trovatori, giullari e vessilliferi che improvvisano suggestivi spettacoli, è esaltata dalle esibizioni dei gruppi di sbandieratori che sventolano con forza ed eleganza i loro vessilli, e dall'agonismo dei cavalieri che gareggiano in prove di abilità in sella ai fidi destrieri.

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Maggio 2009