Castell'Arquato
(Piacenza)
      

    

Strategicamente situato sulle prime alture della Val D’Arda, il borgo medioevale è arroccato lungo la collina, e domina il passaggio. Dista circa trenta chilometri dal capoluogo Piacenza e poco di più da Parma. Il centro storico si é sviluppato sulla riva sinistra del torrente Arda. Il borgo è costruito secondo la struttura dei borghi medioevali e non ha subito negli anni modifiche degne di nota. Un borgo in cui cultura, storia, ricchezze naturalistiche e gastronomia si fondono in una armonia perfetta. 

La presenza di insediamenti umani in territorio arquatese è testimoniata da reperti risalenti almeno al Paleolitico inferiore. Gli uomini del Paleolitico inferiore erano dediti alla caccia di grandi erbivori e alla raccolta in un ambiente simile alla steppa-prateria. Risalgono a quest’epoca i ritrovamenti in zona “Casa Marani” e “Pozzo Panegano” di cinque manufatti litici.

Nel Neolitico diventano stabili gli insediamenti umani che lasciano i ritrovamenti risalenti al IV millenio a.C. La presenza umana nei pressi di Castell’Arquato è testimoniata a partire dall’Età del rame (o Eneolitico, 2000-1800 a.C.) dal ritrovamento di pugnali litici foliati detti “remedelliani” e di cuspidi di lancia.

Il Piacentino è particolarmente scarso di testimonianze dell’età del bronzo antico (dal 1800 a.C.), nota anche per la cultura delle Terramare . Molti studiosi sono concordi nel definire un periodo di “vuoto culturale” per il Piacentino fino alla metà del VI secolo a.C per la scarsità dei reperti.

I reperti classificati come preromani della vicina Veleja, fanno ipotizzare l’esistenza dell’abitato dai tempi protostorici alla romanizzazione. E altre considerazioni vanno in direzione di un’influenza gallico-celtica prima di quella Romana sul nostro territorio.

Il confine tra piacentino e velejate (ove sorgerà il borgo arquatese) pare essere nato dalla situazione di belligeranza tra Liguri, Galli e Romani (che poi li sconfissero), prima della fondazione della colonia di Piacenza (218 a.C.).

Le origini dell’agglomerato sono ancora nella nebbia, anche se la posizione salubre rispetto alle aree paludose, fa presumere che fosse fabbricato e abitato un castrum quadratum a difesa contro i Liguri (fine III sec. a.C o inizio II sec).

I primi documenti scritti sulla toponomastica risalgono all’VIII sec d.C. (fine del dominio longobardo) parlano di Castro Arquato altri più tardi di Castel Quadrato o Castell’Arquato. Una leggenda narra che il cavaliere romano Caio Torquato avrebbe fondato un castrum, Castel Torquato, Castra Torquata. Plausibile è che un castrum romano sorgesse sullo sperone roccioso dove oggi svetta la Rocca Viscontea, ma non vi sono ritrovamenti archeologici a supportare l’ipotesi. 

I ritrovamenti di epoca romana sono invece significativi:
- Resti di un ponte sull’Arda
- Resti di un insediamento rurale in località Crocetta
- Tomba in località Pontenuovo
- Tracce murarie alla Sforzesca e vasi di impasto scuro
- Tracce di abitato rustico alla Pusterla e molti altri

Castell’Arquato può essere nata attorno ad un castrum militare risalente ai primi tempi della colonizzazione romana. In epoca imperiale si sviluppò probabilmente come piccolo capoluogo rurale, in una posizione favorevole nella rete viaria romana. La centuriatio romana pare non aver subito grossi sconvolgimenti nel paesaggio rurale circostante Castell’Arquato. E anche l’economia ancora oggi praticata ha radici in epoca antica, soprattutto la vitivinicoltura, coltura di alberi da frutto e cerealicoltura.

A partire dal Basso Impero, poi con la caduta dell’Impero Romano e le invasioni barbariche si manifestò il degrado dell’economia rurale anche per il duro colpo inferto da pestilenze e carestie.

Dal IV secolo d.C. si apre un periodo cupo anche per Castell’Arquato: pestilenze (Paolo Diacono scrive di quella terribile del 565), invasioni dei popoli del nord (nel 570 scendono i Longobardi) che impongono la loro organizzazione territoriale; nel 590 i Franchi), crisi climatiche che incidono fortemente nell’economia rurale dei luoghi. Un accenno di ripresa economica si vivrà solo a partire dall’VIII secolo.

Le prime notizie riguardanti la pieve di Castell'Arquato sono dell'VIII secolo d.C. costruita da un “nobile e potente Signore nomato Magno”. Magno fece edificare il castello a base quadrata e una chiesa in onore della gran Madre di Dio (756-758).

Ai tempi Castell'Arquato aveva una organizzazione militare “castrum”, la sua curtis (organizzazione agricola del territorio), la sua curia (amministrazione della giustizia), la sua pieve (amministrazione religiosa). L'esistenza di Magno e la sua donazione della chiesa Santa Maria è una bufala fatta al Campi, che scriveva nel 1600.

Con la donazione del 789 di Magno, Castell’Arquato passa sotto il dominio del Vescovo di Piacenza, che tra l’altro poco prima dell’anno mille riceverà dall’imperatore Ottone III il titolo di conte. Ci sono testimonianze che negli ultimi decenni del primo millennio il borgo arquatese godesse di notevole vitalità. Venivano allestite almeno tre volte l’anno importanti fiere nelle quali si commerciavano bestiame, vino, olio, cereali, forse anche prodotti finiti. I proventi di queste attività commerciali sono in questi secoli a vantaggio dell’autorità vescovile. 

Intorno all’anno mille anche Castell’Arquato gode della ripresa dopo i secoli bui e vede un aumento del fenomeno di urbanizzazione con la nascita del quartiere poi detto di Monteguzzo, nella parte inferiore del terrazzamento naturale su cui era sorto il primitivo castrum. Negli anni della discesa del Barbarossa (1154) esistevano corti vescovili e homines del vescovo, che avevano l’obbligo di provvedere alla custodia delle fortificazioni. Il Vescovo godeva per il territorio arquatese del fodro (diritto di esazione delle imposte dirette) su tutti gli uomini, nobiles, burgenses o castellani che posseggono case e terreni e sugli ecclesiastici di Santa Maria. In conclusione si può ricavare dalle fonti che i Vescovi di Piacenza esercitassero su Castell’Arquato un forte potere di carattere feudale e patrimoniale, minore doveva essere il peso del Comune di Piacenza. Parecchi abitanti della Val d’Arda erano sottoposti a giuramento di fedeltà feudale, il Vescovo esercitava i cosiddetti poteri bannali (poteri di comando, di reclutamento di soldati, di amministrazione di giustizia, di imposizione di tributi, e di ore di lavoro; obblighi a servirsi, e a pagarne l’uso, del mulino, del frantoio, del forno del signore).

Dal 1204 al 1207 il Vescovo di Piacenza Grimerio scelse come dimora Castell’Arquato, luogo sicuro durante le lotte per intaccare immunità e privilegi economici del clero, tra Comune piacentino ed Episcopato. In questo periodo Grimerio getta le basi di una maggiore autonomia del borgo per sottrarlo all’influenza del comune di Piacenza. È un momento di crisi economica per l’Episcopato piacentino come per la pieve arquatese. La concessione del governo autonomo avviene ufficialmente nell’estate del 1220.

Il primo documento dell’archivio storico della comunità arquatese è del 10 agosto 1220 e certifica che il vescovo Vicedomio cede al comune e agli homines di Castell’Arquato tutti i suoi beni nel borgo e nel territorio, dandoli in enfiteusi per 700 lire piacentine. Per 200 lire e un piccolo canone annuo cede anche “a titolo di investitura in perpetuo tutte le giurisdizioni, onori e ragioni di decimare” di Castell’Arquato, Lusurasco, San Lorenzo e Vernasca. 

Dal 1220 al 1223 sono ai vertici del potere i rappresentanti del popolo, è la breve fase consolare. Segue la lunga parentesi podestarile, nella quale i Podestà erano nominati dal Comune di Piacenza tra i membri più illustri delle famiglie piacentine e restavano in carica tre anni. Il Podestà aveva funzioni civili e politiche, amministrava la giustizia. Organo supremo di governo è il Consiglio generale, presieduto dal Podestà o da un suo Vicario, con la presenza dell’Arciprete. 

Castell’Arquato non sfugge alle aspre lotte che dilaniano l’Italia tra Guelfi e Ghibellini. Nel 1256 il borgo di parte guelfa (come il Comune di Piacenza), viene assalito dal ghibellino Oberto Pallavicino: memorabile la resistenza di Castell’Arquato. Gli assalitori furono sconfitti e venticinque impiccati a Piacenza. La fase podestarile termina nel 1290 quando Alberto Scotti, sostenuto dal partito guelfo, dal ceto mercantile e dalle corporazioni degli artigiani, diventa signore di Piacenza. Anche Castell’Arquato diventa una signoria vera e propria. Lo Scotti si lega alla famiglia Visconti (con Matteo) ed estende il proprio dominio al territorio di Piacenza. A Castell’Arquato insedia il podestà Tedesio de’ Spectinis. 

L’alleanza coi Visconti finisce nel 1302, il figlio di Matteo, Galeazzo, sposa Beatrice d’Este e sposta il peso delle alleanze, dando il via ad un periodo di scontri che porteranno lo Scotti a mettere le mani anche su Milano. Nel 1304 Alberto Scotti viene cacciato da Castell’Arquato dal Comune di Piacenza, ma vi tornò tre anni dopo. Dopo la discesa di Arrigo VII del 1310 lo Scotti governerà il borgo, a fasi alterne, fino al 1316 quando il Visconti assalì Castell’Arquato. Lo Scoto resistette un anno, poi fu sconfitto e fatto prigioniero nel 1317. Sotto il dominio dello Scoto, Castell’Arquato acquista prestigio politico e si arricchisce di molte delle costruzioni che si possono ammirare ancora oggi, tra cui il Palazzo di Giustizia, nucleo di quello che oggi è il Palazzo del Duca e il Palazzo del Podestà.

La resa di Castell’Arquato (e dello Scotti) viene negoziata coi Visconti nel marzo del 1317 da quattro ambasciatori che si recano a Piacenza. Galeazzo Visconti non intende inimicarsi il borgo e gli concede “grazie speciali”: facoltà di emanciparsi giuridicamente da Piacenza, privilegio di dotarsi di un autonomo corpus di norme legislative, sarà il fondamento degli statuti quattrocenteschi. Inizia il dominio visconteo che durerà fino al 1450, tra alterne vicende. 

Il borgo passa al fido visconteo Manfredo Landi che ne mantiene il governo fino al 1324, quando Castell’Arquato viene ceduto al comune di Piacenza, soggetta anch’essa al dominio della chiesa, che governa sul borgo per dodici anni. Il popolo arquatese fatica a rinunciare alle prerogative di autogoverno. Piacenza torna ai Visconti nel 1336 con Azzo Visconti, che favorisce l’autonomia degli arquatesi da Piacenza, insediando un podestà di sua fiducia, Galvagno de’ Comini e facilitando la fortificazione di una zona così importante dal punto di vista strategico e militare. Muore a trentasette anni. 

A Luchino, suo successore, si deve la costruzione della Rocca (dal 1342), promossa dal Comune di Piacenza. Luchino muore misteriosamente nel 1349, gli succede il fratello Giovanni che muore già nel 1354 aprendo un periodo di lotte di successione che da Milano si estende a Castell’Arquato. Continuano anche le controversie fiscali con il comune di Piacenza. 

Nel 1403 Gian Galeazzo investe Borromeo de’ Borromei e la sua discendenza dei poteri feudali su Castell’Arquato, con annesse rendite fiscali. Ma il “marrano” passa dalla parte di Carlo VI di Valois, re di Francia. Il 1 maggio 1404 diventa regio feudo e il Comune di Piacenza protesta. In un periodo di crisi per i Visconti, ne approfittano Francesco II e Giovanni Scotti che si impossessarono della Rocca. 

Già nel 1407 Alberto Scotti (nipote di Francesco e Giovanni) finse di accettare la proposta di suo cognato Giovanni Terzi di Parma: costui gli aveva proposto di uccidere i suoi zii e di renderlo unico erede del feudo. In realtà lo Scotti giustiziò il cognato nella Rocca. Gli Scotti comunque mantennero il governo fino al 1414. Nel 1412 era stato assassinato Gian Maria Visconti. Minacciati dalla potente famiglia fiorenzuolana degli Arcelli, gli Scotti cedono i loro diritti agli arquatesi, che li rimettono a Filippo Maria Visconti, duca di Milano.

Dal 1416 al 1470 il borgo si chiamerà Castel Visconti. Nel 1438 Filippo offre il feudo al condottiero Niccolò Piccinino, sotto il suo governo vengono promulgati gli Statuti Comunali, gli Statuta et Decreta Terrae Castri Arquati. Da Niccolò il borgo passa ai figli Francesco e Jacopo. Il cupo periodo del dominio visconteo si chiude con la morte di Filippo Maria senza eredi. Su Milano si allunga la mano di suo genero Francesco Sforza, che viene proclamato dopo il 1447 anche signore di Piacenza e del contado.

Francesco Sforza è ormai sul trono di Milano, quando nel 1453 investe Bartolomeo Colleoni del feudo di Castell’Arquato. Per pochi mesi però, perché il condottiero passa alla Repubblica Veneta e il suo signore, gli toglie il feudo passandolo a Sceva da Corte e poi a Tiberto Brandolino da Forlì, anche lui fellone. È l’età dei capitani d’armi che mantengono per breve periodo il governo del borgo disinteressandosi della vita dei suoi abitanti. 

Quando muore lo Sforza suo figlio Galeazzo Maria è troppo giovane per reggere le sorti del ducato milanese, che è di fatto nelle mani della madre Bianca. Dapprima lei investe il cognato Bosio Sforza, conte di Santa Fiora, del feudo arquatese poi per sanare i debiti del ducato glielo vende. Passa poi a suo figlio Francesco Sforza di Santa Fiora. Nel 1499 la calata dei Francesi in Italia toglie momentaneamente Castell’Arquato (e Milano) agli Sforza: il potere è affidato a Pierre de Rohan “Gran Marescalco del Cristianissimo Lodovico Re di Francia”, che lo delega al podestà Francesco Torti. 

Nel 1500 è Marescalco Gian Giacomo Trivulzio. Poi, cacciati i francesi, il piacentino passa sotto al dominio pontificio, prima di tornare a Francesco Sforza di Santa Fiora nel 1512. Lo Sfroza muore nell’ottobre 1527. Nel 1531 sale al potere Bosio II Sforza. Un anno prima papa Clemente VII unisce Castell’Arquato a Piacenza, sollevando le proteste degli arquatesi. Probabilmente risale a questi anni la costruzione dell’imponente Torrione Del Duca, che è ancora oggi oggetto si suggestive ipotesi sulla sua funzione e storia. 

Bosio II muore il 31 agosto 1533, la cittadinanza arquatese giura fedeltà alla “Serenissima sua moglie Costanza Farnese”. Nel 1541 papa Paolo III Farnese, padre di Costanza, Signora di Castell’Arquato, concede l’indipendenza al borgo, avendone già gettato le premesse nel 1538 Memorabile è la sua visita nella primavera del 1543 in cui è acclamato dalla popolazione, riconoscente poiché l’indipendenza da Piacenza comportava anche alleggerimenti economici. In questa occasione il pontefice non risparmia lodi ai perfettissimi vini arquatesi. 

Nel 1545 diventa signore di Castell’Arquato il condottiero Sforza Sforza, figlio di Bosio II e Costanza. Muore a Castell’Arquato nel 1575 e il suo monumento funebre è ancora visibile, ricorda le sue imprese guerresche per tutta Europa. Sforza Sforza sarà insignito dell’ordine del Toson d’oro dal re di Spagna. Gli succede il figlio Francesco, cardinale, sotto la cui signoria si verificò nel 1620 la nota vicenda di Sergio e Laura. Qualche anno prima la storia registra la decapitazione di Pompeo Costerbosa che contro Francesco aveva tramato.

ETÀ MODERNA - Il governo della dinastia Sforza continua fino al 1707, quando il territorio arquatese entra a far parte del Ducato di Parma e Piacenza, è il momento di Farnese e Borboni.

Significativa è in età napolenonica, nel 1805, la sollevazione di montanari piacentini. Nello stesso anno è devastato il Palazzo Pretorio, l’ultimo giorno dell’anno i francesi fanno molti prigionieri, poi fucilati all’interno della Rocca.

Fino al 1860 il ducato di Parma e Piacenza diventa parte dei domini di Maria Luigia d’Austria, a questa data risale l’entrata nello stato unitario dei Savoia.

Collegiata di Castell'Arquato

L'origine presunta della chiesa di S. Maria è, secondo il Campi, il 758. Dopo il terremoto del 1117 essa fu ricostruita e consacrata nel 1122. La chiesa si presenta a tre navate, con copertura a capriate,un accesso frontale mediano in facciata ed uno sul lato nord circa al centro di quel fianco. La lunghezza è di m. e la larghezza è di 15m., le colonne sono sette per parte, costruite in pietra arenaria e aventi un metro di diametro.

La torre campanaria, datata XIII sec., è eretta sulla navata inferiore di sinistra, subito dopo la campata prima dell'abside e non fa parte del progetto originario. Nel 1293 sorge, di fronte al fianco nord della chiesa, il palazzo Pretorio decentrato così il punto di gravità del sistema urbanistico dalla piazzetta antistante la facciata della chiesa, al lato nord di quest'ultima.

Le manomissioni più incisive avvengono durante il '700, secondo gli scritti di E. Fava, in cui asserisce che l'interno della chiesa era completamente intonacato come anche i capitelli e le colonne; le monofore furono sostituite da comuni finestroni rettangolari; il tetto a capriate venne nascosto da una volta incorniciata di stucchi. Nel 1730 per ordine dell'arciprete C. Rugarli, viene abbattuto il muro perimetrale di sinistra per costruirvi tre cappelle.

Verso la prima metà del '900 l'edificio ecclesiastico subisce notevoli restauri, dovuti all'interessamento dell'arciprete E. Cagnoni.

Nel 1899 si scoprono gli affreschi quattrocenteschi della cappella di S. Caterina. 

Nel 1911,1912 e 1913, vengono ricostruite la loggetta di S. Giovanni e la quarta absidiola contenente una vasca ad immersione dell'VIII sec. Nel 1917-1919 furono inoltre ripristinate all'esterno le absidi minori.

Negli stessi anni fu anche modificata la facciata principale, chiudendo una finestra sul lato sinistro e sostituendo il rosone preesistente con una bifora. Nel 1923 furono rifatti alcuni archi di sostegno e nel 1927 furono restaurate le finestre del coro. 

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Nel 1935 venne infine rimesso in luce l'originale soffitto a capriate che era coperto dalla volta settecentesca. La cappella dedicata a S. Caterina d'Alessandria venne costruita ai primordi del '400.

I dipinti, di autore ignoto e sicuramente di scuola toscana, rappresentano: alle pareti l'intero ciclo della Passione di Gesù, al centro le esequie della vergine e la sua Gloria. Purtroppo all'inizio del 1700 la cappella, come tutta al chiesa, subì lo scempio dell'intonaco.

Nel 1899 un professore dell'Accademia di elle Arti del Brera scoprì le pitture e con il lavoro paziente ed abile di diversi anni le restaurò.

La cappella di S. Giuseppe è stata costruita nel 1630, sull'area di una più antica cappella, per la cessata peste di manzoniana memoria.E' dedicata a S. Giuseppe, Patrono del Borgo; in stile barocco a stucchi e dipinti illustranti, nella volta, la vita del Santo. I quadri laterali, rappresentanti lo Sposalizio di Maria e la nascita del Bambin Gesù, sono opere del piacentino Giacomo Guidotti. La pala dell'Altare, la Sacra famiglia, del 1720 circa, è di un pittore romano il cui nome non è noto.

Sia l'altare che la balaustra sono di marmi pregiati. Il chiostro fu costruito sul finire del XIII sec. o all'inizio del XVI sec. E' un affascinante mistico angolo d'arte.

Qui gli antichi canonici condussero, fino al XV secolo, una vita in comine.

Rocca di Castell'Arquato

Il Registrum Magnum di Piacenza fissa l’inizio della sua costruzione al 1342, in piena dominazione di Luchino Visconti. La Rocca sorge sulle fondamenta del castrum quadratum romano (III secolo a.C.), più volte ricostruito e riadattato dai tempi delle invasioni galliche. Il complesso fu ultimato nel 1349, e Luchino Visconti morì proprio quell’anno. 

La torre più alta costituiva un importante punto di osservazione tra la Pianura Padana con Milano e le pendici degli Appennini che portano fino al mare. Nel XIV secolo nulla e nessuno poteva sfuggire all’occhio di chi scrutava verso la valle sottostante dall’alto della Rocca! Oggi restano la struttura perimetrale esterna e le quattro torri difensive (integra solo quella orientale). 

Vale la salita al dongione, all’interno del quale è allestito il Museo di vita medievale, passando per la ricostruzione del ponte sul profondo fossato, lo splendido panorama che da esso si può godere. Fu costruita nel 1342 sulle fondamenta di un fortilizio preesistente, per iniziativa del comune di Piacenza. Ne dà testimonianza un atto stipulato il 14 luglio tra il podestà di Piacenza e i maestri del muro Rainerio Secco. 

Cinque anni dopo, Luchino Visconti pose mano ancora alla costruzione della Rocca. A tale scopo comperò alcuni beni contigui alla Chiesa di S.Maria ed alcuni edifici privati Fece radere tutto al suolo e innalzò l'alta torre che ancora oggi domina il paese e la val d'Arda. L'edificio tutto in cotto comprende due parti collegate tra loro; una cinta inferiore rettangolare, più ampia, disposta su due gradoni e una minore disposta più in alto.

I muri perimetrali presentano agli angoli quattro torri quadrate, merlate, di cui solo quella orientale è rimasta integrata. L'ingresso principale con ponte, una volta levatoio, che oltrepassa il profondo passato, è situato alla base dei grande mastio, mentre un altro ingresso, anch'esso con ponte levatoio, prospetta la solata. 

Il mastio contiene locali sovrapposti, messi in comunicazione tra loro da una scala in parte in legno e in parte in muratura che porta alla sommità dalla quale il visitatore può godere un fantastico ed impareggiabile panorama che va dalla pianura padana alle Alpi a nord, sino al crinale appenninico a sud, verso il mare. 

La Rocca fu costruita per scopi militari ed in epoca più recente fu anche carcere mandamentale. Oggi é visitabile ed é sede di allestimenti di cultura e storia medioevale.

Palazzo del Podestà

Al 1292 risale l’erezione sul lato settentrionale della Piazza Monumentale del Palazzo del Podestà, che subì poi continue modifiche. Al nucleo centrale duecentesco si aggiunsero, verso la metà del 400, due corpi avanzati: la loggia dei "notari" e un'ala prospiciente la piazza. La scala esterna era già esistente alla fine del '200 ma ad essa furono aggiunti il parapetto e la corporatura.  

A tre piani, tutto in cotto, architettato a vaste profondi archi acuti, sormontato da una corona di merli a coda di rondine, finestre a sesto acuto illeggiadrite da fini merlettature e fregi anch'essi in cotto, lo sovrasta una torre a pianta pentagonale le cui pareti settentrionali accolgono due grandi orologi. Quello prospiciente la piazza era già presente nel 1630, dipinto dal Guidotti. All'interno è rimasta pressoché intatta la grande sala consigliare con il soffitto a cassettoni e la decorazione. 

Il Palazzo ebbe carattere polifunzionale: servì per il disbrigo delle attività amministrative e di giustizia; fu sede di edifici comunali ed attualmente è sede dell'Enoteca comunale nella loggia dei Notari. 

Attualmente il Palazzo del Podestà è sede anche della sala consiliare del Comune di Castell’Arquato, nella quale è esposto il dipinto di Malchiodi “Gli ultimi momenti di Torquato Tasso” (1905-06).

Torrione Farnese

L'edificio presenta l'originale carattere delle costruzioni militari cinquecentesche; la pianta è di forma pressoché quadrata con quattro baluardi agli angoli, un salone centrale delimitato da robusti muri e comunicante con tre piccoli locali ottagonali posti nei baluardi e con una scala a chiocciola in latterizio posta nel rimanente baluardo. I piani sono quattro, l'ultimo dei quali è formato da una stanza ellittica contorniata dalla loggia.

Le origini di questo monumento sono poco chiare. L'unico studio sull'argomento è quello di L.Dodi che, citando documenti presenti nella Biblioteca di Piacenza, ipotizza che la costruzione fu iniziata da Bosio II Conte di S.Fiora nel 1527-1535, successivamente sospesa e ultimata per ordine di Sforza Sforza tra il 1545 e il 1575.

Risulta quantomeno singolare che un edificio così rilevante abbia scarse menzioni nei documenti ad esso contemporanei. Addirittura in una mappa del 1613 non c’è traccia della sua mole. Un manoscritto settecentesco riferisce però che la costruzione del “Torione” rimase incompiuta per la morte di Bosio II.

Il Torrione è costruito interamente in mattoni di laterizio con “quattro robuste pareti nude inserite tra baluardi angolari trapezoidali assai sporgenti, traforati da piccole finestre, rettangolari” (Le Cannu, 1994). I baluardi sono collegati da grandi archi a tutto sesto, il tutto è sormontato da una loggia a sedici pilastri. 

All’interno di quattro dei cinque piani c’è un vasto locale centrale che immette in vani più ristretti all’interno dei baluardi. Tre hanno pianta ottagonale, quello occidentale che contiene una sinuosa e ripida scala elicoidale a chiocciola è a pianta centrale. È già stato più volte sottolineato come la struttura dei baluardi rispondesse al “criterio di fiancheggiamento nell’offesa e nella difesa” (Dodi, 1942) necessari dall’introduzione delle nuove armi da fuoco.

Senz’altro il Torrione faceva parte del sistema difensivo integrato del borgo di Castell’Arquato, e doveva avere funzioni militari.
Resta una delle costruzioni più attraenti e “misteriose”, con i suoi presunti passaggi segreti di Castell’Arquato.

Palazzo del Duca

Fu costruito nel 1292 da Alberto Scoto; ne dà testimonianza un'iscrizione posta nella fontana del Montaguzzo, a livello delle fondamenta. Il palazzo denota rifacimenti di epoche posteriori, come le finestre, di impronta quattrocentesca, che si aprono nella facciata sud-est. 

Secondo un cronista sconosciuto esso fu adibito anticamente ad abitazione del Giudice, venne ceduto dalla comunità a Bosio II, il quale vi apportò modifiche e ampliamenti, servì poi ai suoi successori come abitazione saltuaria. In esso inoltre, a detta di E. Ottolenghi, fu ricevuto nel 1543 il pontefice Paolo III Farnese in occasione della visita alla figlia Costanza. 

Il vasto locale al piano terreno è stato recentemente "restaurato", alzando il piano del pavimento di circa 80 cm.. Dal locale, prima delle recenti modifiche, partiva un cunicolo in direzione del vicino Torrione che doveva costituire una struttura di collegamento tra i due edifici. Attualmente é adibito ad abitazione privata.

Porte e mura

Nel 1342 il Duca di Milano Azzo Visconti fece costruire intorno a Castell’Arquato una robusta cinta muraria, il “muro castellano” che circondava tutti i quartieri (Campidoglio o Libigio, Sole, Bozario e Monteguzzo) escluso quello di Borghetto. Fu solo uno degli interventi che miravano a rinforzare l’autonomia anche difensiva del borgo. Oggi non ne resta molto, se non due delle quattro originarie porte di accesso al borgo: restano quella anteriore rivolta a nord nella parte inferiore del paese detta di Monteguzzo (fortemente rimaneggiata nel XVII secolo) e la Porta di Sasso o Sotana, unica struttura rimasta della cinta viscontea del ‘300. Del sistema difensivo e di avvistamento faceva parte anche la Torretta che era un fondamentale punto di osservazione sulla Valdarda e sulle strade che portavano al borgo.

La porta di Monteguzzo era l’accesso al quartiere omonimo, il suo ponte levatoio poggiava sul rio Oriolo. Nonostante i rimaneggiamenti del Seicento è ancora visibile la struttura a grande volta a tutto sesto, inglobata in casa Guerra, la facciata sovrastante il grande arco è stata recentemente restaurata. La porta è costruita in blocchi di arenaria, restano identificabili i meccanismi (gangheri) sui quali giravano i battenti e i gli alloggiamenti in cui scivolavano le catene collegate al ponte levatoio Porta sotana o di Sasso. È la meglio conservata; si trova nella parte alta del paese e ne costituiva l’uscita verso Lugagnano e la Valle scavata dall’Arda. 

La costruzione è in pietra e mattoni, all’esterno presenta un arco a tutto sesto, all’interno a sesto ribassato. I cinque merli a coda di rondine, simbolo dei ghibellini, che la sovrastano sono stati restaurati e riposizionati recentemente. Sono tuttora in corso interventi di consolidamento del terreno adiacente. Della cinta facevano parte anche la Porta Soprana e la Porta di Mezzo, tutte erano munite di ponte levatoio.

Giugno 2010