Grazzano Visconti
Vigolzone (Piacenza)
      

    

Il borgo è situato all’ingresso della Val Nure, nella pianura padana, circondato da fertili campi e dai vigneti dei Colli Piacentini. Il suggestivo villaggio neo-medioevale, chiuso al traffico cittadino, è un'occasione per il visitatore di compiere un vero e proprio salto nel passato grazie ad un raro esempio di architettura di stampo revivalistico in auge in Italia tra Otto e Novecento.

La conoscenza più remota risale all'anno 302 d.C. e sarebbe in relazione a tale Graccus Graccianum, probabile proprietario di terreni posti in questa località. In effetti, sull'antichità di insediamenti umani nella zona verso il Nure, tra Grazzano e Vigolzone, non esistono dubbi. Nei campi di Grazzano affiorano, non di rado, sotto l'azione dei vomeri degli aratri resti ossei, pietre e mattoni di sicura romanità.

Grazzano Visconti fu costruito su iniziativa di Giuseppe Visconti di Modrone intorno all’antico castello, agli inizi del 1900, con l’intento di creare un originale centro artistico in veste medioevale. Passeggiando tra le viuzze medievali è facile imbattersi in scorci suggestivi di case affrescate o in una delle diverse botteghe artigianali specializzate nella lavorazione del ferro battuto.

L'anno 1986 ha portato al Borgo visconteo un alto riconoscimento della Regione Emilia-Romagna: l'elevazione al rango di Città d'arte. L'onorificenza è stata concessa ad una realtà culturale e turistica quanto mai vera anche se al visitatore appare come una favola. Non a caso il più accentuato richiamo turistico della provincia di Piacenza è definito il "Paese irreale nella realtà".

In questo borgo di stile medioevale si continua a lavorare il legno, il ferro e la ceramica secondo gli insegnamenti della cultura e della didattica non scritta, ma tramandata, o meglio sussurrata, da padre a figlio. L'amore per l'artigianato creativo qui è ancora sovrano, mentre la borgata è protetta dall'azione del tempo, con stile e passione, dagli attuali proprietari nipoti del duca Giuseppe Visconti di Modrone.

Il trecentesco castello costruito quasi cinquecento anni prima è - alla fine dell'800 - il punto di partenza, l'origine, il "laboratorio dell'invenzione" dell'intervento del duca Giuseppe; un intervento condotto in prima persona, con entusiasmo, con trasporto per l'arte medievale e con notevoli capacità imprendi­toriali.

L'invenzione di Grazzano si attua in un arco di tempo che va dai primi del '900 alla morte di Giuseppe Visconti nel 1941. In ogni intervento il conte dispiega la propria fantasia che si rivela esuberante e raffinata sino a realizzare un'opera straordinaria dotata di grande equilibrio ed armonia. Dopo alcuni decenni la fortuna di Grazzano Visconti non tarda a manifestarsi ed il crescente interesse isola, via via, i pochi benpensanti arroccati su intransigenti posizioni avverse al verso Borgo che inutilmente tentano di liquidare come eclatante esempio di "falso storico".

Gli ultimi decenni portano a Grazzano fiumane di persone a "calcare" la straordinaria scena medievale arricchita da una serie di manifestazioni proposte dalla locale Pro-loco con professionalità e precisi riferimenti a fatti e periodi storici, e a visitare le botteghe artigiane dalle quali di rado il turista riesce ad uscire a mani vuote.

La nomina regionale a Città d'arte consacra Grazzano Visconti al posto d'onore sul podio del turismo provinciale.

Come un magico diamante artificiale spettacolarmente affascinante e suggestivo, il borgo attrae, dai primi soli di primavera alle nebbie dell'autunno inoltrato, migliaia di visitatori che nei giorni del week-end "straripano" dalle coreografiche vie centrali per invadere ogni remoto angolo.

Il Biscione tra storia e leggenda

L'insegna Viscontea, il biscione, definita da Dante Alighieri "la vipera che il milanese accampa" trova remote origini nelle imprese guerresche compiute dai Visconti in Terra Santa.

Siamo negli anni mille quando Eriprando Visconti, "milite millenario", ossia condottiero di mille soldati, inizia quella serie di imprese che portarono i Visconti a incontrastati "Signori di Milano". 

Con Papa Urbano III, nell'anno del Signore 1187, i Cristiani erano impegnati nelle guerre in Terra Santa; nelle vicinanze di Gerusalemme era accampato Ottone Visconti con le sue truppe. Un principe Saraceno di eccezionale valore lo sfidò a duello. Ottone portava per insegna 7 corone scolpite sullo scudo perché aveva vinto 7 fortissimi uomini; il Saraceno portava a cimiero sul proprio elmo una grossa serpe che ingoiava un infante con cui, a dileggio dei cristiani, intendeva rappresentare Gesù Bambino. Ottone, uscì vincitore dal duello, tolse le insegne al nemico e tornato in patria coperto di gloria per aver schiacciato l'esercito saraceno così come si schiacciano dei serpenti, donò le insegne strappate al nemico alla Cattedrale di Milano. Decise poi che, tutti i suoi successori, avrebbero portato per singolare segno distintivo un Biscione a sette spire.

Altri raccontano che Uberto Visconti, Capitano di Milizia, attorno al 1200 uccise un serpente o un drago che con l'alito infuocato terrorizzava gli abitanti.

Comunque e certo che a partire dai primi anni del 1200 l'insegna Viscontea primitiva, fu sostituita dall'attuale stemma con il Biscione e che tulle le milizie Viscontee non ebbero mai ad accamparsi prima di aver innalzato il nuovo vessillo, simbolo di impresa da compiere...!!

La Grazzano di oggi lega la sua storia a quella di una delle più celebri famiglie Italiane "I Visconti di Milano". Siamo a Milano negli ultimi decenni del 1200, quando le truppe di Ottone Visconti, emergente figura di condottiero, hanno definitivamente la meglio sulla famiglia dei Torriani e si avviano ad iniziare la Signoria Viscontea che per 170 anni dominerà la scena lombarda costituendo uno dei capitoli più intensi, tormentati e fecondi della storia Milanese e d'Italia.

La "Signoria" ebbe inizio di fatto con i fratelli Giovanni e Luchino Visconti. Nelle mani del primo - Arcivescovo di Milano - risiedeva il potere politico, in quelle del secondo la cura degli affari e dell'amministrazione della città. Luchino seppe risanare il bilancio Comunale, liberò le strade dai masnadieri, abolì le esazioni dei feudatari sui singoli tratti di strada e instaurò grande sfarzo a corte. Morto nel 1349, il potere si concentrò nelle mani del fratello Giovanni, uomo di grande abilità politica che circondato da abili consiglieri e astuti diplomatici, trasformò in carica ereditaria la figura giuridica della Signoria potenziando in tal modo lo stato Visconteo grazie ai due poteri rappresentati in lui: il temporale e lo spirituale. A dimostrazione, soleva presentarsi con la spada nella mano destra e con il pastorale in quella sinistra. Alla morte lasciò eredi i nipoti Matteo, Galeazzo e Bernabò. Questi ultimi, avvelenato il fratello Matteo, si spartirono il Ducato, ma, conoscendosi ben l'un l'altro, seguitarono a spiarsi a vicenda per tema di reciproci assassini.

Dell'epoca è rimasta famosa la "quaresima di Galeazzo" complicato e atroce sistema di tortura accompagnato da una liturgia dai riferimenti ecclesiastici che durava quaranta giorni. Tribunali molto spicciativi comminavano la pena, però spesso i condannati, morivano prima del termine della quaresima.

Le idee egemoniche dei Visconti erano invise alla Curia Romana e Papa Urbano IV creò una lega anti-Viscontea, lanciando su di loro una scomunica. Quando gli ambasciatori del Pontefice si recarono da Bernabò per la notizia, questi li accolse sul ponte levatoio del castello di Melegnano chiedendo loro, in forma ospitale, se avessero fame o sete. I due risposero di avere fame, Bernabò allora li obbligò a mangiare la bolla Pontificia composta da pergamene, corda, piombo e ceralacca, quindi per ristorarli li buttò a pedate nel fossato.

Un giorno Bernabò multò di 4000 fiorini un mugnaio perché non aveva avuto cura dei due grossi alani affidatigli. Il reo, non disponendo della somma, chiese misericordia; il Visconti la condizionò in cambio della risposta ad una serie di quesiti. Interrogato sull'inferno rispose che in quel posto uomini e donne, alleggeriti dei loro averi, venivano sbranati e squartati proprio come succedeva a Milano in quei tempi, poi alla successiva domanda circa il valore del Bernabò stesso, rispose che questo era pari a 29 denari. Il tenore delle risposte, nonché il basso valore attribuitogli mandò su tutte le furie Bernabò, il quale però alla spiegazione che la valutazione era di un denaro solo in meno rispetto a quanto fu pagato Gesù, si rabbonì, assegnando anzi al malcapitato una ricca rendita.  

Nel 1378 alla morte del padre, il giovane Gian Galeazzo si affiancava a Bernabò nel governo di Milano; ben presto però il rampollo si sbarazzava dello zio con un piano ben architettato, e a soli 27 anni si trovava ad essere unico Signore di Milano e di ventuno città.

Mirò sempre ad espandere il suo regno, che già comprendeva la Lombardia, la Romagna e la Toscana. Era molto potente (per esempio nominò il vescovo di Piacenza senza neppure ascoltare il papa). Stabilì severe pene per chi portava armi e per gli uccisori di piccioni; i bestemmiatori erano condannati al taglio della lingua.

Durante il regno di Gian Galeazzo si verificò uno strano fenomeno: nevicò nell'estate del 1388. Negli ultimi anni del '300 furono riveduti gli statuti piacentini che formarono la base del nostro diritto municipale. Probabilmente il duca pensava di riunire tutta la penisola sotto il suo scettro (già il biscione visconteo stringeva d'assedio Firenze), cercò infatti di creare uno Stato unitario, unificato nella sua persona. Istituì una perfetta organizzazione finanziaria per sostenere le enormi spese della sua corte e delle numerose guerre. Fu amico e protettore di poeti e scrittori. Se fosse vissuto più a lungo probabilmente avrebbe potuto condurre a termine l'ambizioso disegno di conquistare buona parte della Penisola. In un certo senso l'Unità d'Italia sarebbe così stata realizzata cinquecento anni prima.

Gian Galeazzo mise a disposizione molto denaro per la costruzione di una nuova chiesa: il Duomo di Milano. Il 13 Giugno 1386 ne pose la prima pietra.

Dal fiume della storia Viscontea devia a questo punto un piccolo effluente verso Grazzano. A Gian Galeazzo infatti si deve la nascita del Castello, del Borgo.

Dalle radici ad oggi

Come per tanti altri luoghi si ignora l'atto di nascita della contrada dì Grazzano. La località è nominata in documenti dell'anno Mille a proposito di donazioni di terre al Monastero di san Savino di Piacenza. Nell'archivio della famiglia Visconti di Modrone sono conservate tre pergamene relative ad atti del XII secolo.

Piacenza, 1 Aprile 1114: Sigìfredo da Vigolzone e sua moglie Albiza vendono ad Azone Aldeci tutti i loro beni posti nel territorio di Grazano al prezzo di lire sei e mezzo.

Piacenza, 23 Febbraio 1121: Cerolapersico vende ad Ansaldo alcuni suoi beni posti sul fondo di Grazano e nel territorio al prezzo di lire otto.Entrambi gli atti sono rogati dal notaio Bonus Johannes.

Piacenza, 3 Marzo 1152: i coniugi Ansaldo di Grazano e Alchinda con il figlio Onidedo vendono a Bernardo, abate del monastero di San Sisto un prato con mulino in Grazano al prezzo di lire settanta e denari dieci di Piacenza. Atto del notaio Aldradus.

"Noi Signore di Milano e Conte di Virtù, Vicario Generale Imperiale, volendo compiacere per speciale grazia i nostri egregi e diletti Signori Giovanni Anguissola e Beatrice Visconti sua consorte, concediamo che nella loro proprietà di Grazzano, nel nostro distretto di Piacenza, possano far costruire liberamente e impunemente una fortificazione quale loro aggradi, nonostante alcuni decreti o nostri ordini emessi in contrario.

I mandanti osservino e facciano inviolabilmente osservare questo nostro scritto. In testimonianza della qualcosa abbiamo disposto che la presente sia compilata registrata e convalidata con il nostro sigillo - Pavia 18 febbraio 1395"

Con questo manoscritto, il duca Gian Galeazzo Visconti, Signore di Milano e di altre città del nord, autorizzava la sorella Beatrice sposata al nobile piacentino Giovanni Anguissola a costruire un castello nella loro proprietà di Grazzano.

Il complesso castrense fu impostato su schema quadrato con quattro torri agli angoli delle quali: due a base circolare e due a base quadrata. All'interno del corpo di fabbrica una corte a base quadrata circondata da porticati. Sopra ai porticati i corpi di collegamento si affacciano sulla corte interna con delle finestrature o con dei ballatoi aperti.

Un ampio fossato circonda il castello. Lo schema di costruzione è classico del periodo in cui è stato realizzato e testimonia l'influenza Viscontea nella zona. Diversi sono i richiami al castello Visconti di Pavia.

Con diploma del 1414 l'Imperatore Sigismondo di Lussemburgo concedeva l'Investitura dei castelli della Riva, Montesanto e Grazzano unitamente ai villaggi di Carmiano e Ponte Albarola a favore di Bernardo Anguissola. Il privilegio fu contrastato dalla nobiltà piacentina e non ebbe effetto pratico finché - nel 1438 - il duca di Milano Filippo Maria Visconti ne confermò i privilegi aumentandoli con l'aggiunta del diritto di regalie, con la "potestà di coltello" e con l'indipendenza della intera giurisdizione dal Distretto e dal Comune di Piacenza. Sorsero nuove controversie finché il feudo fu confermato, nel 1459, dal duca Francesco Sforza a Giovanni Anguissola sposato a Margherita Pallavicino.

Nel 1462 i rurali della bassa Valnure con a capo Giacomo Pelizzari detto "Pelloia" si ribellarono al duca di Piacenza Francesco Sforza. La rivolta fu domata con la concessione di riduzioni alle tassa sul sale, sulla macina e sui diritti di viabilità.

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Sette mesi dopo una nuova ribellione al castello di Niviano induce il duca ad un intervento più deciso: ordina a 500 fanti e altrettanti cavalieri in assetto di guerra di stroncare ogni ribellione. Lo scontro avvenne a Grazzano; parecchi furono giustiziati e mentre il Pelloia, capo dei rivoltosi si suicidava, un'altro ispiratore della sommossa, il conte Onofrio Anguissola da Statto, venne catturato nel castello di Montechiaro. Tenuto prigioniero per 12 anni a Milano fu poi decapitato nel carcere di Binasco.

Nel 1521, nella notte di San Giovanni, il conte Giacomo Anguissola con contadini e banditi di montagna si riunirono a Grazzano per poi procedere verso Piacenza tenuta dai Francesi. Il tentativo di espugnare la città non riuscì, le truppe furono inseguite dai francesi e Grazzano fu distrutto e messo a fuoco. Nel 1526 il conte Roberto Sanseverino, capitano imperiale, condusse a Grazzano anche i famigerati Lanzichenecchi.

Nel 1547 le mura del castello ospitarono anche i fautori delle tenebrose trame che portarono all'assassinio di Pier Luigi Farnese avvenuto a Piacenza nella Rocca Viscontea. I Capi della congiura erano Giovanni Anguissola di Grazzano, Agostino Landi e i fratelli Pallavicino, ispirati dal potente governatore di Milano Ferrante Gonzaga. Fu l'Anguissola a trafiggere il Duca al quale sino a pochi attimi prima aveva finto legami di amicizia. Giovanni Anguissola dopo l'uccisione del Farnese si stabilì in Lombardia e divenne un alto funzionario dell'Imperatore Carlo V.

Nel 1576 alienò il castello, terre e beni di Grazzano, Maiano e Verano con diritti feudali e giurisdizione ai cugini Teodosio e Alessandro Anguissola - padre e figlio - del ramo di Vigolzone, Folignano e San Polo.

Successivamente, nel 1599 i duchi Farnese elevarono il feudo di Grazzano con Maiano e Folignano a Marchesato. I territori, inclusa una presa d'acqua per irrigazione dal torrente Nure, erano al tempo di proprietà del conte Galvano, figlio di Alessandro.

Tra una successione e un fatto d'arme furono apportati al maniero numerosi rifacimenti: nel 1698 si sostituì il preesistente ponte levatoio in legno con una struttura "in quadrelli" (Autorizzazione firmata dal notaio pubblico e cancelliere di Piacenza Alessio Dosini a favore del marchese Felice Anguissola). Nel 1822 si ebbero interventi di falegnameria edile. Si hanno notizie di altri lavori compiuti negli anni 1829 e 1849 quando, sulla base delle perizie redatte dal geometra Paolo Martini di Pontedellolio, furono ristrutturati i fabbricati di servizio adibiti a "arsenale da legname e buganderia".

Il primo Novecento - Alla morte di Filippo Anguissola avvenuta il 27.07.1870 senza eredi si estingue il ramo della Casata Anguissola di Vigolzone. I beni passarono alla madre Francesca (Fanny) Visconti, vedova di Gaetano Ranuzio Anguissola (1805-1834) che a sua volta (21.06.1883) lasciò i possedimenti di Grazzano al nipote Guido Visconti di Modrone, di Lonato Pozzolo il Palazzo Anguissola di Piacenza in parrocchia di San Savino, alla Pia casa di ricovero e provvidenza Maruffi e diversi legati ad altri istituti.

E' il figlio di Guido, Giuseppe Visconti di Modrone (1879-1941) a pensare di esaltare i legami tra blasone di famiglia e i possedimenti piacentini concependo un progetto volto a sostituire le poche modeste costruzioni esistenti attorno al castello e alla chiesa parrocchiale di Grazzano con un complesso edilizio in stile quattrocentesco.

Conosciuto come "uomo coltissimo di gusti raffinati e di idee ben chiare", il conte Giuseppe coinvolge nel progetto l'architetto Alfredo Campanini, (nato a Gattatico di Reggio Emilia nel 1873, ma milanese di adozione). L'intesa risulta perfetta e in soli due anni (1905-1906) l'impianto urbanistico di Grazzano Visconti diventa realtà. Il conte fu progettista, direttore dei lavori, pittore e affrescatore. Suoi stretti collaboratori il capo-mastro Giuseppe Girometta e l'esperto muratore Ernesto Ferrari la cui famiglia risiedeva a Grazzano da oltre 3 secoli.

L'architetto Campanini in perfetta coerenza con le idee del Visconti effettuò notevoli opere di ripristino e trasformazione al castello introducendo con sapienza e gusto elementi altamente decorativi.  

Il maniero sorto alla fine del XV secolo per ragioni difensive ed esigenze di controllo del territorio, era stato trasformato nell'ottocento in residenza di campagna della famiglia Anguissola. Nelle più vecchie planimetrie appare evidente come l'edificio fosse un po' diverso da come si presenta oggi: vi sono infatti tre torri rotonde ed una sola quadrata. Nelle piante successive al 1910 si possono notare i cambiamenti apportati in particolare una delle tre torri rotonde assume base quadrata.

Una documentazione fotografica datata 1879 mostra un edificio sviluppato su due piani anziché i tre attuali, i torrioni sono di differente altezza, uno solo merlato e privo di copertura. Porte e finestre, privi di fregi e ornamenti si presentano nella tradizionale forma rettangolare.

All'interno del corpo di fabbrica si trovava una corte a base quadrata circondata da porticati. Nell'insieme la costruzione presentava un aspetto piuttosto rustico; sul fronte ovest rimanevano ben visibili la tracce di un antico ponte levatoio.

I lavori di ristrutturazione interessarono gli anni anni 1906 e1908. Furono compiute opere di consolidamento statico di ridefinizione dei volumi secondo i canoni di una fantasiosa scenografia neo-medievale con spunti rievocativi suggeriti dall'iconografia castellana: fatti d'arme, motti, stemmi nobiliari. Tutte le facciate del castello furono impreziosite con richiami gotici, merlature completano diversi corpi di fabbrica.

Il fronte principale viene ridefinito da un imponente ingresso ad arco acuto sormontato da uno stemma in pietra e disegni raffiguranti le insegne viscontee.

Ai lati del portale sono conservate le incassature delle catene del ponte levatoio.

Abilità e fantasia si evidenziano anche nella disposizione delle aree che costituiscono il lussureggiante parco. La zona antistante l'ingresso è sviluppata secondo gli schemi del giardino all'italiana: un ampio viale inghiaiato in asse al portone principale del castello suddivide lo spazio verde in due zone quasi simmetriche a prato con viali lastricati di ciotoli e ornati da statue allegoriche. Nelle altre parti del parco si alternano prati naturali, fontane barocche, vasi, statue, tempietti, siepi, stretti sentieri, festoni di edera, il labirinto aperto dalle sfingi; sul fondo un belvedere affacciato sulla campagna.

Grazzano Visconti per quanto tipica espressione di villaggio medioevale non ha verso gli uomini del medioevo quei grossi debiti di riconoscenza che si potrebbero lì per lì immaginare. All'inizio del 1900 infatti la località di Grazzano - non ancora Visconti - era conosciuta come una piccola frazione del comune di Vigolzone con uno smantellato castello caro a falchi e lucertole, anche se il patrimonio storico aveva in quella costruzione un suo legittimo e suggestivo testimone.

Fu il conte Giuseppe Visconti a trasformare le poche cadenti case coloniche in fascinose dimore medievali. La disponibilità di nuovi alloggi, l'avvio di una scuola di arti e mestieri, l'apertura di laboratori e botteghe artigiane crearono anche i presupposti per una attività turistica. L'obiettivo del conte Giuseppe mirava a realizzare un borgo che oltre a fare degna cornice al castello, avesse in se strutture utili ad assicurare lavoro ai giovani che terminavano i corsi di artigianato creativo del legno e del ferro battuto della nascente scuola di Grazzano. 

Nove secoli più tardi il borgo medievale tutto nuovo sarebbe diventato città d'arte e la meta di maggior richiamo del turismo piacentino, capace di attrarre ogni anno quasi trecentomila visitatori. La scena medioevale fu realizzata su un impianto planimetrico libero, ricco di valenze scenografiche.

All'estro del conte Giuseppe si devono non solo i disegni delle case, ma anche la realizzazione degli affreschi, pitture, decorazioni scultoree. Via via sorsero diversi edifici rispondenti alle linee architettoniche dei primi secoli dopo l'anno mille. Muri merlati, fontanelle, balconi, finestre a sesto acuto, portichetti, colonnine, stemmi e cartigli sono opportunamente collocati e l'arredo urbano concorre a far dimenticare che la costruzione più vetusta è datata solo novant'anni.

Fra le prime costruzioni a prendere corpo - corre l'anno 1906 - vi è l'Albergo del Biscione con la caratteristica insegna in ferro battuto forgiata a fuoco dal martello di un fabbro della prime officine, poi la palazzina della Istituzione, le botteghe artigiane, l'edificio delle "Regie poste e telegrafi" (d'angolo rispetto l'attuale ufficio postale), e la deliziosa chiesetta gotica.

Nel 1915 il centro (via Carla Erba Visconti e Piazza Gian Galeazzo Visconti) aveva già assunto l'attuale topografia.

La piazza principale, detta anche del Biscione, veniva completata negli anni successivi con la torre merlata, la fontana, il pozzo in cotto e marmo rosa, il Palazzo Podestarile adagiato sulla palazzina della Istituzione, prima sede della scuola di avviamento all'artigianato. Anche l'arredo urbano ricco di immagini votive, fontane, colonne, cinte murarie viene a caratterizzare progressivamente la singolare scenografia.

Ogni piazza, ogni strada ha ora una lanterna, ora un'insegna, il particolare studiato con cura e sapientemente collocato affinché l'illusione del viaggio a ritroso nel tempo sia completa.

Dal 1946 la conservazione e lo sviluppo del borgo furono affidati ai figli di Giuseppe Visconti, Luigi, Anna con il marito Adolfo Caracciolo. L'illusione medioevale che ancora il borgo riesce a regalare è oggi difesa dalle insidie del tempo, dalle moderne esigenze abitative e commerciali, dai coniugi Giammaria e Violante Visconti.

Nel primo decennio del Novecento le origini dello stile Grazzano

Anche se già nella seconda metà dell'ottocento nella Grazzano feudo del marchese Filippo Anguissola, era in attività la falegnameria di Donnino Borlenghi, i cui figli Leonardo e Pietro erano apprezzati costruttori di carri e attrezzature per l'agricoltura, è nel primo decennio del novecento - con l'entrata in scena del conte Giuseppe Visconti di Modrone e la trasformazione dell'antico nucleo rurale sparso attorno al castello - che i mestieri locali si affinano, la tecnica sposa il gusto e la fantasia; sboccia quell'artigianato creativo che darà vita all'arredo stile Grazzano le cui forme si rifanno al 1400, il secolo di nascita del castello. E' uno stile dominato dal bassorilievo con intagli molto fitti e profondi, con figure prima disegnate sulla tavola poi incise con mano d'artista sino a sbalzarne i contorni con gesti precisi e pazienti.

In ogni bottega esiste "un uomo dalle mani d'oro" maestro di qualche giovane che ne continuerà l'antica arte per ricavare soffitti lignei intagliati, dipinti e dorati; cassettoni, mobili e arredi in stile, intarsi policromi, e tanti altri lavori realizzati con perizia, passione e personale abilità; autentici capolavori quali cornici sontuose, vassoi con grande sviluppo di foglie, con teste drago in rilievo; tavolini con sbalzate figure mitologiche e motivi floreali; mobili scolpiti con grifoni uno diverso dall'altro, grandi librerie interamente decorate a cornici, intagliate a motivi ornamentali e vegetali, vetri protetti da griglia annodata, ante inferiori a pannelli riquadrati da bordura a nastro ritorto, spesso caratterizzati al centro da una anfora fiorita, piede a zampa ferina; console in noce con fasce sottostanti scolpite a rosette susseguenti e montanti laterali abbelliti da fregio a palmette; tavoli scrivanie e tavolinetti a piano rettangolare o tondo profilato da cornice dentellata con cassetti intagliati a losanga; seggiole con schienale con montanti scolpiti superiormente a foglia d'acanto, o di linea rigorosa intagliati a cornici ornamentali e cartella centrale scolpita a raggiera, gambe diritte unite da traversa a volute fogliate, figure di delfini, sedile in paglia intrecciata...

Oggi, gli artigiani del mobilio di Grazzano Visconti, pur tra tante difficoltà, continua la produzione di pregio secondo lo stile che in ottanta anni lo ha reso famoso. Aperto anche ai tempi e alla moda, offre mobili massicci, cassettoni, lettiere, troumeaux dalla linea inconfondibile, accanto a salotti di gusto inglese o provenzale, armadi toscani o veneziani, madie provenzali e via sino alle cucine in vero massello con elettrodomestici incorporati che si distaccano per rifinitura di particolari e solidità dalle produzioni fabbricate in serie.

Le botteghe artigiane che nei tempi hanno contribuito alla affermazione dello stile grazzano sono diverse da quelle storiche di Pietro Borlenghi con Alberto, Ettore e Giuseppe; di Leonardo Borlenghi e quindi da Arturo, Marco e Luigi; di Francesco Muselli e figli, di Antonio Risposi con Ferrante e Giuseppe, di Savino Tinelli, di Renzo Magnani, della Istituzione Visconti oggi diretta da Guido Leonardi, e via via sino alle ultime leve e tra queste Gualberto Servente, i fratelli Molinaroli, Tinelli e Marchini, Giuseppe Dordoni, Walter Borlenghi.

I ferri battuti di Grazzano dalla Real Casa a Tokio e Taiwan

I ferri battuti hanno occupato per secoli un posto d'onore nella storia dei manufatti decorativi dell'architettura civile e religiosa; poi l'avvento della industrializzazione ne ha ridimensionato il ruolo, ma le botteghe artigiane che sopravvivono godono meritatamente della massima considerazione dei cultori delle cose d'arte.

L'artigianato di Grazzano Visconti è noto per il metallo lavorato artisticamente a martello, come si usava nel passato, con i più bravi allievi che diventavano abili fucinatori capaci di forgiare al martello una rosa con tutti i suoi sottilissimi petali, di realizzare robuste cancellate senza collegare gli elementi mediante saldatura autogena od elettrica. I "mastri ferrai" di Grazzano Visconti hanno conosciuto sin dalla prima metà del nostro secolo anni di splendore, poi il mercato delle loro produzioni più caratteristiche: cancellate, ringhiere per balconi, e tutta una congerie di arredi sacri e civili destinati ad ornare chiese, palazzi, giardini, cortili, negozi, uffici, ritrovi in genere, unitamente a esemplari ispirati a motivi floreali con motivi di fogliame, bacche, tralci, frutta, rosette, anemoni, vilucchi, edera, festoni e trofei vegetali è entrato in una fase di maturità-declino, in parte rivitalizzata negli ultimi anni.

La lavorazione del ferro a Grazzano è già fiorente nella seconda metà dell'Ottocento con la ditta Savi Giuseppe, fabbro tutto fare con laboratorio nel caseggiato posto di fronte alla portineria del castello.

Il figlio Francesco, la cui tecnica era via via affinata, fu tra i primi artigiani a collaborare con il conte Giuseppe Visconti di Modrone nell'arredo del nascente borgo in stile medioevale. A lui si deve la singolare incastellatura ad arco con quattro briglie porta secchi a testa di drago che caratterizza il pozzo di piazza Gian Galeazzo Visconti. L'attività in continua espansione del laboratorio portò il Savi a ricercare una sede più grande; si trasferì quindi nella centrale piazza G. Galeazzo Visconti ove i banchi dei suoi 35 lavoranti si estendevano lungo le via delle Case nuove.

Oltre che abile artigiano, il Savi si dimostrò coraggioso e oculato imprenditore aprendo - nel 1908 - una bottega di vendita dei prodotti "made in Grazzano" ad Antibes in Francia.

Tra i lavoranti ebbe un giovane di nome Cesare Leonardi che ai corsi di disegno dell'Istituzione faceva tesoro dei preziosi insegnamenti del prof. Giovanni Berzolla. Opportunità di lavoro portarono il Leonardi alla bottega del fabbro della vicina Niviano, ma il distacco da Grazzano fu breve perché lo stesso conte Giuseppe Visconti memore del talento del giovane, lo richiamò riservandogli un laboratorio nella borgata.

In particolare nella bottega di Cesare Leonardi prese corpo la grande cancellata che divide il paese dal parco del castello e l'artistica grata nella navata della chiesetta di piazza Guido Visconti di Modrone.

La sua mano abilissima, leggera e garbata, plasmò diversi altri elementi compositivi dell'arredo urbano, caratterizzati da una struttura funzionale e decorativa di elevata dignità estetica.

Fu la lettura della pagina del Vangelo che racconta del tradimento dell'apostolo Pietro, a suggerire a mastro Cesare l'idea di forgiare il gallo di Grazzano: quello originale è infatti alto 33 centimetri, gli anni di Gesù.

Il gallo - certo il più celebre soggetto del ferro battuto piacentino - non piacque subito al Visconti che preferiva un'altra opera del Leonardi, la cicogna. Di diverso parere erano però nobili e artisti ospiti di Grazzano; a far capitolare le convinzioni del duca Giuseppe fu la Regina d'Italia Elena di Savoia, che vedendo uno dei galli nel laboratorio di Cesare Leonardi ebbe ad esclamare "Pare proprio che canti".

Mi sembra ancor ieri - soleva raccontare il maestro Leonardi ormai canuto - quando la Regina Elena mi chiamò a Villa Savoia per disegnare la cancellata e il fronte dei balconi che furono poi realizzati a Grazzano, e che siano armoniosi come quelli di Grazzano Visconti, si raccomandava la Regina. La sovrana fu evidentemente soddisfatta del risultato finale tanto da concedere a Cesare Leonardi l'ambito Brevetto di fornitore della Reale casa.

Molte altre le personalità in visita alla bottega dell' artista: re Vittorio Emanuele III, Umberto II, Maria Pia di Savoia, Alfonso XIII Re di Spagna. Dopo le nozze di Laura Adani con don Luigi Visconti primogenito del duca Giuseppe, la bottega di Leonardi divenne punto di riferimento per personalità del cinema e del teatro. Luchino Visconti, fraterno amico di mastro Cesare, premeva per un negozio a Roma, ma lui volle rimanere fedele alla sua Grazzano, pronto però a qualche scappatella.

Cesare Leonardi cessò di vivere il 29 febbraio del 1979 al termine di una vita operosa di lavoro, spesa anche a spiegare tecniche e segreti dell'artigianato creativo a numerosi allievi che avrebbero poi avviato proprie attività un po' in tutta la provincia.

Oggi a Grazzano, cittadella dell'artigianato creativo assediata dal prodotto di serie, il martello continua a battere il ferro nella officina ormai centenaria dei fratelli Savi ove si lavora per il mercato europeo e con frequenti e numerose commesse dei paesi orientali: Tokio e Taiwan sono mete usuali per i componenti di arredamento made in Grazzano Visconti.

Sempre nella città d'arte di Grazzano Visconti continuano la tradizione del ferro battuto artistico con un mercato di nicchia le qualificate aziende di Mutti e Leonardi, Moruzzi e Cavanna, Boselli Luigi.

Con loro si rinnova l'affascinante rito dell'uomo che con la forza e il fuoco lavora e plasma il ferro per ricavarne oggetti artistici, sovente pezzi unici della creatività umana.

Re, regine, principi e principesse a Grazzano Visconti

Grazzano Visconti ha avuto, nei primi decenni del Novecento, frequenti e cordiali rapporti con la famiglia reale italiana. Vittorio Emanuele III, Re d'Italia (1869-1847), fu a Grazzano il 19 Ottobre 1911 e il 28 settembre del 1938.

 La Regina Elena (sposata nel 1896), visitò Grazzano una prima volta il 10 ottobre 1931; l'avvenimento fu salutato con migliaia di fiori freschi, rose in prevalenza, collocati su fontane e balconi. La Regina ritornò altre cinque volte, negli anni 1932-1933-1934-1937 e - con il titolo d'Imperatrice di Etiopia - l'8 settembre del 1938.

Grazzano ha ospitato anche Umberto (1904-1983), principe di Piemonte, il 10 ottobre del 1931 accompagnato dalla moglie principessa Maria Josè del Belgio sposata qualche anno prima; poi nel 1933 (21 ottobre), e il 2 Luglio 1936 in occasione delle nozze di donna Anna Visconti di Modrone con Adolfo Caracciolo duca di Melito. Il principe tornò a Grazzano il 31 maggio del 1939 e - come Re d'Italia - il 9 maggio 1946, alla vigilia del referendum istituzionale.

Il Registro d'onore del castello conserva anche le firme della sorella di Umberto, Maria di Savoia e del consorte Luigi di Borbone di Parma, con le date del 24 settembre 1937 e del 10 ottobre 1938; del Principe Amedeo di Savoia e - negli anni sessanta - dei figli di Umberto e Maria Josè del Belgio, Maria Beatrice, Maria Gabriella e Maria Pia.

Diversi i ricordi tramandati dai decani del borgo. Quando nel 1911 l'automobile reale, una Fiat, giunse al piazzale del castello fu evidente l'agitazione dei presenti, agitazione che si trasformò in imbarazzo perché Sua Maestà - nonostante la portiera aperta non accennava a scendere... fu presto chiarita la ragione, il Cerimoniere non aveva predisposto un appoggio e il Monarca - di statura piuttosto piccola - incontrava qualche difficoltà a posare i piedi a terra...  

Luchino Visconti, adolescenza a Grazzano

Luchino Visconti è stato un simbolo. Intorno al suo lavoro è cresciuto un alone di leggenda. È stato un maestro e un pioniere, una figura carismatica. Ha rinnovato in profondità il cinema italiano non meno di quanto abbia fatto in teatro. Con Ossessione, film mitico e maledetto, apre la porta al neorealismo. Ad esso seguono altri capolavori sempre presenti nella memoria collettiva: La terra trema, Senso, Rocco e i suoi fratelli, Il gattopardo, Morte a Venezia, Ludwìg, per non ricordare che le tappe salienti di uno dei più grandi registi italiani a dimensione mondiale.

Luchino Visconti di Modrone, è nato il 2 novembre 1906, in casa della nonna materna Anna Erba, in via Marsala a Milano.

"Provenivo da una famiglia ricca, ma mio padre, pur essendo un aristocratico, non era né stupido né incolto. Noi eravamo sette fratelli, ma la famiglia è venuta su molto bene. Mio padre ci ha educati severamente, duramente, ma ci ha aiutati ad apprezzare le cose che contavano, la musica, il teatro, l'arte. Nella nostra casa di via Cerva, avevamo un piccolo teatro, e poi c'era la Scala, che mi riempiva di meraviglia; che mi esaltava. Mio padre mi aveva insegnato che non potevo vantare per nascita né diritti né privilegi. Era intelligente, ma mia madre aveva una personalità ancora più forte. La mamma era una borghese, una Erba, figlia di industriali di origine popolare che si erano innalzati con le proprie forze. Dì conseguenza aveva una certa fiducia in se stessa. Erano venuti dal nulla, avevano cominciato a vendere ì medicinali al minuto, lungo le strade. Pare che la mia bisnonna materna adoperasse, per fare il risotto, la stessa pentola di rame che era servita in laboratorio per la preparazione dell'olio di ricino... Ma ormai si era al grande stabilimento... Sono cresciuto in mezzo all'odore di farmacia: noi ragazzi entravamo in quei corridoi che puzzavano di acido fenico, ed era così eccitante, così avventuroso... Il senso di concretezza che ho sempre avuto credo d'averlo preso da quel ramo lì: il ramo di mia madre. Mia madre conduceva una vita estremamente mondana. Quei grandi balli, quei pranzi, quei ricevimenti che si sono perduti nel tempo... amava i figli, amava anche lei la musica, il teatro".

Era nipote di Giulio Ricordi, erede e responsabile della grande casa di edizioni musicali. Ottima pianista, conosceva bene Verdi ed era amica di Puccini, di Toscanini. Coi suoi grandi occhi grigio-verdi, era una donna di grande bellezza, dalla voce un po' roca: quel tipo di voce che Luchino ricercherà più tardi in attrici come alida Valli, Silvana Mangano, Claudia Cardinale. 

Coi fratelli maggiori - Guido nel 1901, Anna nata nel 1902, Luigi nato nel 1905 - Luchino si lanciava nella scoperta della campagna attorno a Grazzano, qualche volta dormiva sull'erba, nel letargo pomeridiano, in un fremito di grilli e cicale.

Otto anni dopo la nascita di Edoardo, donna Carla mise al mondo due figlie, Ida nel 1916 e Uberta nel 1918, che diventò la sorella prediletta di Luchino, maggiore di lei di una dozzina d'anni.

Fu per amore che Luchino fuggì per la prima volta da casa, in compagnia della bella Titti Masier.

Gli Anguissola

Diverse le leggende sull'origine di questa antica nobile famiglia piacentina. Capostipite sarebbe stato Galvano Sordi, della contea inglese o scozzese di Angus, vissuto tra la fine del VII e l'inizio dell'VII secolo. Valoroso condottiero al servizio dell'Imperatore d'Oriente Leone XIII combatté portando una serpe come insegna militare. Al termine di una decisiva battaglia gli fu riconosciuto il merito personale della vittoria con la frase "Anguis sola victoriam fecit"'; da "Anguis" e "sola" deriverebbe il nome della famiglia.

Genealogisti altrettanto fantasiosi collegano l'origine della famiglia alla stirpe dell'etrusco Osco che portava una serpe, l'insegna di Ercole, incisa sul proprio scudo.

Un'altra leggenda si rifà all'anno 1000. Le truppe fedeli all'Imperatore avevano posto da mesi l'assedio alla città alemanna di Erbipoli senza riuscire ad espugnarne le mura. Un ufficiale degli assedianti, notando parzialmente abbassato il ponte levatoio di una delle torri di ingresso, spronò il proprio cavallo e, presa una velocissima rincorsa, con un acrobatico balzo riuscì a planare sul tavolato del ponte e restare in equilibrio nonostante la forte inclinazione della passerella. La sentinella di guardia fece calare il cancello sospeso posto sopra l'ingresso, ma il cavaliere riuscì comunque a oltrepassarlo mentre le punte della pesante inferriata si abbattevano sulla bianca groppa del destriero trapassandone la cute. Il cavaliere obbligò la guardia ad abbassare il ponte levatoio permettendo così l'irruzione degli assedianti. Conquistata la cittadella, l'Imperatore concesse al valoroso milite l'uso di una Arma dalle rosse punte in campo bianco raffiguranti le lance impregnate dal sangue del cavallo. I discendenti del guerriero conservarono lo stemma conquistato e, trasferiti in Italia, diedero origine alle famiglie Anguissola a Piacenza, Neri a Genova, Malabaila a Asti.

La famiglia Anguissola è comunque tra le più antiche della nobiltà piacentina. Appartiene a quel nucleo di casate feudali che svolsero, fin dal XII secolo, attività di tipo mercantile.

Riunita nelle "Societas Anguxolorm" estese i suoi commerci in Francia, a Bruges, a Troyes, e nella Champagne (ove a Bar-sur-Aube esisteva una Rue Anguissoles), in Oriente e nell'isola di Cipro. Le società importavano, esportavano merci e svolgevano attività bancarie.

Sin dai primi secoli dopo l'anno mille gli Anguissola si erano stabiliti in città erigendo le loro case nella zona compresa tra le attuali vie Sant'Antonino da un lato e via Santa Franca, sino alla cinta muraria dall'altro.

Accumulato un ingente patrimonio, le famiglie estesero la loro influenza nelle valli del Nure e della Trebbia. La località di Grazzano fu acquistata nel 1388. Fino agli ultimi decenni del 1300 la famiglia Anguissola aveva tenuto in comune case e fondi posseduti in molte località tra le quali Travo, Riva, Ponte Albarola, Carmiano, Cassano, Vigolzone, Altoè, Pradovera, Gazzola, Pigazzano; poi le proprietà cominciarono ad essere suddivise e i rami nei quali la famiglia andava differenziandosi traevano il loro predicato da terre e castelli posseduti.

La Signoria dei Visconti di Milano su Piacenza, realizzatasi nei primi decenni del trecento, portò agli alleati Anguissola importanti concessioni feudali.

I saldi legami favorirono nel 1355 le nozze tra Beatrice Visconti sorella di Galeazzo II, Signore di Milano, e Giovanni Anguissola, figlio di Bernardo, capostipite del ramo feudale di Grazzano, Riva, Montesanto, Montechiaro, Statto, San Damiano e Pradovera. Il nobile piacentino nel 1380 fu Podestà di Vercelli, e negli anni successivi, Pretore a Pavia.

La casata di Grazzano ottenne l'esenzione e l'immunità di dazi, gabelle, oneri reali e personali, ordinari e straordinari. L'esenzione fu confermata a Beatrice rimasta vedova nel 1396. Un anno prima il duca Gian Galeazzo aveva autorizzato la costruzione di una nuova fortificazione riferibile alla pianta e ai piani inferiori del castello oggi esistente.

Da Giovanni e Beatrice nacquero Bernardo, Gian Galeazzo, Bartolomeo e Caterina che accompagnò la cugina Valentina Visconti, figlia di Gian Galeazzo II, nel viaggio che la giovane Domina di Asti intraprese alla volta di Parigi per raggiungere lo sposo Luigi duca d'Orleans, fratello di Carlo VI, Re di Francia.

Alla giornata che precede la partenza da Grazzano si ispira il Corteo medioevale di Grazzano Visconti.

I Visconti di Modrone

Il casato dei Visconti di Modrone, ha lo stemma sormontato da un cimiero in cui figura a destra di chi guarda il drago visconteo e a sinistra un bastone posto in banda (cioè obliquo), da cui pendono due secchi. Lo stemma è suddiviso in quarti: questa ne è la descrizione: nel primo quarto, su sfondo di argento sette corone di colore rosso, nel secondo, sempre a sfondo argenteo, il biscione azzurro coronato in oro ingoiante a metà un fanciullo con le braccia aperte, nel terzo quadro scaccato d'argento e di rosso su otto file, nel quarto quadro infine un fasciato d'argento e d'oro su otto file.

I Visconti, nell'antichità solevano viaggiare circondati da numerosi cani da guardia. Erano pure amanti della caccia che praticavano con migliaia di levrieri e segugi. Questi animali portavano al collo, come  segno di riconoscimento un collare sul  quale era inciso lo stemma visconteo: la biscia. Perciò vennero chiamati "can da la bissa". Quando viaggiavano, le strade dovevano essere sgombre da uomini, animali e cose. La locuzione si diffuse nel nostro dialetto e vi restò per sempre: anche adesso infatti per fugare un pericolo, o per indicare una persona potente e scaltra, si usa dire "can da la bissa".

La nobile famiglia dei Visconti di Modrone appartiene allo stesso ceppo dei famosi duchi di Milano e precisamente discende dalla linea di Uberto (1315), fratello di Matteo I Signore di Milano dal 1287 al 1302 e dal 1311 al 1322.

Uberto fu Podestà di Vercelli nel 1290, di Corno nel 1292 e nel 1295; possedette i luoghi di Somma, Vergiate, Golasecca, Lonate Pozzolo.

Da Uberto, tra gli altri figli, venne in luce Vercellino così chiamato perché nato a Vercelli verso la fine del '300. Figli di Vercellino furono Giovanni (linea estinta), e Antonio che ebbe undici figli, tra i quali Gio Battista.

Rami marchesi di San Vito e conti di Lonate Pozzolo - Da questi, sposato a Regola Galeazzi, nacquero Francesco, capostipite dei marchesi di San Vito e Guido, capostipite del ramo dei conti di Lonate Pozzolo per nomina avuta nel 1541.

Figlio di Guido fu Antonio sposato a Maddalena Trivulzio, da loro Gio Battista sposato a Vetturia Visconti. La Linea continua con Coriolano e Gaudenzia Solari, Antonio e Paola Doria, Antonio Coriolano e Maddalena Durini, poi Nicolò  che, dalla moglie Teresa Modroni, figlia del marchese Francesco, ebbe diversi figli tra i quali Carlo e Filippo.

I Visconti di Modrone - Da Carlo, e Laura Seccoborella nacque Francesco Antonio ammogliato a Maria Fagnani, che fu il primo della famiglia a poter usare il titolo di marchese di Vimodrone, a lui devoluto in seguito alla morte della nonna paterna Teresa Modroni. E da questa nomina che la famiglia assume la specifica "di Modrone" rifacendosi all'antico nome di Vimodrone: Vicus Modronis.

Francesco Antonio fu Ciambellano di Casa d'Austria (1771). Dalla moglie Maria Fagnani nacquero Carlo e Giuseppe.

Il ducato - Carlo Visconti di Modrone fu Ciambellano dell'Imperatore Napoleone I che gli conferì il titolo di Duca il 5 marzo 1813 oltre a confermargli il Feudo di Vimodrone.

Il duca Carlo, sposato a Maria Kevenhuller, non ebbe figli e così il fratello Giuseppe morto di vaiolo sin dal 1801.

Quale ultimo maschio superstite del suo ramo, con testamento del 30 ottobre 1833, nominò a succedergli, nel titolo e nel patrimonio, il conte Uberto Visconti, cugino di terzo grado in quanto figlio di Gaetano, di Filippo e del già menzionato Nicolò, padre di Carlo e Filippo.

Oltre al titolo di duca per ordine di primogenitura, allo stesso Uberto si attribuiva, nell'Elenco della Sovrana risoluzione degli anni 1840 e 1858, il titolo marchese di Vimodrone trasmissibile al primogenito e di conte per tutti i figli maschi.

Ramo ducale e rami comitali - Il duca Uberto sposò la nobile Giovanna dei marchesi di Grappalo di Genova e ne ebbe il figlio Guido (1838-1902). Sposato a Ida Renzi ebbe 4 figli: Uberto (1871-1923), Giovanni, Giuseppe e Guido Carlo.

Il capo famiglia maschio primogenito ha diritto del titolo di duca Visconti di Modrone mentre agli altri spetta il titolo di don e conte di Lonate Pozzolo se maschi e di donna se femmine.

Il ramo ducale, che si fregia anche del titolo di marchese di Vimodrone, prosegue con il figlio di Uberto, Marcello, da cui ancora Uberto, imprenditori tessili nel ramo dei velluti e dei fustagni.

I rami comitali continuano con Giovanni, Guido Carlo, insigne musicista e uomo politico Giuseppe con il quale arriviamo ai Visconti di Modrone della odierna Graziano Visconti.

Dagli Anguissola ai Visconti di Modrone - Nell'800 terre e castello di Grazzano erano di dominio del marchese Gaetano Anguissola di Grazzano e della moglie Francesca (Fanny) nata Visconti di Modrone. Il  matrimonio tra la Visconti e l'Anguissola era avvenuto nel 1825 e dalla unione erano nati Anna Maria, morta in giovane età consumata dalla tisi, e Filippo. Il marchese Gaetano muore nel 1834 a soli cinquantuno anni. Trentatre anni dopo Filippo Anguissola, personaggio assai eclettico e molto noto tra l'aristocrazia, decede soffocato dai suoi stessi abiti impigliati nei movimenti di una trebbiatrice a vapore. Per questi eventi la marchesa Fanny - ultima degli Anguissola da Grazzano - entrava in possesso di un ingente patrimonio diviso, dopo la sua morte avvenuta il 22 novembre 1884, tra istituti di carità ed i nipoti Visconti di Modrone.

I Visconti di Modrone e gli Erba

Oltre al palazzo milanese di via Cerva i Visconti possedevano Villa Olmo a Como ed il Castello di Grazzano con l'annessa vasta tenuta agricola a loro pervenuta attraverso gli Anguissola.

Da bambini Giuseppe Visconti (futuro duca di Grazzano) e i suoi fratelli frequentarono la borghese famiglia Erba che possedeva una villa a Cernobbio.

Gli Erba si erano fatti dal nulla. Si dice che la madre di Carlo, il futuro industriale farmaceutico, distillasse l'olio di ricino nelle pentole di cucina, in quella stessa cucina dove Carlo avrebbe costruito il primo piccolo laboratorio, mentre il fratello Luigi, ottimo musicista, diventava collaboratore e cognato dell'editore Giulio Ricordi.

Nel 1833, a 22 anni, Carlo Erba è a Pavia per intraprendere gli studi di dottore chimico. Nell'Antico Archivio dell'Università è conservata la domanda di ammissione; nella documentazione allegata si attesta che "Il giovane dopo aver compiuto il quinquennio di tirocinio farmaceutico presso lo speziale Porali di Milano venne riconosciuto idoneo ad intraprendere la carriera regolare degli studi di farmacista".

Due anni dopo la laurea, conseguita nel 1834, il dr. Carlo Erba assunse la gestione dell'Antica Farmacia Brera di Milano. Qui iniziò a produrre e a commerciare, su larga scala, alcuni preparati che ebbero un immediato successo: l'Estratto di tamarindo e l'Olio di ricino.

Nasceva così la "La Carlo Erba - prodotti medicinali".

Nel 1862 veniva costruito un nuovo stabilimento in Milano fra le vie Marsala, Moscova e Solferino, nel 1880 veniva pubblicato il primo listino completo dei prodotti, ricco di oltre 1700 voci. Alla morte di Carlo Erba, avvenuta in Milano il 7 Aprile 1888, la direzione dell'azienda passa al fratello Luigi, padre di due figlie Carla e Lina.

Gli Erba, anche se di estrazione borghese, erano ben accolti nei ranghi altrimenti chiusi dell'aristocrazia milanese, un mondo, monotono e ovattato, nel quale i Visconti si distaccavano per il loro fascino, la loro eccentricità. Il duca Guido, padre di Giuseppe, presidente del Comitato d'amministrazione del Teatro alla Scala, aveva ad esempio l'hobby di vestirsi da ballerina e nascosta la barba nera in un jabot di pizzo, si univa al corpo di ballo. Il maestro Toscanini non trovava divertente questo scherzo, ma doveva passarci sopra per gli altri indubbi meriti del duca Guido.

Il grande Toscanini perdonava anche l'arrivo di Carla Erba, annunciata dal personalissimo profumo usato, a concerto iniziato, nel palco di famiglia situato in prima fila, il quarto da sinistra. La bellezza di Carla e la sua sensibilità musicale le facevano perdonare queste mancanze.

Il conte Giuseppe e donna Carla si sposarono nel 1900 e andarono ad abitare a Milano, a palazzo Visconti. È qui che nasceranno i sette figli della coppia: Guido, Anna, Luigi, Luchino, Edoardo, Ida Pace e Uberta.

D'estate la famiglia si trasferisce a Grazzano ove il conte Giuseppe ha modo di diversificare la sua tenacia nel lavoro ed il geniale spirito imprenditoriale (con lui la Carlo Erba ha varcato i confini nazionali e rilevanti affari vengono trattati anche con gli Stati africani, con l'Asia Minore con il Sud America), ad un'opera di inventiva tanto singolare quanto unica: la creazione di una borgata medioevale.

Il Conte Giuseppe Visconti di Modrone, duca di Grazzano, nato a Milano il 10 novembre del 1879, è stato una delle più rappresentative figure della laboriosa ed attiva aristocrazia milanese. Uomo di alto sentire e di grande buongusto promosse, sovvenzionò e realizzò importanti imprese che hanno lasciato una traccia profonda e duratura.

Nel 1906 ai lembi della pianura piacentina, a Grazzano, dove era nuda campagna, sorse, casa dopo casa, l'odierno borgo medioevale, per opera del Conte Giuseppe il quale si improvvisò architetto, costruttore ed anche pittore per riuscire a dare agli edifici quell'insieme armonico, quella grazia e quella cura che destano l'ammirazione dei numerosissimi visitatori.

Due anni dopo creò la "Fondazione Giuseppe Visconti di Modrone" avente lo scopo di combattere la malaria nelle Puglie, in Sardegna, in Toscana; fondazione che svolse una grande attività sino al 1919 per mezzo di numerosi dispensari istituiti nei centri dove il flagello infieriva maggiormente. Estese quindi la sua attività all'avviamento professionale e al perfezionamento dei giovani organizzando una scuola professionale capace di fornire gli insegnamenti di base e le specializzazioni del disegno, dell'intaglio del legno e dell'artigianato d'arte.

Notevolissimi i suoi meriti in campo industriale dove diede impulso come Consigliere delegato alla Carlo Erba e dove creò, con le sigle del suo nome, la Gi. Vi. Emme, un'azienda specializzata nel campo della profumeria, capace di competere con i prodotti stranieri sino ad allora padroni indisturbati del mercato.

Dai profumi alla moda ove fondò la rivista l'"ltalica", e al teatro e all'arte dando vita alla "Compagnia del Teatro di Milano" diretta da Marco Praga.

Anche nel comparto agricolo fu attivo "Manager" con la grande tenuta di Grazzano Visconti che seguiva con particolare cura e che rappresentava un modello di riferimento per le imprese del settore.

Solerte componente e mecenate di associazioni culturali e sociali fu Commendatore della Corona d'Italia, Ufficiale dei Santi Maurizio e Lazza­ro, decorato con medaglie di benemerenza d'oro e d'argento.

A coronamento dei riconoscimenti già ottenuti, sua Maestà il Re, nel 1938, gli concesse il titolo di Duca di Grazzano Visconti.

I Visconti di Modrone nel nostro secolo

Da secoli e secoli "la biscia viscontea" è legata a mitiche ed epiche imprese. Anche i Visconti d'oggi sono presenti nella storia e nella cronaca con eroiche figure di soldati, con personaggi che spiccano nel campo del lavoro, con personaggi pieni d'estro...

Il primogenito di don Giuseppe e di Donna Carla Erba era Guido. Appassionato alla vita militare, aveva fatto servizio per oltre dieci anni nei Reggimenti di cavalleria ed era accorso, quale volontario, in Tripolitania, partecipando con i reparti meharisti all'occupazione del Fezzan. Preso dal fascino dell'Africa vi era rimasto per tre anni come comandante di sottosettore. Aveva poi lasciato il servizio per intraprendere, in quella regione, una vasta opera di valorizzazione agricola e riuscendo a trasformare una landa desertica in una fiorentissima concessione agricola. All'inizio dell'ultima guerra aveva chiesto ed ottenuto di tornare in servizio, poi avendo appreso che si stava costituendo un reparto di paracadutisti, chiedeva di farne parte. Più che quarantenne superata una lunga serie di lanci di addestramento, assumeva il comando della XI Compagnia del IV Battaglione paracadutisti.

Al paracadutismo della divisione "Folgore" il Capitano Visconti dedicò lo stesso entusiasmo che aveva nutrito per gli altri ideali della sua vita: la Cavalleria e l'Africa. Riuscì a creare una compagnia tecnicamente provetta contraddistinta da stile e spirito di corpo entrati nella storia. Quando la "Folgore" fu destinata al fronte egiziano, il Capitano Visconti si prodigò in ogni circostanza per curare minuziosamente l'addestramento e il benessere dei suoi "Cavalieri del cielo" come egli definiva i paracadutisti.

Assolse diverse missioni assai rischiose. Costantemente in prima nel deserto di El-Alamein, più di una volta fu amichevolmente ripreso dal Comandante del IV battaglione, il Maggiore Giovanni Bechi "Per l'eccessiva noncuranza con cui si esponeva al tiro dell'artiglieria nemica". Un Visconti - questa era la risposta - non usa inchinarsi ai proiettili dei Windsor.

Il mattino del 9 ottobre 1942 mentre stava eseguendo una delle abituali ispezioni in primissima linea, veniva gravemente ferito nel corso di un bombardamento. Gli uomini di una postazione udirono un grido foltissimo: "Viva il Re"; accorsero e trovarono il Capitano esanime. Visse ancora cinque giorni senza emettere un lamento. Chiedeva solo notizie dei suoi uomini e sull'andamento della dura ed epica battaglia condotta con tenacia ed accanimento da uomini che, pur consapevoli della gravita della loro situazione, dopo una vita difficile e disagiata durata lunghi mesi tra la sabbia, trovarono ancora l'energia di resistere 12 giorni e 12 notti, senza respiro, ad una infernale pressione di forze sempre soverchianti e rinnovate.

Com'è scritto nel rapporto stilato dal Comandante Alberto Bechi "Il capitano Guido Visconti di Modrone, si spense lucido e sereno con il suo abituale stile di soldato di razza, concludendo un' esistenza completamente dedicata, senza ombra di retorica, al servizio dell'Esercito e del Paese".

Alla memoria del Duca Guido Visconti di Grazzano fu conferita, Alta ricompensa al Valor Militare, la Medaglia d'Argento del Ministero della Difesa-Esercito.

Di Luchino, il quarto figlio di Don Giuseppe, si sa tutto. È il Visconti che più ha ereditato il gusto dell'arte, che più ha saputo porre il nome suo e della Casata su un piano elevato, degno della tradizione. Regista intelligentissimo, rivelatore di nuove forme teatrali, scopritore di giovani artisti, Luchino Visconti è uno degli uomini di cinema e teatro costantemente sotto le luci della ribalta mondiale. Oggi a 14 anni dalla morte, avvenuta il 17.3.1976 i suoi film da "Ossessione" a "L'innocente, e le sue regie teatrali nella lirica, nella prosa e nel balletto, costituiscono opere di riferimento nella storia dello spettacolo.

Il fratello Edoardo ha seguito le tradizioni imprenditoriali della famiglia. Assunta la direzione della Carlo Erba S.p.A., ha pilotato l'azienda tra le incertezze della guerra, le difficoltà degli anni della ricostruzione, agendo con lungimiranza e affiancando "alla farmaceutica" - prima specializzazione aziendale - i settori chimici, dietetici e alimentari.

Negli anni '50 e '60 la Carlo Erba aveva sviluppato notevolmente la capacità produttiva, e la qualificatissima immagine, sui mercati internazionali. In uno scenario mondiale occorreva via via adeguare strutture ed effettuare massicci investimenti. Nel 1972 l'azienda fu venduta alla Montedison.

La sorella Anna, dopo la morte del padre, avvenuta il 16 dicembre del 1941, ha vissuto prevalentemente nel Castello di Grazzano Visconti circondata dall'affetto e dalla riconoscenza della popolazione.

Sposata a Don Adolfo Caracciolo dei Principi di Castagneto, ha continuato, con amore e passione, l'opera paterna potenziando l'attività della Scuola di intaglio, disegno e la lavorazione artistica del legno, consolidando e migliorando le strutture e i servizi del borgo ormai assurto a meta turistica di crescente richiamo grazie anche al decisivo impulso impresso alle lavorazioni artigiane, dal ferro battuto al mobile in stile, dal restauro alle ceramiche e all'attività agricola.

Il terzogenito Luigi, duca di Grazzano, è tra i membri della famiglia quello che più ha dato motivo di interesse alla cronaca. Dopo il suo matrimonio celebrato a Venezia nel 1929 con la contessa Madina Arrivabene Valenti Gonzaga, alla presenza dei più grandi nomi della nobiltà europea divorziò e successivamente sposò l'attrice Laura Adani. Dirigente d'industria, aristocratica figura di stampo rinascimentale dallo spiccato amore per l'arte, personaggio di spicco nel mondo dell'equitazione "Gentleman rider" di livello europeo, fu animatore e mecenate di società sportive, allevatore e selezionatore di razze canine "Basset Hound" in particolare. Don Luigi ha inoltre partecipato attivamente alla vita e alle iniziative del "Ducato di Grazzano Visconti".

Dal primo matrimonio il duca Luigi ha avuto due figli Barnabò e Giammaria. Sono loro a continuare, in terra piacentina, "la saga dei Visconti".

Ida Pace, sposata a Giuseppe Gastel e Uberta, ultima figlia del duca Giuseppe, sposata con il conte Renzino Avanzo, vivono una a Milano e l'altra a Roma.  

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Maggio 2009